[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

Nella Silicon Valley del deserto israeliano



Nella Silicon Valley del deserto israeliano


ALBERTO STABILE

Certe volte i miracoli si ripetono. Come a partire dagli anni Venti in poi i pionieri del sionismo riuscirono a far fiorire il deserto, così, a cominciare dagli anni 90, i pionieri dell’hightech sono riusciti a trasformare Israele in una potenza tecnologica alla pari dei paesi più avanzati. Con le proprie caratteristiche, naturalmente, come denuncia chiaramente il nome dato alla regione costiera tra Haifa e Tel Aviv in cui si raggruppano la maggior parte delle aziende del settore. Silicon Wadi è stata chiamata e non Silicon Valley perché è il wadi, il greto asciutto di un torrente che scorre, quando scorre, sotterraneo, tra colline riarse, la caratteristica del paesaggio israeliano. La metà, per estensione, rispetto alla Silicon Valley, cioè 6mila chilometri quadrati, Silicon Wadi è la culla di un formidabile successo. Le società israeliane presenti al Nasdaq sono 120, il che pone Israele al terzo posto, subito dopo Stati Uniti e Canada e davanti a tutti i paesi europei messi insieme, per numero di società quotate nel listino tecnologico americano. Solo nel 2006 sono state oltre 3500 le startup nel settore del software. Per non dire d’alcune vendite nell’ordine di miliardi di dollari che hanno fatto titolo sui giornali. Un boom che dura nel tempo malgrado la bolla tecnologica e la quasi contemporanea esplosione in Israele della seconda Intifada. Il permanere del conflitto tra israeliani e i palestinesi, così come l’ostilità di buona parte del mondo arabo, non sembra aver inciso più di tanto nella crescita record fatta registrare dall’economia israeliana negli ultimi anni. La Seconda guerra del Libano del luglioagosto del 2006, ad esempio, non ha impedito che l’economia israeliana crescesse, quell’anno del 5,1 per cento, né che le esportazioni hitech aumentassero del 22 per cento. Ma non c’è nulla di miracoloso in questo successo. Cultura e istruzione, iniziativa, spirito di gruppo, sono i tre elementi fondamentali della nascita e dello sviluppo della nuova imprenditoria israeliana. In secondo luogo, un’azione efficace dello stato sul fronte degli incentivi e delle infrastrutture. Ha contato anche il massiccio afflusso d’immigrati russi a partire dal 1989, un milione di persone, fra le quali oltre cinquemila ingegneri e scienziati, nonché un numero imprecisato di tecnici informatici, che hanno trovato in Israele le condizioni per mettere in pratica la loro conoscenza e sviluppare idee e progetti che il sistema sovietico gli aveva impedito di sviluppare. Ma decisivo è stato l’intervento dello Stato. La base l’ha offerta il sistema scolastico che in Israele sforna il 28% di laureati e l’1,35 di ingegneri e scienziati (contro lo 0,80 degli Stati uniti e lo 0,45 del Canada). Superfluo aggiungere che Scienze e Tecnologia hanno priorità nei programmi scolastici. Ma se la scuola ha fornito il materiale umano, diciamo così allo stato grezzo, il laboratorio per una prima fondamentale specializzazione e sperimentazione nel campo delle nuove tecnologie è stato offerto dall’Esercito. L’Idf ha sempre puntato sull’innovazione (Mamram, il primo centro computerizzato militare risale al 1960) e l’innovazione ha permesso all’Idf di conseguire un vantaggio strategico rispetto agli eserciti della regione contro i quali si è trovato a combattere. La maggior parte della classe dirigente israeliana si è formata nei ranghi delle Forze Armate. L’esercito in Israele è un cacciatore di cervelli. I giovani intellettualmente più dotati vengono individuati sui banchi di scuola. Le famiglie considerano un onore che i propri figli siano arruolati nelle unità d’intelligence, dove vengono studiati e sperimentati gli strumenti tecnologici più avanzati nel wireless, nei network, nella sicurezza delle comunicazioni. Conclusa la carriera militare molti di questi ufficiali aprono un’azienda. Zohar Zisapel, fondatore con il fratello Yakhov del Grupo Rad (13 aziende, 18 mila dipendenti, entrate per 450 milioni di dollari), detto il Bill Gates israeliano, exufficiale nei servizi d’intelligence, spiega così la nascita del boom: «Noi diciamo che la persona che ha creato l’industria della Difesa israeliana è stata Charles De Gaulle perché il suo embargo ci ha dato la spinta per mettere in campo le nostre energie». Era il 1967, guerra dei Sei Giorni: vittoria israeliana ed embargo della Francia, allora maggiore fornitore d’armi a favore d’Israele. Nel periodo prima che gli Stati Uniti sostituiscano la Francia, gli israeliani si rimboccano riescono a sviluppare la loro tecnologia militare. A metà degli anni 90 con l’irrompere sulla scena di Internet, l’hitech israeliano inventato nei laboratori di ricerca dell’esercito viene particolarmente richiesto. Il web, pone alle imprese problemi di sicurezza: l’Idf ha già risolto il problema di come collegare fra di loro i computer senza pregiudicare la sicurezza di quelli che contengono informazioni segrete e l’industria israeliana se ne avvantaggia. Gil Shwed fonda la Check Point e inventa Firewall, un software destinato a proteggere sistemi organizzativi connessi a un network esterno. E non è l’unica invenzione riuscita. Tre anni di servizio militare obbligatorio, più una sostituzione annuale di un mese fino ai 40 anni, creano legami interpersonali solidissimi. L’abitudine a condividere mansioni ardue e rischiose, il cameratismo responsabile, l’informalità dei rapporti gerarchici: tutto questo rende i giovani israeliani particolarmente adatti al lavoro di squadra. Il senso del gruppo non cessa con la fine del servizio militare ma si prolunga nella vita civile e trova terreno fertile nella creazione d’impresa. Sono quattro ventenni, Yair Goldifnger, Arik Vardi, Sefi Vigiser e Amnon Amir a fondare nel 1996 Mirabils, una web company destinata ad introdurre una nuovo modo di comunicare attraverso il web. Lesti ad intuire la popolarità d’Internet, i quattro capirono anche che milioni di persone erano collegate in rete ma non erano interconnesse. Quattro mesi dopo la nascita di Mirabilis venne lanciato il programma ICQ, I seek you, uno strumento che permetteva agli utenti di ritrovarsi online e di creare canali di comunicazione peertopeer. Il successo di ICQ e di altri gadget della comunicazione prodotti al ritmo di uno al mese, tra cui anche i programmi per la chatroom, fu subito riconosciuto, finché nell’88 la compagnia Mirabilis venne acquistata da Aol per 400 milioni di dollari. Uno dei finanziatori dell’impresa fu Yossi Vardi, un uomo d’affari che a puntare sull’hitech ci ha visto prima degli altri. Yossi aveva una buona ragione per scommettere i suoi soldi. Uno dei quattro fondatori di Mirabilis, Arik Vardi, è suo figlio e Yossi credeva nelle doti del ragazzo e dei suoi amici. Tant’è che cominciò a girare il mondo per promuovere ICQ, senza timore di ammettere che Mirabilis non produceva alcun reddito. Di società a reddito zero ne sono nate e morte a centinaia negli anni del boom dell’hitech. Tuttavia quelle che hanno avuto successo hanno prodotto un effettovolano che tuttora resiste. Fino al 2002 in Israele sorgevano 500 startup l’anno, ma il ritmo è rimasto sostenuto: lo Stato, prima che i privati, ha capito che favorire la creatività imprenditoriale dei nuovi manager della tecnologia era un buon affare. L’istituzione dell’Ufficio del Chief Scientist, che avalla i progetti più innovativi e vendibili sul mercato internazionale e ne facilita il finanziamento, va di pari passo alla creazione dell’Israeli Venture Capital, una società finanziaria pubblica che con un primo programma di cento milioni di dollari chiamato Yozma (in ebraico iniziativa) ha dato vita a dieci fondi di Venture Capital per sostenere le startup tecnologiche. Il resto l’ha fatto il mercato, la fiducia degli investitori americani nelle risorse dell’imprenditoria israeliana ha portato le maggiori imprese hitech del mondo ad aprire settori dedicati alla Ricerca e Sviluppo in Israele, Motorola in testa, seguita da Intel, Ibm e così via. Ma soprattutto ha favorito massicci investimenti nei fondi destinati alla VC community fino a raggiungere la cifra record di quattromila miliardi di dollari. Adesso c’è qualche segnale di pausa. Le condizioni dell’economia americana peggiorano, ma l’Europa ha trovato incentivi per puntare sull’hitech israeliano. Nell’aula magna del Technion di Haifa (il prestigioso istituto di ricerca, fucina di premi Nobel) Zohar Zisapel illustra le strategie del gruppo. La parola d’ordine è unified communication, la comunicazione audiovideo più sofisticata. «La voce – dice il Gates israeliano – resta il principale strumento di comunicazione, ma niente come la possibilità di vedere in faccia la persona che ascolta aiuta a capirsi». La videoconferenza cederà il passo alla telepresenza. A costi accessibili, naturalmente.

Repubblica, 14-01-08