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Muscoli più negoziati,Torna il fantasma,della Guerra Fredda



L’attacco al sogno nucleare degli ayatollah
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Dietro le esercitazioni a sorpresa della grande armata della Us Navy a ridosso delle acque territoriali iraniane c’è la strategia della Casa Bianca di tenere sotto pressione Teheran in coincidenza dell’inizio dei colloqui sull’Iraq. Come avveniva con Mosca ai tempi della Guerra Fredda, Washington gioca su più fronti: mostra gli arsenali, negozia, conduce operazioni segrete, sostiene il dissenso e costruisce alleanze.

Se la dottrina Usa del contenimento aggressivo dell’Urss nacque dal «lungo telegramma» scritto dall’ambasciatore a Mosca George Kennan fra il 1944 e 1946, nel caso dell’Iran il documento iniziale è stato il rapporto dell’«Iraqi Study Group» di John Baker e Lee Hamilton che a fine 2006 ha suggerito al presidente George W. Bush un approccio simile. «Bisogna negoziare con l’Iran al fine di tutelare meglio i nostri interessi» disse Baker, ex Segretario di Stato di Bush padre, citando a chiare lettere il precedente dell’Urss. E questo è proprio quanto sta avvenendo: il 28 maggio a Baghdad gli ambasciatori di Usa e Iran daranno vita ai primi colloqui ufficiali da 27 anni, incentrati sulla situazione in Iraq, e l’Us Navy si esercita a possibili sbarchi per rammentare agli ayatollah che Washington quando parla non cede ma aspetta risultati. Durante la Guerra Fredda tensioni militari e negoziati si sovrapponevano spesso: dal blocco di Berlino, alla crisi di Cuba, fino allo schieramento dei missili SS20, Pershing e Cruise in Europa, la dimostrazione di forza bellica si è accompagnata a contatti e trattative su interessi contrastanti. In questo caso a illustrare gli interessi americani è stato il vicepresidente Dick Cheney parlando tredici giorni fa dal ponte della porterei Uss Stennis che guida le operazioni della Navy di fronte alle coste iraniane: «Non vi consentiremo di avere le armi nucleari e manterremo aperte le rotte nel Golfo». Come dire: gli ayatollah devono rinunciare al sogno delle atomiche come a mire egemoniche regionali.

E’ questo contenimento aggressivo la cornice nella quale l’ambasciatore Ryan Crocker si presenterà a Baghdad con la richiesta di bloccare gli aiuti alla guerriglia irachena, facendo capire che accettando di disinnescare la guerra civile fra sciiti e sunniti Teheran può diventare un interlocutore negli equilibri in Medio Oriente, mentre rifiutando rischierà un crescente isolamento. Le pedine del grande gioco di Bush attorno all’Iran sono tutte in bella mostra: Us Navy a parte, ha autorizzato la Cia a condurre azioni clandestine in Iran, sostiene il dissenso interno di sindacati e intellettuali, e all’Onu ha consolidato un’intesa con i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza che preannuncia una terza risoluzione disseminata di sanzioni contro il nucleare. La morsa sull’Iran suggerita da Baker, sostenuta dall’Arabia Saudita e realizzata dal tandem Condoleezza Rice-Cheney si sta stringendo. L’unica, ma significativa, differenza rispetto alla Guerra Fredda è che in questo caso Bush e Cheney ripetono: «Ogni opzione è sul tavolo». Ricordando a Teheran che non dispone della deterrenza che aveva l’Urss e dunque un attacco non può essere escluso.

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