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Disarmo e riconversione, vogliamo deciderci?



Si vorrebbe leggere articoli con contenuti più pregnanti di questo, vabbè l'intenziona buona, ma la realtà è un pò più complicata:

http://www.difesa.it/files/rassegnastampa/070625/ESXAX.pdf

l'intervento
Disarmo e riconversione, vogliamo deciderci?
Francesco Martone

L'intervista a Gianni Alioti (Fim-Cisl) sulla riconversione dell'industria bellica apparsa su il manifesto del 20 giugno scorso mette in evidenza un elemento estremamente critico in vista della discussione del prossimo Dpef, ovvero il rapporto tra politiche industriali, produttive e spesa militare. Nel 2006 i dati del Sipri confermano la forte ripresa dell'esportazione militare italiana già segnalata dalla recente relazione della Presidenza del consiglio sull'export di armi che riporta, per il 2006, commesse e autorizzazioni per oltre 2,1 miliardi di euro. In questo quadro, il rilancio delle iniziative sulla riconversione serve per sciogliere una volta per tutte l'assioma, presente anche nell'azione politica ed industriale del governo di centro-sinistra, secondo il quale l'industria bellica rappresenta il principale volano per l'esportazione del made in Italy e quindi per la creazione o la tutela di posti di lavoro. Un'iniziativa forte si rende necessaria in tal senso anche per contrastare fin d'ora la prevedibile impennata delle spese militari nella prossima finanziaria, e per controbattere alle affermazioni contenute nella relazione introduttiva all'ultimo rapporto al parlamento sulla legge 185/90, secondo il quali la riconversione non sarebbe conveniente né praticabile dal punto di vista economico. Accanto alla proposta che ci si augura venga sostenuta dalle forze della sinistra di alternativa, andrà però affiancata una campagna di resistenza, contro uno dei più delicati comparti di spesa militare futura, quella relativa allo Joint Strike Fighter. Un progetto che, a detta di varie Corti dei conti, rischia di essere un pozzo senza fondo in termini economico-finanziari ed intorno al quale si sta coalizzando un fronte di associazioni e movimenti. Sul piano politico nazionale, riprendere la discussione su una legge sulla riconversione servirà a rilanciare il dibattito pubblico sullo strumento militare italiano, in chiave soprattutto europea e internazionale, viste le mutate condizioni storiche, geopolitiche e geoeconomiche in cui uno strumento militare, pensato essenzialmente per difendere il territorio nazionale, si trova ad essere sempre più usato come «proiezione» di forza verso l'esterno o come parte di missioni internazionali, quando non di guerre non dichiarate come quella in Iraq. Ciò fornirebbe lo spunto per un ripensamento dell'organizzazione militare italiana, che consenta di enfatizzare le idee e i metodi della difesa popolare nonviolenta, dell'obiezione fiscale alle spese militari, dell'organizzazione di corpi di pace al posto dei reparti armati che rappresentano l'Italia negli scenari di crisi. I conflitti in corso sono anche il frutto delle sconsiderate politiche di esportazioni di armi del recente passato e l'intensità e la pericolosità dei futuri conflitti dipende anche dalle esportazioni belliche di oggi e di domani. E' paradossale che, mentre da un lato si vuole combattere una guerra totale contro il terrorismo, dall'altro si allargano le maglie del controllo della vendita delle armi. Il disegno di legge che vede la mia prima firma e che giace tuttora in Commissione attività produttive del Senato, prevede la costituzione di un'Agenzia nazionale incaricata della riformulazione delle politiche industriali al fine di una riconversione ad usi civili, ed Agenzie regionali per lo studio e l'attuazione dei progetti di riconversione dell'industria bellica e per la promozione dei progetti e dei processi di disarmo. Così facendo si realizzerà una maggiore democraticità nella proposta di riconversione, una maggiore partecipazione degli interessati e quindi anche una più dettagliata conoscenza del problema. Insomma la riconversione dell'industria bellica, il disarmo nucleare e la riduzione delle spese militari forniscono un'opportunità da non perdere per la sinistra alternativa al fine di creare una sinergia costruttiva con movimenti e realtà sindacali, al contempo rafforzando una politica estera, industriale e commerciale di pace e prevenzione dei conflitti, senza che ciò vada a discapito del diritto al lavoro.
* Senatore Prc-Se