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Ratko Mladic, i brandelli della Bosnia ferita



Prima di leggere l'articolo di Tommaso Di Francesco è utile farsi un'idea di quello che è stata la guerra nella ex-Jugoslavia dal punto di vista del commercio delle armi e il reclutamento e addestramento dei mercenari (vedere anche Iraq). Campaign Against Arms Trade ha scritto che quando nel 1995 un gruppo serbo della regione della Krajina si è rifiutato di riconoscere l'autorità del nuovo stato indipendente della Croazia, è stato sopraffatto da un corpo militare croato che aveva ricevuto uno speciale addestramento da parte di una società statunitense, la Military Professional Resources Inc., un'azienda che ha anche firmato un contratto per addestrare e armare l'esercito bosniaco. "Queste attività concordano senza dubbio alcuno con gli obiettivi del governo degli Stati Uniti nell'ex Jugoslavia, e il consiglio d'amministrazione della MPRI trabocca di generali statunitensi congedati di recente, si legge in The Privatization of Violence, il rapporto del CAAT".

leggere : Zivkovic, la Jugoimport e i traffici d'armi con l'Iraq
http://www.notizie-est.com/article.php?art_id=747

ed anche : BELGRADO: ALLA ZASTAVA ARRIVANO GLI AMERICANI DELLA REMINGTON
http://cca.analisidifesa.it/it/magazine_8034243544/numero64/article_868340865554645431874216382782_0528176815_0.jsp

IL CONSIGLIO DEI 25 MINACCIA E PROMETTE
Ratko Mladic, i brandelli della Bosnia ferita
La Ue assieme al «duro messaggio» rilancia il fragile miraggio dell'adesione
La cattura annunciata del generale serbobosniaco Ratko Mladic, responsabile dell'eccidio di Srbrenica, alla fine non c'è stata. E' atteso a l'Aja, dove sono accusati di crimini di guerra anche Rasim Delic, capo della difesa di Sarajevo e Naser Oric, comandante musulmano di Srbrenica. La memoria livida torna alla Bosnia dilaniata dalle stragi incrociate della guerra interetnica
TOMMASO DI FRANCESCO
«Signor Karadzic, i musulmani che vivono l'assedio di Sarajevo accusano il generale Mladic di essere responsabile di uccisioni di civili e stupri di donne, che cosa risponde...?», gennaio `93, Pale, a pochi chilometri da Sarajevo dilaniata da improvvisate trincee, fronti e assediata. «Respingo l'accusa e assicuro io per lui - era la risposta dello psichiatra-letterato-presidente dell'autoproclamata Repubblica dei serbi di Bosnia -, è un generale che si è formato nell'esercito di Tito, impossibile che possa commettere questi misfatti». «Ma i vostri cecchini uccidono i passanti a caso...» «Venga a vedere che cosa fanno a Sarajevo i cecchini musulmani», ci rispondeva con un lasciapassare per l'ospedale serbo di Kasindol dove scoprivamo che, sì, non c'erano cecchini buoni e cecchini cattivi. Era terribile arrivare in pieno inverno nel dicembre `92 e poi nel gennaio '93 sulle prime linee di Sarajevo. Dopo la guerra tra croati e serbi, dopo Vukovar, non era possibile immaginare un altro bagno di sangue ancora più efferato nei Balcani. E invece. Le autoproclamazioni d'indipendenza su base etnica, riconosciute come stati a tutti gli effetti dal Vaticano e dall'Occidente, riprodotte in fotocopia con un nefasto referendum voluto a tutti i costi dai musulmani guidati da Alja Izertbegovic, produssero un baratro nella Bosnia Erzegovina che rappresentava in piccolo tutto il variegato crogiolo di etnie, religioni e popoli della Federazione jugoslava.

Di questo buco nero Ratko Mladic, che ora viene dato per «catturando» e che starebbe trattando la resa, fu l'anima nera militare, mentre Radovan Karadzic fu il folle leader politico assoluto, pronto a intessere contatti con la diplomazia internazionale e con Milosevic, al quale fino a tutto il 1993 fu molto legato ma dal quale venne scaricato di fatto già durante la «pace dei cantoni» (il piano Vance-Owen del 1993) e poi definitivamente alla fine del 1995 ancora prima di Dayton.

I crimini di una storia che non passa

Il Tribunale internazionale per i crimini commessi nell'ex Jugoslavia ha accusato l'ex capo dell'esercito dei serbi di Bosnia di genocidio, crimini contro l'umanità e violazione delle leggi e delle consuetudini di guerra, oltre a gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra, perché «era l'ufficiale più alto in grado della Repubblica serba di Bosnia, secondo solo al presidente Radovan Karadzic». Ratko Mladic, dal 1992 al 1995 a capo degli 80mila effettivi dell'esercito serbobosniaco, è stato di fatto l'artefice diretto della strage di Srbrenica, compiuta dopo cinque giorni di assedio all'enclave musulmana, dove decine di migliaia di civili si erano rifugiati per fuggire da altre persecuzioni. Poi Mladic fece il suo ingresso nella città ripreso dalle telecamere, arrivarono gli autobus che prelevarono donne e bambini per trasferirli in altre zone musulmane, mentre tutti i ragazzi a partire da 12 anni di età e tutti gli uomini fino ai 77 vennero trattenuti per essere «interrogati per sospetti crimini di guerra». Nei cinque giorni successivi migliaia di loro - da quattromila a ottomila - furono trucidati. Se si consegnerà, sarà finalmente l'occasione di sentire la sua versione, perché Karadzic si è sempre dichiarato «innocente». Mladic era un militare di carriera, venerato dai suoi uomini, eppure dovrà rispondere delle accuse di un suo ufficiale, il generale Radislav Krstic, secondo il quale Mladic ha personalmente diretto il rastrellamento e il trasferimento dei civili dopo la resa di Srbrenica, nel luglio del 1995. Dopo la pace di carta di Dayton (novembre '95), l'uscita di scena di Karadzic e gli ordini di cattura dell'Aja, Mladic è vissuto in clandestinità come Karadzic.

Nato in Bosnia, nel villaggio di Kalinovik, nel 1942, Mladic - cresciuto nella Jugoslavia di Tito - entrò nell'Esercito popolare jugoslavo, dove divenne ufficiale. Quando il paese cominciò a disintegrarsi, nel 1991, venne messo a capo del IX corpo d'armata, schierato contro le forze croate a Knin, la Krajina serba in territorio croato. Successivamente assunse il comando del Secondo distretto militare dell'Esercito jugoslavo con base a Sarajevo. Quando infine, nel maggio 1992, l'Assemblea serbobosniaca decise la creazione di un esercito serbo, scelse Mladic per guidarlo.

Perché una lucidità così crudele e una determinazione inflessibile fino all'odio per i «nemici dei serbi» e al crimine da parte di un «generale dell'esrcito di Tito»? Per capire, forse, bisogna risalire alla biografia di Ratko Mladic - appena nato -, con il padre partigiano ucciso dagli ustascia croati al servizio dei tedeschi, e la madre che, invece, sarebbe stata uccisa dalle milizie musulmane sempre al servizio dei nazisti. Insomma, una storia scampata alle fosse comuni e allo sterminio dei serbi storicamente avviato dalla Croazia di Ante Pavelic, e che «per paura» che la storia si ripetesse sceglie di anticipare in orrore e crimini i nemici di allora, quasi fidando nell'adagio che vuole che la storia nei Balcani non passi. Da ultimo, nel 1994, il dato più umano: la figlia di Mladic si suicidò, scrissero i giornali di Belgrado all'epoca, per l'incapacità di sopportare la vergogna di un tale padre e perché il generale serbobosniaco aveva inviato il fidanzato in uno dei fronti insanguinati della Bosnia Erzegovina.

Gli occhi di Bratunac e Srbrenica

Ora, in questi giorni, starebbe trattando la resa e l'Aja lo reclama, altrimenti niente Europa per Belgrado. Il fatto è che il procuratore Carla Del Ponte, sempre alle prese con un tribunale ad hoc fatto dai vincitori, con incriminazioni arrivate nel maggio 1999, apposta per legittimare la guerra «umanitaria» di bombardamenti aerei della Nato, alla fine ha attivato incriminazioni meno diseguali. Certo i due pesi e due misure restano: la maggior parte delle accuse riguardano militari serbobosniaci (di fatto un esercito, con i suoi responsabili facili da individuare); il leader musulmano Alja Izetbegovic e il presidente croato Franjo Tudjman non sono mai stati incriminati (ma giura la Del Ponte che «se fossero vissuti un po' di più starebbero all'Aja»); il generale croato Ante Gotovina ora incarcerato è ufficialmente difeso da un collegio pagato dal governo di Zagabria (Belgrado non lo farà mai per Mladic); nessun leader della Nato è stato accusato per le vittime civili di 78 giorni di raid aerei su tutta l'ex Jugoslavia.

Ma c'è una novità. Nell'ultimo anno e mezzo, di fronte alla difficoltà di provare i capi d'accusa per i crimini in Kosovo e in Bosnia contro Slobodan Milosevic - alla sbarra come unico responsabile di 10 anni di guerre balcaniche e per almeno tre fronti diversi - la Del Ponte è stata costretta ad attivare indagini e dossier che hanno dimostrato come in Bosnia Erzegovina le leadership musulmane e croate si siano macchiate di crimini di guerra di eguale efferatezza, per numero e «qualità», di quelle dei serbobosniaci. Così ha incriminato e arrestato il generale Rasim Delic, comandante della difesa di Sarajevo assediata, svelando che in quell'assedio e nella Bosnia musulmana le milizie alle dipendenze del presidente Izetbegovic e i combattenti mujaheddin arrivati in Bosnia con il beneplacito di Arabia saudita e Stati uniti, hanno commesso a loro volta stragi, stupri di massa, eccidi, pulizie etniche, detenzioni (nei campi di Celebici e Tarcin). E a fine 2004 ha incriminato Naser Oric, il capo della difesa di Srbrenica (non protetta dai caschi blu dell'Onu ma anche abbandonata dall'esercito di Sarajevo), dimostrando così quello che i pochi inviati arrivati nell'area avevano intuito: prima del luglio 1995 nell'area che andava da Bratunac a Srbrenica anche le milizie musulmane si erano macchiate di stragi e crimini efferati. A Bratunac arrivavano a riposarsi i soldati di Mladic che assediavano Srbrenica: scendevano dai camion che li trasportavano dalla prima linea dichiarando di non aspettare altro che vendicarsi.

Bratunac-Srbrenica, poco prima dell'estate `95, difficile arrivarci dalla valle della Neretva. Il colore era il livido, e gli sguardi dentro la Bratunac serba e appena fuori della musulmana Srbrenica erano tutti eguali. Ragazzine di tredici anni, sdentate e visibilmente ipertruccate, ridevano a ogni uomo che passava, precocemente invecchiate al seguito degli odi e delle armi dei padri. Il livido è rimasto. La maggior parte dei profughi non è rientrata. La Bosnia Erzegovina resta a brandelli.