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la maddalena la servitù militare cambia padrone



dalla nuova sardegna di ogi 29\4\2007


Dai documenti “top secret” statunitensi emerge l’offerta di Guardia del Moro e dell’Arsenale
L’inatteso cambio di rotta della Marina italiana
Nel 2003 voleva cedere alla Us Navy Santo Stefano che oggi ritiene invece non dismissibile Per il capo di stato maggiore, ammiraglio La Rosa, il deposito munizioni è strategico e non può essere ceduto
DALL’INVIATO PIERO MANNIRONI
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*LA MADDALENA. *Difficile credere che l’ammiraglio di squadra Paolo La Rosa ignori l’esistenza del documento della Us Navy chiamato in codice R.g.i.s.. Anche perché, quando venne firmato il 5 marzo 2005 dal comandante delle forze navali statunitensi in Europa Harry Ulrich III, il capo di Stato maggiore della Marina italiana era alla guida dell’ufficio per la politica militare del ministro della Difesa Antonio Martino. Di più: aveva funzioni specifiche per i rapporti internazionali, soprattutto nel quadro della Nato e dell’Ue. Eppure, davanti alla Commissione Difesa della Camera, il 13 dicembre scorso, La Rosa è stato netto e preciso parlando del deposito munizioni di Guardia del Moro, nell’Isola di Santo Stefano: «Il suo valore strategico risiede nel fatto che esso è l’unico, tra tutti quelli in uso, in grado di rispondere pienamente a tutti i requisiti operativi logistici». Come dire: non dismissibile perché indispensabile per la Marina. E infatti, nel durissimo confronto con la Regione, la Marina ha dimostrato di non voler mollare Santo Stefano e, di conseguenza, pretende anche di mantenere un presidio nell’area di Moneta, cioé all’interno dell’Arsenale. Quel documento, uscito nel marzo di due anni fa dal Comusnaveur (il comando della Us Navy in Europa), sembra proprio sia stato rimosso, dimenticato. Eppure il Rsip (acronimo che sta per Regional shore infrastructure plan) potrebbe condizionare pesantemente il quadro della trattativa tra Soru e la Difesa, nella quale il presidente della Regione ha finora ottenuto un innegabile successo proprio sul fronte della Maddalena. Il perché è molto semplice: nei documenti americani riservati emerge infatti un elemento che contraddice quanto oggi affermato con forza e determinazione dalla Marina: nel Rsip si dice che lo stato maggiore italiano (Italian defence general staff) offrì nel marzo del 2003 alla Us Navy le aree dell’Arsenale (Western portion), le due caserme Sauro e Faravelli e, addirittura, le strutture di Guardia Vecchia. Non basta. Nello stesso documento si legge infatti che il ministero della Difesa italiano (indicato con la sigla ModI) aveva messo a disposizione della Marina americana anche l’intero comprensorio di Santo Stefano, incluso il tunnel del deposito di munizioni di Guardia del Moro. Il “Piano regionale sulle infrastrutture costiere” varato dagli alti vertici del Comusnaveur vedeva proprio in Santo Stefano il cuore della ristrutturazione e del potenziamento della base navale nell’arcipelago della Maddalena. Nel documento si legge infatti: «Reinforce Santo Stefano/Core mission». Cioé tutto doveva ruotare intorno all’isola dove, nel lontano 1972, la Us Navy aveva creato il centro di assistenza per i sommergibili d’attacco a propulsione nucleare della classe Los Angeles. Potenziamento della base, certo, ma soprattutto una razionalizzazione finalizzata a garantire standard di sicurezza dopo gli attentati dell’11 settembre a New York. All’interno della cornice disegnata dal Rsip era così nato il progetto operativo chiamato in codice Milcon (Military construction), diviso in tre tranches: 992, 993 e 995. Ma nella documentazione della Us Navy affiora anche qualche tensione nei rapporti tra i vertici militari italiani e quelli americani. Per l’area dell’Arsenale, per esempio, leggendo le carte del Comusnaveur, si scopre che la Marina italiana nel 2002 aveva respinto le richieste della Us Navy. Ma l’anno successivo ecco il cambio di rotta: nel 2003 è stata invece proprio la Marina a offrire quelle aree allo Zio Sam. E che ormai tutto filasse liscio come l’olio è provato dal fatto che gli americani avessero già predisposto i progetti, inizialmente affidati allo studio Roger, Lovelock & Fritz Inc. Progetti che non solo prevedevano la realizzazione a Santo Stefano di moli in grado di accogliere anche naviglio di superficie, ma soprattutto consistenti cubature sia nell’area dell’Arsenale e sia a Santo Stefano. Secondo alcuni calcoli di equiparazione, si parla addirittura di qualcosa come 550 mila metri cubi di cemento. Impossibile oggi non porsi la domanda: perché la Marina ritiene oggi non dismissibile, in quanto strategicamente importantissimo, il deposito di Guardia del Moro, a Santo Stefano, se quattro anni fa lo aveva offerto agli americani? Un deposito che, è bene ricordarlo, ha uno sviluppo sotterraneo di oltre dodici chilometri di gallerie e che fino a oggi è stato sottoutilizzato? Negli ambienti militari si sa molto bene che gran parte della struttura è stata costruita con dollari americani proprio perché doveva servire soprattutto alla Us Navy. Anche se la circostanza è stata sempre ufficialmente smentita, è infatti notorio che in quelle gallerie si volevano stoccare le testate nucleari con le quali armare i missili Slmc Cruise, che erano stivati sui sommergibili Usa. Secondo Hans Kristensen, analista indipendente di armi e strategie nucleari che lavora per il Natural resources defense council, fin dal lontano 1992 non ci sono più testate nucleari nell’arcipelago della Maddalena. Ma quel deposito è rimasto comunque sempre altamente strategico per la Us Navy. Sta di fatto che, attualmente, sembra ci siano solo le armi sequestrate il 13 marzo del 1994 sulla nave Jadran Express nello Stretto di Otranto (di proprietà dell’oligarca russo Alexander Zhukov) e mine e torpedini della Marina italiana destinate ad andare presto in pensione L’ammiraglio La Rosa davanti alla Commissione Difesa del Senato ha detto anche: «Guardia del Moro è il deposito dei missili di prossima emissione in linea, per i quali i depositi di La Spezia saranno utilizzati solamente per lo stoccaggio temporaneo di quelli da revisionare o da mantenere». Sembra perciò di capire che la servitù su Santo Stefano debba essere rinnovata non tanto per l’utilità che il deposito ha avuto in passato o, soprattutto, ha nel presente, ma per quella che potrebbe avere un domani. Per riassumere: nel 2003 lo si voleva cedere alla Us Navy e oggi invece lo si vuole tenere per un utilizzo proiettato sul futuro. La sintesi è quindi che oggi potrebbe benissimo essere dismesso, liberando da ogni servitù militare il braccio di mare che va dalle banchine dell’Arsenale fino al mare aperto. Cioé, per intendersi, quella direttrice che diventa fondamentale per lo sviluppo del turismo nautico, sul quale si sta scommettendo per il futuro senza stellette della Maddalena. L’azzeramento della servitù su Santo Stefano, poi, eliminerebbe automaticamente l’area di supporto che la Marina rivendica a Cala Camiciotto. Il canale, nel quale guarda caso il pescaggio maggiore è proprio a rido sso di Santo Stefano, verrebbe così completamente liberato da ogni vincolo. E salterebbe così anche l’ultimo tappo che frena la tanto attesa riconversione economica dell’arcipelago maddalenino.




*LA MADDALENA. *Salvatore Sanna non ha dubbi: «La servitù militare su Santo Stefano ...

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*LA MADDALENA. *Salvatore Sanna non ha dubbi: «La servitù militare su Santo Stefano non esiste più». Per il leader dell’opposizione in consiglio comunale, ma soprattutto profondo conoscitore di questioni militari, la servitù su Santo Stefano è una bomba politico-giuridico innescata. La sostanza è questa: la servitù scadeva il 7 marzo e i tempi previsti nei meccanismi della legge 898 del 1976 avrebbero reso impossibile il rinnovo nei termini previsti. Il decreto di conferma del ministro sarebbe cioé arrivato fuori tempo massimo. Sull’intesa Regione-Difesa firmata il 28 marzo scorso, Sanna dice che «sarà un ottimo risultato soprattutto se i tempi del trasferimento definitivo saranno celeri, e se altrettanto celeri saranno i tempi di implementazione dei progetti per il settore turistico-alberghiero, e per il polo cantieristico-nautico». «Perché il risultato sia pieno - dice ancora - è necessario completare in tempi brevi la liberazione dell’area marina e terrestre tra Moneta, Santo Stefano e Caprera da qualsiasi vincolo militare. Il Deposito Munizioni incavernato di Santo Stefano, oggi disattivato per l’estinzione giuridica della servitù, non deve essere riproposto, liberando così anche l’Arsenale di qualsiasi ingombro residuale». Continua: «La Marina italiana aveva già ceduto l’uso delle aree di Moneta e di Santo Stefano alla US Navy, per il suo progetto di potenziamento abortito. La stessa Marina deve ora cedere quelle aree al futuro dei maddalenini. La liberazione dal nucleare statunitense non può essere mortificata da un riuso militare dell’arcipelago, da parte della Marina italiana, incompatibile con il nuovo sviluppo economico dell’arcipelago».
*P.M.





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