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Bombe a grappolo in Libano



9/09/2006 15.51.30

Mons. Tomasi ribadisce il dramma umanitario dei civili in Libano, vittime anche delle bombe a grappolo

(9 settembre 2006 - RV) Il “dramma umanitario” che sta vivendo la popolazione civile in Libano è aggravata dall’utilizzo, durante la recente guerra, delle cosiddette “bombe a grappolo”. E’ quanto sottolinea ai nostri microfoni mons. Silvano Maria Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, che in questi giorni ha lanciato un appello per una moratoria sull'utilizzo di queste armi micidiali. “Le immagini e le prove” che ci arrivano dal Libano – ha detto - sono “allarmanti”. Ascoltiamo mons. Tomasi al microfono di Sergio Centofanti:

R. - Negli ultimi giorni della guerra sono state sganciate sopra il sud del Libano decine di migliaia di queste bombe a frammentazione. Adesso nel tentativo di ritornare ai loro villaggi, le persone che erano scappate via non possono utilizzare le loro case e i loro campi perché ci sono queste piccole bombe che sono inesplose e rimangono sul terreno anche per vari anni. Quindi il rischio, il pericolo rimane sempre presente soprattutto per i bambini che le vedono come una specie di giocattolo; di fatti quasi un 70% delle vittime di queste bombe sono dei bambini. Avevo già visto in Africa durante la guerra tra Etiopia ed Eritrea, quando andavo nelle zone di guerra, queste piccole bombe per terra, inesplose, che creano, non solo danno agli animali che ci camminano sopra, ma ai bambini che vanno a giocare o alla gente che deve attraversare quelle aree. Parliamo veramente di conseguenze tragiche, per cui davanti a questa realtà ci si pone la domanda come mai la Comunità internazionale può accettare quest’arma militare, sapendo che gli obiettivi militari che dovrebbero essere colpiti sono veramente limitati, mentre le conseguenze negative sono soprattutto per la popolazione civile e per i bambini. Certo ci sono alcuni grandi Stati che ancora considerano molto legittimo l’uso di questo tipo di bombe.

D. - Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace ha denunciato con forza un aumento preoccupante delle spese militari e un commercio delle armi sempre prospero mentre “ristagna nella palude di una quasi generale indifferenza” - ha detto - il processo relativo al disarmo”…

R. - Questo è vero perché nei vari settori della conferenza del disarmo non si sta facendo molta strada e questo preoccupa, perché mentre da una parte non c’è un movimento positivo nel contesto internazionale, dall’altra si vedono tentativi di far di nuovo emergere la corsa agli armamenti, inclusi gli armamenti nucleari. Quindi questo complica certamente il panorama internazionale ed è un rischio costante per la pace.

D. - Che cosa si può fare per fermare il processo di produzione e commercio delle armi?

R. - Si sta cercando di fare un passo in avanti con la proposta, che la Santa Sede appoggia, di un trattato sul commercio delle armi in modo che ci sia una trasparenza nella compravendita di armi, accettando certo che uno Stato abbia gli strumenti necessari per provvedere alla sua sicurezza ma non di più. Già questo sarebbe un piccolo passo positivo che lancerebbe un messaggio di speranza nel dialogo per il disarmo in genere.