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Vite precarie. Ma che vuol dire?



Sindacati. Si dividono nelle piazze, più preoccupati delle proprie «identità», e di essere pro o contro il governo, che non di battersi con energia e cultura per mutare una situazione inaccettabile di milioni di donne e uomini in carne e ossa
Carla Casalini
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/07-Ottobre-2006/art13.html

Così scriveva ieri Carla Casalini sul Manifesto, mentre circa 35000 precari del pubblico impiego con contratti privatizzati erano in sciopero e sfilavano per le strade di Roma. Le loro richieste sono chiare e nette: l'assunzione laddove lavorano come subordinati o appaltati con logiche clientelari a cooperative che adottano modalità di lavoro schiavistiche, un reddito garantito che dia loro la possibilità se non di vivere, di sopravvivere alla discontinuità di lavoro.

Ma Carla Casalini si preoccupa delle divisioni nei sindacati che è vera quanto a contenuti e modalità di lotta, e necessariamente vera in quanto non vi è nè democrazia nè libertà di rappresentaza nei luoghi di lavoro. Forse dimentica il monopolio ottenuto grazie ad una legge da parte di CGIL, CISL e UIL?

Certo il Manifesto non è nuovo ad articoli schizofrenici. Blatera e propaganda di sindacati confederali (in particolare la FIOM) pacifisti laddove in tutti i loro accordi aziendali producono non solo precarietà, ma inneggiano alla tecnologia bellica e alla necessità di un suo sviluppo. Hanno detto ai tempi (prima fase di guerra in Iraq) i confederali, che i kit per le bombe intelligenti erano prodotte in Italia su licenza USA (quando i loro magazzini erano pressochè svuotati?)? L'hanno mai detto all'allora movimento pacifista, che ancora rispondeva con grande forza contro la guerra? Hanno mai organizzato una assemblea sindacale dentro queste fabbriche per discutere di guerra e produzione di guerra? Mai.

Quanti si aspettavano una grossa battaglia dei sindacati confederali nella nuova finanziaria contro le spese militari verrà deluso nei fatti, e forse si accontenterà delle parole ipocrite di chi scenderà a manifestare in una colorata accozzaglia di sigle il 4 novembre contro la precarietà e per la pace.
Li avete mai visti davanti alle fabbriche belliche?
Forse qualcuno li avrà sentiti in convegni "privati" per discutere di riconversione dell'industria bellica. Grande farsa buona per incapaci di agire e incidere politicamente sulle grandi scelte economiche e industriali.

Veniamo ad uno degli esempi clamorosi. L'altro è quello di Fincantieri a cui Padoa-Schioppa avrebbe dato l'ok per l'avvio della quotazione in borsa. (Oggi il Tesoro detiene, attraverso la Fintecna, il 98,8% della Fincantieri, mentre il 1,2 è di Citibank, dopo questa operazione Fintecna conserverebbe il controllo di Fincantieri con una quota compresa tra il 30 e il 40%. E con questo la FIOM-CGIL si può tranquillizzare, visto che l'unico suo dilemma consisteva nella privatizzazione di Fincantieri e non certo quello di produrre navi da guerra).

Ma guardiamo all'esempio più clamoroso: l'F-35.
Massimo D'Alema sigla a suo tempo il MOU (Memorandum of Understanding) per la realizzazione e il finanziamento della FACO (Final Assembly and Check Out) ossia per l'assemblaggio finale ed accettazione del velivolo cacciabombardiere F-35 statunitense (quello già configurato per il trasporto delle mini bombe nucleari). La fase di sviluppo SDD comporta per l'Italia una spesa di 1.028 milioni di dollari in più anni. La Lockheed Martin è l'azienda (statale) madre che ha lo ha ideato, progettato e sperimentato. Una azienda capace di organizzare la propria produzione attraverso un processo altamente tecnologico. Lì dentro si gira a bordo di piccole auto elettriche, vi è la seconda autoclave più grande d'America, i pezzi vengono misurati con laser e comparati ai modelli matematici, le strutture di alluminio sono rivestite in composito e realizzate solo in minima parte a mano, e poi attraverso piste disegnate guidate da disegni elettronici. Molto lavoro è esternalizzato (del resto questa è la scelta che già negli anni '80 le grandi fabbriche belliche hanno attuato durante le loro ristrutturazioni, sia negli USA che in Europa, e via via dalle più grandi coroporations mondiali), una sceltà voluta per aprire a medie e piccole aziende subfornitrici capaci di assicurarne la qualità. In Italia la produzione dell'ala avviene nella sede di Alenia aeronautica e in più aziende coinvolte nel programma.
Vale la spesa di ben 8,5 miliardi.

Vedremo chi scenderà in piazza per denunciare una operazione a rischio buona solo ad assicurare incertezza e guerra.