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IL CASO DAL MOLIN. Il popolo delle pentole non si rassegna, ma questa volta mancano i big



In fondo vi è un commento del giornalediVicenza online sulla manifestazione di ieri.

In un articolo del New York Times intitolato "L’Italia non si ama", l’ambasciatore Usa in Italia Ronald P. Spogli dichiara che gli italiani devono riuscire ad eliminare l'edera che rischia di soffocarla.

La manifestazione di ieri rende visibile tutta la tenacia di quella parte degli italiani che non vogliono essere soffocati dal servilismo di politicanti al governo verso gli USA e verso la guerra come stato di eccezione permanente.
Una tenacia capace di uscire dalla sottomissione e indifferenza.

Non dice l'ambasciatore quanto gli USA stiano nel caos totale:
http://www.boston.com/bostonglobe/editorial_opinion/oped/articles/2007/12/10/all_power_no_influence/

Dimentica tutte le basi USA presenti, da Camp Ederle a Vicenza presente dal 1965 al suo raddoppio. Sicchè i soldati americani passeranno da gli attuali 2700 ai 4500 compresi i famigliari per un totale di 16000 soldati americani presenti in Italia. E poi Camp Derby, Aviano, Gaeta, Napoli, Sigonella, solo per citare le principali. A Ghedi gli americani ci fanno il piacere di conservare solo le testate nucleari.

Per non parlare dei programmi industriali di natura militare quale ad esempio l'F35. Un velivolo che va avanti a forza di iniezioni milionarie ma che ha una marea di problemi
http://www.nieuwsbank.nl/en/2007/11/20/J001.htm

IL CASO DAL MOLIN. Il popolo delle pentole non si rassegna, ma questa volta mancano i big
Oltre 30 mila in marcia al corteo del No

Ce l’hanno con il governo di Romano Prodi, con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con le alte gerarchie della Chiesa cattolica, con il sindaco Enrico Hüllweck e con l’ex premier Silvio Berlusconi, con George W. Bush, naturalmente, e con la cappa di silenzio che è calata sul popolo delle pentole sulla scena nazionale. Il terzo maxi corteo contro il Dal Molin a stelle e strisce era stato anticipato da una vigilia di grande paura, quella di ritrovarsi in quattro gatti dopo l’ubriacatura dei 100 mila in marcia a febbraio. La paura che stesse per prevalere la rassegnazione: «Il Dal Molin è una questione chiusa», avevano detto in settimana prima il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, poi il presidente della Repubblica Napolitano, immortalati mentre a Washington stringevano le mani di Bush e Condoleezza Rice. Quella paura è invece sfumata alle 14 di ieri, davanti alla stazione, quando il popolo delle pentole ha iniziato a prendere le misure del corteo: tre ore dopo, a marcia conclusa, dai microfoni del palco mobile allestito su un camion alla testa del serpentone, i leader del movimento parleranno di 80 mila presenze. La questura, che ha sorvegliato la manifestazione con decine di agenti sulle strade e in volo dall’elicottero, calcola invece più di 30 mila partecipanti. Comunque al di sopra delle previsioni, nonostante il clima rigido e la neve ai bordi del circuito. La prima fila, che indossava maschere bianche a simboleggiare l’invisibilità di Vicenza agli occhi di chi governa il Paese, si è messa in moto alle 14.10; quando ha raggiunto porta S. Croce, anche l’ultimo manifestante si metteva in marcia: mancavano una manciata di minuti alle 15. Quando davanti alla stazione sono andati in scena i comizi finali, la coda stava compiendo il giro di boa a porta S. Bortolo. «Sono felicissima, questa è una risposta eccezionale a chi sostiene che il caso Vicenza sia chiuso - dichiara Cinzia Bottene, la pasionaria del Presidio permanente -. Questa vicenda è invece aperta, molto aperta e noi non ci fermeremo qui». «Questa grande partecipazione - afferma Giancarlo Albera, portavoce del Coordinamento dei comitati - è la dimostrazione che il dialogo, l’unità, il coinvolgimento di tutte le anime del movimento, alla fine pagano. Qualsiasi cosa accadrà, Vicenza è in grado di dire no. Questo corteo è la prova che non siamo rassegnati». Il corteo è stato colorato e pacifico, secondo le parole d’ordine fatte circolare dai promotori. Per la prima volta, però, qualcosa non ha funzionato nelle retrovie, dove alloggiavano i centri sociali extravicentini, che si sono resi protagonisti di alcuni momenti di tensione, segnati dalla fuoriuscita dal serpentone in direzione della caserma Chinotto, e di alcuni vandalismi, con scritte sui muri della stazione, di condomini, di banche e del nuovo teatro Quanti fossero i vicentini, al solito, rappresenta la vera battaglia delle cifre a chi vuol dare un taglio politico all’evento: pochi, secondo colonnelli e generali del centrodestra; molti, la maggioranza, a detta dei No base e della Sinistra arcobaleno. Pochi o tanti, con i vicentini c’erano rappresentanti dei movimenti No Tav e No Mose, No all’ampliamento dell’aeroporto senese di Ampugnano, No agli F35 a Novara, No alle modifiche a Malpensa. Si sono segnalate delegazioni statunitensi, ceche, spagnole, tedesche, belghe, polacche. C’era la Sinistra arcobaleno, non c’erano i suoi big. Né c’era, in veste ufficiale, la Cgil: un vuoto a più riprese segnalato dai protagonisti. Mattatore sul camion, per tutti i 4 chilometri scarsi di percorso, è stato don Andrea Gallo, il prete dei centri sociali. Collare, colbacco, sigaro e sciarpa arcobaleno, don Gallo ha ritmato i cacerolazos: «Americani, tornate a casa vostra», declinato ogni trecento metri. Il prete ha ringraziato «i 51 sacerdoti vicentini che si sono schierati contro la base, sono usciti dalle loro chiese». Poi ha reso omaggio alle vittime sul lavoro, elevando la preghiera: «Mai più incidenti». In viale Roma, quando ormai il corteo era finito, ha fatto la sua comparsa Dario Fo, che ha sparato ad alzo zero contro il governo dell’Unione: «Questa è una manifestazione di popolo nel vero senso della parola, persone con grande dignità e forza d’animo. I governanti, invece, sono ciechi e sordi». Poi dal palco ha rincarato la dose: «Che differenza c’è fra voi e Berlusconi? Nessuna. Siete bugiardi e ce lo ricorderemo. Non ascoltate la gente e questo sarà la vostra tomba». Concetti conditi con epiteti e parolacce assortite. Nel mirino della Bottene, invece, finiscono il sindaco Hüllweck, ma anche il vescovo Cesare Nosiglia: «Lo abbiamo visto ritratto durante l’inaugurazione del nuovo teatro in mezzo alle signore ingioiellate. Il posto giusto per un prete sarebbe qui in mezzo alla gente». Ma il bersaglio numero uno resta il Capo dello Stato: «Napolitano la smetta di fare la First Lady di Bush - ha accusato dal palco - e sia garante della Costituzione, calpestata dal Dal Molin».

http://www.ilgiornaledivicenza.it/cronaca.htm