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situazione sempre più grave lla maddalena perchè il movimento non si muove come si è mosso èper i treni per l'iraq ?



dalla  nuova  del 17\9\2005

La Maddalena, il presidente della Regione intende opporsi all'ampliamento della base navale americana
In arrivo altri sei sommergibili
Soru chiede un incontro all'ambasciatore Usa Spogli

LA MADDALENA. Il presidente della Regione Renato Soru chiederà un incontro con l'ambasciatore americano Ronald Spogli per manifestargli la sua contrarietà e quella della maggioranza regionale all'ampliamento della base della Us Navy nell'arcipelago della Maddalena. Soru sta intanto esercitando forti pressioni su Prodi e sull'Unione perché l'allontanamento della base Usa venga inserito nel programma elettorale. Intanto, mentre cominciano ad arrivare le prime reazioni dal mondo politico alla notizia dell'ampliamento, il sindaco della Maddalena Angelo Comiti ha detto di essere completamente all'oscuro dei progetti della Marina americana.

DITEL e MANNIRONI a pagina 3


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a Maddalena, il presidente della Regione intende opporsi all'ampliamento della base navale americana

In arrivo altri sei sommergibili
Soru chiede un incontro all'ambasciatore Usa Spogli
Difesa delle coste, Soru conquista la Sicilia
Cuffaro (Centrodestra) sposa il modello scelto dalla giunta sarda per l'ambiente




DAL NOSTRO INVIATO AUGUSTO DITEL




NOTO (Siracusa). «L'Italia è strana: in Sardegna, il centrodestra mi ha lapidato, qui in Sicilia una giunta dello stesso colore plaude alle nostre scelte di tutela ambientale». Reduce da Torino, dove ha discettato di economia e di sviluppo tecnologico, Renato Soru atterra nell'isola maggiore per un "faccia a faccia" di due ore con Totò Cuffaro, scuderia Udc, il suo omologo ambientalista. Toh, sul palco c'è anche Fabio Granata, giovane e ricciuto assessore regionale al Turismo che, a sentirlo rispondere alle provocazioni di Felice Cavallaro del Corrriere della Sera, sembra un eversivo, uno che propugna il bavaglio per chi devasta spiagge e coste. E invece Granata è di An, come di An sono tanti spettatori assiepati in uno splendido teatro di Noto, un giardino di pietra. In questa bomboniera, accerchiata da sfarzosi palazzi barocchi, capitelli mozzafiato, costruzioni giallognole, si celebra da qualche giorno il Festival del Paesaggio, anche per celebrare come si deve la nomina di Noto a "Patrimonio Mondiale dell'Umanità", decretata dall'Unesco. La Sicilia, sulle coste, adotta un modello, il modello Soru. Non lo sposa completamente, ma Cuffaro sottolinea che «per noi il limite dei trecento metri è sacro, e saremo irremovibili». Granata, il nipotino di Fini, annuisce. Soru la butta subito sull'ironia. «Vorrà dire che voi siciliani parlerete con il centrodestra sardo, e io farò altrettanto con i vostri oppositori». Incurante delle notizie che gli giungono via cellulare dalla Sardegna («I fischi della Cisl? Mah, me l'hanno detto, ma io non ce l'ho con loro»), Renato Soru conquista la platea sicula con il suo solito eloquio, scandito da slogan secchi e comprensibili che per i siciliani rappresentano un'assoluta novità. Non mancano le pause, come sempre. «La Sardegna non ha bloccato le costruzioni sul mare, le solo sospese. E non è morto nessuno. Né, sul campo, si contano feriti. Anzi, da quando è in vigore la nostra legge, l'edilizia è cresciuta del due per cento: prima oscillava tra lo 0,8 e lo 0,9. Il turismo dei villaggi non ci piace, il turismo che consuma il territorio è da aborrire. Entro novembre presenteremo il Piano Paesaggistico Regionale e quello sarà il nostro strumento operativo che ci consentirà di stare al mondo come Sardegna, un'isola che sconta un tasso di soccupazione superiore al 13 per cento». Ora è un fiume in piena, Soru. Spiega che la scelta di «sospendere le costruzioni non è frutto di un radicalismo culturale, ma deriva da una pura valutazione economica sugli effetti di un modello possibile di sviluppo. Non vogliamo aprire le porte a chiunque chieda di investire, la Sardegna dirà sì a chi proporrà progetti complessivi, integrati, capaci di utilizzare le nostre risorse culturali, di apprezzare le piccole piazze dei nostri piccoli paesi, quelli che, proprio perché meno sviluppati, hanno conservato la loro identità, la loro sardità». Il turismo come scrigno di un'identità perduta, un'identità da recuperare. «Non siamo per costruire, noi, ma per ricostruire. Se un imprenditore chiede di rimettere in sesto strutture fatiscenti e inutilizzate (i siti minerari, i centri storici), gli daremo anche dei premi di volumetria. Se invece qualcun altro ci presenta progetti di villaggi turistici, con quelle orribili stecche di cemento capaci solo di consumare territorio senza alcun legame con la nostra isola, gli diremo no». Cuffaro e Granata ascoltano silenti, il modello piace, certo va corretto, va modulato alle specificità della Sicilia, alle prese con un abusivismo spaventoso che non risparmia la Valle dei Templi di Agrigento, attorniata da case e casette venute su come funghi, e senza licenza. Il presidente-padrone di casa annuncia una lotta spietata agli abusivi, ma si ribella all'equazione abusivismo uguale Sicilia. D'altronde la Valle agrigentina ha la stessa età del Partenone di Atene, ed è addirittura più vecchia del Colosseo. «Ecco - sollecita Cuffaro - si rivolga lo sguardo anche da altre parti». Fabio Granata lo asseconda. Segnala che la Sicilia può contare su 350mila ettari di bosco venuti su grazie alla Regione: un record mondiale mai uguagliato. Noto, la stessa Noto, ha ricevuto da Legambiente le Cinque Vele per la purezza del mare e l'Unesco si è sbizzarrito nello scovare, proprio in Sicilia, cinque "Patrimoni Mondiali dell'Umanità". «Qui, non è come a Modena o a Reggio Emilia - osservano i siciliani -, dove si è costruito di tutto e di più, al punto che non si capisce dove finisce un paese e comincia l'altro. L'importante, per preservare la nostra terra, è tenere una linea di rigore e fermezza, come sta facendo la Sardegna, un'isola che, per certi versi ci somiglia». Si chiude con l'Aga Khan. «Non ha arrecato più danni di altri - sentenzia Soru -, ma ha fatto i suoi affari, comprando i terreni a poco rivendendoli a molto. Ma anche lui ha favorito la costruzione di presepi, di qualcosa che serve e che si ammira per pochi giorni all'anno. Il turista non deve venire da noi per scoprire nuovi presepi, ma per cibarsi della nostra terra».


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Gli accordi cambiano la filosofia invece no




PIERO MANNIRONI


LA MADDALENA. Le cornici possono anche cambiare, ma la filosofia che contengono sembra essere sempre la stessa. E cioé, gli accordi bilaterali tra Usa e Italia sono stati adeguati dieci anni fa alle nuove logiche della geopolitica, ma i segreti e gli inganni sono quelli di sempre. C'è come una zona di opacità, all'interno della quale nascono programmi e progetti che devono essere sottratti totalmente alla conoscenza. Non solo delle popolazioni e delle istituzioni autonomistiche, ma anche del Parlamento. La base americana della Maddalena è nata nel 1972, sulla base di un protocollo tecnico che è figlio del Bilateral infrastructure agreement (Bia) del 20 ottobre 1954, firmato dall'allora ambasciatrice Usa Luce e dal ministro Scelba. Un accordo che, a sua volta, era nato all'interno del Mutual security act. Quasi un sistema di scatole cinesi. Ebbene, per anni è stato sollevato il problema, morale e giuridico, che era stata creata una ferita alla Costituzione in seguito alla firma di un accordo internazionale non conosciuto e non ratificato dal Parlamento, come invece previsto dall'articolo 80 della legge fondamentale. E in quest'area di dubbia legalità l'accordo è stato rinnovato. Naturalmente sempre senza che il Parlamento ne fosse informato. La data è quella del 2 febbraio 1995. Siamo nella delicata fase politica della transizione tra il primo governo Berlusconi e quello tecnico guidato da Lamberto Dini, insediatosi il 17 gennaio. L'accordo, conosciuto come Shell agreement (accordo conchiglia), porta la firma del sottocapo di Stato maggiore della difesa Francesco Cervoni e del vice comandante delle forze armate statunitensi in Europa, Charles Boyd. Nel frontespizio si legge: Memorandum d'intesa tra il ministero della Difesa della Repubblica Italiana e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d'America relativo alle installazioni/infrastrutture concesse in uso alle forze statunitensi in Italia. In pratica, sostituiva l'accordo quadro del 1954. Nel marzo del 1999, mentre si scatenava la tempesta di polemiche in seguito alla strage del Cermis, l'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema trasmise alle Commissioni Difesa di Montecitorio e di Palazzo Madama il memorandum del 1995. L'accordo del 1954, invece, venne consegnato alla magistratura militare.. Gli allegati tecnici sui singoli siti sono invece rimasti segreti. Del tutto evidente che anche il protocollo tecnico del 1972 sulla Maddalena era stato modificato dal memorandum del 1995 il quale, comunque, non ci sono segreti. Nel senso che si tratta soprattutto di una cornice "politica", di regole generali di responsabilità nei siti e di convivenza reciproca tra militari dei due paesi alleati. Altro è, evidentemente, il contenuto degli allegati tecnici dai quali si potrebbero invece desumere orientamenti strategici e magari capire meglio sistemi di armamento. Ma nel memorandum del 1995 sono contenuti alcuni principi che aprono comunque una finestra su un livello di responsabilità delle forze armate italiane. Se non altro per la loro possibilità di conoscere tutto quello che accade all'interno della base. Nella sezione VI dell'annesso A del memorandum, infatti, vengono fissate le responsabilità di comando: «L'installazione è posta sotto comando italiano...». E il comandante Usa «esercita il comando pieno sul personale, l'equipaggiamento e le operazioni statunitensi...», ma deve «preventivamente informare il comandante italiano in merito a tutte le attività Usa di rilievo, con particolare riferimento all'attività operativa e addestrativa, ai movimenti di materiali, armamenti, personale civile e militare, nonché agli avvenimenti o inconvenienti che dovessero verificarsi». E nella sezione X, al punto 3, si legge: «Il comandante Usa provvederà allo smaltimento dei rifiuti tossico-nocivi, generati dalle forze Usa, nel rispetto della normativa italiana vigente e degli accordi internazionali in vigore». Già, allora è legittimo pensare che i militari italiani sappiano dove e come vengono smaltite le scorie prodotte dai reattori nucleari dei sommergibili Usa. O no?


Il parere giurato di un perito nella causa sulla legittimità degli espropri

Un deposito tutto in funzione Usa?










LA MADDALENA. Due sistemi di gallerie per un totale di sedici chilometri. «Veramente troppi per un deposito munizioni della Marina italiana». Il dubbio legittimo è di Carlo Dore, ex consigliere regionale e avvocato di grande esperienza. Lui, per dirla tutta, ha anche qualche elemento concreto per sostenerlo. Come professionista, infatti, seguì la causa civile intentata nel 1987 contro il ministero della Difesa dalla famiglia Serra, alla quale erano stati espropriati 70 ettari a Santo Stefano. Ebbene, il perito nominato dal tribunale di Cagliari, dopo un sopralluogo così scrisse nella sua relazione giurata: «le installazioni militari a terra costruite nell'ultimo decennio (1982-1992) risultano sproporzionate rispetto alle necessità della nazione ospitante. Ne deriva che esse, e in particolare la seconda galleria sotterranea, sono state realizzate in funzione della necessità della struttura Nato e in primo luogo della necessità della principale nazione membro di questa alleanza militare». Unico errore: la struttura non è Nato. (p.m.)


Il sindaco Comiti: «Io non sapevo nulla»

Interrogazione del Verde Mauro Bulgarelli al ministro della Difesa Antonio Martino





LE REAZIONI



LA MADDALENA. Il sindaco della Maddalena Angelo Comiti non sapeva nulla. «Nei giorni scorsi - dice - ho ricevuto l'ammiraglio Harry Ulrich III, comandante della Us Navy in Europa. E' stata una visita di cortesia, molto formale, durata appena un quarto d'ora. Gli ho chiesto quali erano i loro programmi per la Maddalena e lui mi ha risposto con un sorriso: "Signor sindaco, è una visita amichevole...». Comiti dice di essere in sintonia con la linea indicata dal governatore Soru e anticipa che, soprattutto sull'Arsenale, sarà guerra: «Gli americani non pensino di mettere le mani sull'ex Arsenale attraverso l'Agenzia Difesa». Fortemente critico il capogruppo dei ds in consiglio provinciale, Pierfranco Zanchetta. «Quando ero in consiglio comunale - dice - il nostro gruppo denunciò apertamente che i progetti della Us Navy erano molto più ambiziosi di quelli dichiarati. Ecco la prova che non ci eravamo sbagliati. Ora portaremo il problema in consiglio provinciale». Per Stefano Filigheddu, coordinatore dei Ds alla maddalena, «è il momento di avere coraggio e di puntare i piedi». «Ancora una volta - dice - un progetto tutto calato dall'alto che umilia le nostre legittime aspirazioni a costruirci un futuro». A livello regionale, i primi a prendere posizione sono stati i consiglieri di Rifondazione Ciriaco Davoli, Paolo Pisu e Luciano Uras. «E' necessaria - hanno detto - una grande mobilitazione politica e di popolo, che veda partecipe la Regione, le istituzioni locali, il mondo della cultura, dell'associazionismo e dei movimenti per la pace, contro la pretesa di ridurre la Sardegna a una piattaforma logistico-militare nel Mediterraneo». Il deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli, sempre attento ai problemi legati alla presenza militare in Sardegna, ha presentato un'interrogazione al ministero della Difesa. «Se fosse confermata la notizia che gli Usa si appresterebbero a presentare al governo un piano per un ulteriore ampliamento della base della Maddalena ci troveremmo davanti a una provocazione e a un intollerabile sopruso». E ancora: «Invece di recepire le legittime proteste dei sardi e accogliere la loro richiesta di chiusura della base, il governo ora si appresterebbe a concedere un enorme, ampliamento per questo ecomostro militare».