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Ascolta la vita: ci dà quello che ci metti dentro-Grace Paley



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Grace Paley disse: “L’arte è lunga e la vita troppo breve”. La vita di
Grace per fortuna sua e nostra, non è stata breve, è nata nel 1922 ed è
morta all'età di 84 anni nella sua casa di Thetford Hill, nel Vermont,
in seguito ad un tumore al cervello. L'annuncio della scomparsa è stato
dato dal marito, il drammaturgo Robert Nichols. Si è definita "una
pacifista aggressiva".

Aveva capito "L'importanza di non capire tutto" proprio tramite le
piccole donne che vivono nelle sue stesse storie, fatte di grosse bugie
ed enormi verità.
Sono comuni protagoniste di guerra politica femminismo, come lei, che a
dodici anni venne sospesa a scuola per aver firmato una lettera di
protesta contro la guerra.
Brulicano nello sfondo di New York, figli mariti amanti, piccoli grandi
uomini che consolano e deludono, nella comune lotta quotidiana per
sopravvivere:“E’ responsabilità del poeta essere donna, non perdere
d’occhio il mondo e gridare come fece Cassandra, ma per farsi ascoltare,
questa volta”.
Emigrati e migranti, le guerre di ieri come il Vietnam e le guerre di
oggi sempre condotte dagli Usa, fanno da sfondo ai suoi saggi e racconti
e poesie, Grace raccomanda 'L'importanza di non sapere
tutto" (raccolta di suoi scritti) dove consiglia agli allievi: "Se a una
domanda pensate di avere subito pronta la risposta, lasciate perdere
l'argomento. Ci sono cose che riguardano gli uomini e le donne e le loro
reciproche relazioni, ci sono modi in cui si riferiscono della quasi
immediata distruzione del mondo che io non riesco a capire. E niente,
nella letteratura critica o storiografica, farà diminuire di una virgola
la mia ignoranza. Dovrò
farlo tutto da sola mettendo insieme le prove. Alla fine, probabilmente
tutto quello che dovrò fare sarà mostrare più mistero - una certa
traduzione della vita fatta con destrezza, quella lingua straniera della
fiction, il gergo dell'uomo".
Quelli che capiscono tutto dice Grace, sono i critici, i giornalisti, gli
scienziati. Lo scrittore invece è tale perché non capisce ciò di cui
scrive. E’ uno studioso della vita, ma non la comprende mai del tutto.
Meno ne sa, più potenziale narrativo ha.
Le lingue straniere da lei conosciute erano di fatto tre, inglese russo
yiddish, genitori ebrei ucraini, abitò con la sua famiglia e raccontò
la vita di tutti i giorni nel Lower East Side e nel Bronx, i quartieri
di New York dove è nata e vissuta.
“È responsabilità di chi è poeta”, scrive Grace Paley, “ascoltare le chi-
acchiere e farle circolare nel modo in cui i cantastorie decantano la
storia della vita”. “Ogni giorno ha il suo rumore” che può essere causato
da motivi differenti, dal litigio o dalla felicità, può svilupparsi in
luoghi diversi, dentro la casa e fuori nel quartiere, essere di breve o
di lunga durata, ma è sempre presente.

Come ebbe a dire Annalucia Accardo, che insegna Letteratura
angloamericana alla Sapienza di Roma che intervenne molti anni fa ad un
convegno dal titolo "Silenzio Cantatore":“Le stridule voci” diventano
“sempre più acute”,perché “ognuno ha qualcosa da dire al suo vicino”.
Esperte urlatrici sono soprattutto le madri, le cui voci “toccano quasi
la barriera del suono”. L’attività di ascoltare (“to listen”), la
passività di udire (“to hear”) e la fatica di essere ascoltate (“to be
listened).
In questo modo da donna del femminismo tiene insieme pubblico e privato
in una maniera tutta particolare: non smette di aspettarsi il meglio per
sé innanzi tutto, ma anche per gli altri, per il mondo: ci narra quindi
un vivere che si industria con vitalità fra pretese di gioia e
assunzioni di responsabilità. Ascoltare è una forma di azione, e per
questo non è facile ascoltare e parlare insieme: la determinazione ad
ascoltare si incrocia e si scontra continuamente con l’impulso a parlare
e con il desiderio di essere ascoltati. Così l’ascolto diventa un atto
conflittuale, parziale e competitivo.
Ascoltare significa anche tacere, e in un mondo in cui tutti parlano, nes-
suno ascolta: spesso, chi lotta per conquistarsi il diritto a parlare non
ha spazio per accogliere la parola degli altri. Farsi sentire significa
allora alzare la voce per sovrastare i rumori di fondo della strada e
della città, e per tener fuori le voci degli altri dal proprio spazio
sonoro.
Così, Grace Paley esplora tutte le sfumature dei verbi gridare, urlare,
strillare: to scream, to holler, to shout, to bawl, to cry out, to roar,
to harangue, to call out, to yell; ma, i suoi personaggi sperimentano
anche
i vari modi per ingiungere di tacere: Sch, zitta, fai silenzio, chiudi
la bocca, chiudi il becco, basta, taci: Ssh, shut up, be quiet.
Parlare è in primo luogo una necessità, come respirare: “Raccontare!
Questo allenta un po’ la congestione - i polmoni sono fatti per respirare,
niente segreti. Mia moglie non parla mai, tossisce, tossisce. Tutta la
notte. Si sveglia, ahi, Iz, apri la finestra, non c’è aria. Povera donna,
se vuoi respirare, devi parlare” . Molti personaggi di Grace Paley non
possono trattenersi dal parlare: “devo dirlo”,“voglio raccontare tutta
la storia”, “lascia che te lo dica”. Ma parlare è anche un piacere,
“quasi meglio di una scopata”. “Felicità” è avere “tre o quattro amiche
del cuore a cui raccontare qualsiasi fatto personale e con cui discutere
poi al livello più profondo e
disperato. Non è un caso, allora, che le urla volte ad azzittire gli
altri escano soprattutto dalla bocca delle madri: è un modo per
completare il paradosso. La figura da cui si aspetta il massimo di
ascolto, disponibilità e comprensione è anche quella la cui parola è più
negata, e con più bisogno di conquistarsi una voce ed un ascolto da
parte del mondo.

“Ma chi ascolta?”

Dentro-fuori collettivo-privato Grace Paley ha conosciuto il respiro e i
sospiri di noi donne.
Ciao carissima amica e sorella.

Doriana Goracci