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Il keynesismo militare di John Stiglitz



Due articoli da Manifesto di ieri 11 gennaio 2006:

FRUTTI DELLA GUERRA
Il keynesismo militare di John Stiglitz
ENZO MODUGNO
Il Nobel per l'economia Joseph E. Stiglitz (www.josephstiglitz.com) finalmente interviene sulle spese per la guerra: non 200 miliardi di dollari come previsto dall'amministrazione Usa, ma 2000. Dieci volte di più. Una presa di parola sugli effetti «benefici» dell'invasione irachena sull'economia statunitense corroborata da uno studio condotto con la ricercatrice di Harvard e sua collaboratrice Linda Bilme. Stiglitz, commentava ieri il quotidiano inglese «Guardian», non spiega se le cifre fornita dalla Casa Bianca siano dovute a incompetenza o se siano frutto per fuorviare deliberatamente l'opinione pubblica. Questo valga anche per coloro che prendono i budget ufficiali del Pentagono come «dati empirici» - l'empiria ha sempre giocato brutti scherzi, soprattutto in economia - per concludere che erano troppo modesti per giustificare l'interpretazione di «keynesismo militare» più volte discussa su questo giornale.

Si tratta in realtà del militarismo degli Stati uniti, considerato come «formula» per la sopravvivenza del capitalismo Usa. Cioè una sinergia tra le spese militari come spesa pubblica per rilanciare l'economia, e le armi così prodotte per dominare mercati, campi d'investimento, risorse.

In qualche caso l'iconoclastia antikeynesiana ha portato a salti logici. All'affermarsi del neoliberismo infatti, non consegue necessariamente che le pratiche keynesiane siano state irreali o prive di una sia pur effimera efficacia, al punto che il neoliberismo le abbia davvero abbandonate.

Eppure, superando le certezze dei dati ufficiali Usa, sono stati in molti ad inoltrarsi sull'incerto terreno del pensiero critico, scoprendo che le spese militari non potevano non essere sottostimate. Per esempio, Samir Amin ha sostenuto più volte che, malgrado il rifiuto assoluto di Keynes da parte degli economisti puri della nostra epoca, la gestione della domanda globale è rimasta in realtà al centro delle politiche economiche delle amministrazioni Usa. Anche di quelle dichiaratamente neoliberiste, che hanno semplicemente indirizzato la spesa pubblica verso la spesa militare. Per la quale Washington ha trovato nuove legittimazioni: «L'anticomunismo vi era piaciuto? L'antislamismo vi entusiasmerà», ha commentato Ignacio Ramonet. Perfino l'allora governatore della Banca d'Italia - maggio 2004 - ha attribuito la ripresa dell'economia Usa alla «politica di stampo keynesiano condotta dal 2001», che è un altro modo per dire che la guerra ha salvato gli Stati uniti.

Paul Mattick poi, aveva già scritto in un saggio del 1940 («La guerra permanente»): «La permanenza della guerra deriva dalla permanenza della depressione, la crisi non può essere superata se non dai soldati stessi, da quelli che stanno al fronte e da quelli che stanno nelle fabbriche». Una lucida previsione perché la «guerra permanente» è poi andata avanti come Guerra fredda ed ora come «guerra al terrorismo» che, secondo l'amministrazione Usa, durerà altri trent'anni.

I recenti dati di Stiglitz confermano le valutazioni contenute nel volume Escalation (DeriveApprodi, nei saggi di Manlio Dinucci e di Wladimiro Giacché) recensito su questo giornale (7 giugno 2005).

Ora davvero non ci si può più accontentare delle spiegazioni sovrastrutturali da più parti avanzate.

2000 miliardi per il pantano iracheno di Bush
L'occupazione della Mesopotamia costa agli Usa 2.000 miliardi di dollari. A rivelarlo è uno studio del premio Nobel Stiglitz. Petrolio alle stelle e soldati tornati invalidi dal fronte le voci che pesano di più. Il presidente in tv: andiamo avanti
FRANCO PANTARELLI
NEW YORK
Èun rapporto fatto di freddi numeri, ma è anche una denuncia, forse la più potente, dell'incompetenza dimostrata da George Bush nella sua foga di invadere l'Iraq. Lo studio riguarda i costi della guerra e fornisce una cifra mostruosa: sicuramente più di mille miliardi di dollari e probabilmente duemila. Gli autori del rapporto, il Premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz che insegna alla Columbia University e la docente di Harvard Linda Bilmes, sono due fermi oppositori della guerra in Iraq, ma i calcoli da loro fatti sono pressoché inoppugnabili e rappresentano oltre tutto una sorta di «lezione» alla Casa Bianca su come calcolare «davvero», con tutte le «voci» da considerare in una società moderna, i costi di una guerra. Le spese che si accumulano una sull'altra riguardano infatti non solo i costi «vivi» della guerra e della cosiddetta ricostruzione, ma anche i costi che l'avventura irachena proietta nel futuro e che continueranno a far sentire il loro peso sul portafoglio degli americani per «molto tempo dopo che le truppe saranno tornate a casa». Quasi a dimostrare quanto lontano sia da George Bush da un ragionamento del genere c'è il discorso che proprio ieri lui è andato a pronunciare di fronte ai «reduci di tutte le guerre». Ha parlato delle «dure battaglie» che ci sono ancora da sostenere, dei «sacrifici» che bisogna ancora fare, ma anche dei «progressi» che comunque ci sono. Di nuovo ha aggiunto però un concetto per così dire filosofico, e cioè la differenza fra dibattito «responsabile» e «irresponsabile», riferita alla campagna elettorale che si avvicina, con le elezioni di mid term fissate per novembre. Che il dibattito sia «responsabile», ha spiegato, è importante sempre, ma lo è «perfino di più in questo momento, mentre i nostri soldati stanno rischiando la vita». Ma cos'è che fa «irresponsabile» un dibattito? La risposta di Bush è fulminante: il sostenere che «siamo andati in Iraq per il petrolio, o che lo abbiamo fatto per Israele o che abbiamo ingannato il popolo americano». Con il che quel 60% e oltre di americani che ormai apertamente abbraccia almeno una di quelle tre «motivazioni», da oggi è ufficialmente iscritto nella categoria degli irresponsabili. I calcoli contenuti nello studio di cui si diceva riguardano innanzi tutto i 16.000 soldati, finora, che dall'Iraq sono tornati con menomazioni permanenti e quindi con il diritto a un'assistenza medica e pensionistica per il resto della loro vita. Di loro, oltre tutto, per almeno il 20% la menomazione è di quelle che non consentono di lavorare. «Anche calcolando con cautela - dicono Joseph Stiglitz e Linda Bilmes - noi stessi siamo rimasti sorpresi da quanto alti saranno i costi: almeno mille miliardi di dollari».

Ma ci sono altre aggiunte da fare. Per esempio i costi relativi all'aumento del numero totale di soldati, imposta dalla necessità di «rimpiazzare» nei servizi correnti quelli che sono stati e che continueranno ad essere spediti in Iraq. Poi ci sono quelli che dopo il rientro hanno bisogno di cure lunghe e costose, per i quali dovrà essere usato denaro sottratto ad altri progetti. Poi, ancora, c'è l'aumento del prezzo del petrolio, un buon 20% del quale è da attribuire direttamente alla guerra in Iraq. In pratica, hanno calcolato Stiglitz e la Bilmes, gli americani che ogni giorno mettono benzina nelle loro automobili hanno complessivamente speso 25 miliardi di dollari in più da quando Bush annunciò la famosa «missione compiuta». La Casa Bianca, che si sappia, un calco dei possibili costi lo aveva fatto, prima della guerra.

Bush aveva chiesto una stima la suo consigliere economico, Lawrence Lindsay, e la sua risposta era stata dai 100 ai 200 miliardi di dollari. Era sembrata molto alta, quella cifra, e Bush - irritato - si era rivolto a un altro suo consigliere, il direttore del bilancio Mitch Daniels. Lui, forse intimorito dalla reazione provocata da Lindsay o forse per pochezza professionale, aveva risposto che la guerra era «uno sforzo che possiamo permetterci» e che la stima fatta da Lindsay era «molto, molto alta». Ora, il Pentagono dice che la guerra sta costando 4 mliardi di dollari e mezzo al mese e che finora i miliardi spesi sono stati 173. Ma queste cifre riguardano solo le spese «operative» e non comprendono neanche le spese per rimpiazzare le armi e gli equipaggiamenti che la guerra distrugge ogni giorno.