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Estonia, Google Help Cyberlocked Georgia



http://blog.wired.com/defense/2008/08/civilge-the-geo.html

Un articolo del luglio 2007 apparso su LeMondeDiplomatique.
L'attuale guerra si inserisce in un contesto di continua espansione ad EST che USA (e la supina Europa) pensavano di poter determinare con troppa facilità. Vedremo quale sarà la proposta che Europa e NATO faranno alla Russia e relativa risposta.

Riforme neoliberali, fervore patriottico, autoritarismo, eccesso di armamento

Il cocktail esplosivo dei «rivoluzionari» georgiani

Riunitisi a metà giugno a Baku, i dirigenti del Guam (Georgia, Ucraina, Azerbaigian, Moldavia), cui si sono aggregati quelli lituani, polacchi e rumeni, si propongono di incrementare il trasporto di idrocarburi dal mar Caspio verso l'Europa aggirando la Russia. Inoltre, hanno convenuto di creare un fronte comune contro il «separatismo» nei propri paesi. A questa cooperazione rivolta contro Mosca, il presidente georgiano Mikhaïl Saakachvili, che ha definito questo vertice come una «rivoluzione geopolitica», porta un contributo determinante.

dal nostro inviato speciale Vicken Cheterian*

In occasione di una visita di routine al posto doganale di Opiza, non lontano da Tbilisi, il presidente georgiano Mikhaïl Saakachvili affrontato da alcuni cittadini scontenti del funzionamento dell'amministrazione, decise immediatamente di destituirne il capo e diede queste direttive al suo primo ministro Zurab Noghaïdeli: «Licenzi tutto il personale di questo servizio. Prenda gente nuova, con uno stipendio di 1.000 gel [443 euro] e dia istruzioni precise, non voglio più vedere qui gente scontenta (...). Se vogliamo davvero costruire una economia libera (...) che si sviluppi velocemente e in modo dinamico, dobbiamo fare in modo di disporre di strutture che si preoccupino meglio dei cittadini (1)». Lo stesso giorno, il presidente ordinò la chiusura di un'altra amministrazione, la Commissione nazionale georgiana per la regolamentazione dei trasporti, definendola «parassita». Questi fatti bastano da soli a dare un'idea di quanto sta succedendo in Georgia, vale a dire una rapida trasformazione sociale, dall'alto verso il basso. Tra le varie «rivoluzioni colorate» non violente (2), la Georgia appare come una eccezione: mentre quelle di Serbia, Ucraina, Libano o Kirghizistan hanno provocato la paralisi politica, con un presidente e un primo ministro esponenti l'uno del vecchio regime e l'altro del campo riformista, i dirigenti georgiani della «post-rivoluzione» verificatasi nel 2003 (3) si considerano inviati dal popolo a cambiare le cose. Usciti da questi sconvolgimenti, il presidente Mikhaïl Saakachvili e la sua squadra hanno assieme il potere e la volontà di riformare la società georgiana. Per capire gli obbiettivi di questa evoluzione, occorre ricordarne le cause e quindi lo stato del paese alla fine del precedente regime. Sotto l'ex-presidente Eduard Shevardnadze, la Georgia desiderava riavvicinarsi alle nazioni occidentali - è il periodo in cui Tbilisi espresse l'intenzione di entrare nella Nato - e godeva di numerose libertà politiche e del pluralismo. Tuttavia la democrazia di Shevardnaze poggiava su uno stato debole, che non ispirava gran rispetto in Occidente e non consentiva di porre mano alle necessarie riforme economiche. Clan criminali e corrotti la facevano da padroni. I «rivoluzionari» odierni, invece, sono usciti dall'ala più riformista e più occidentalizzata del partito di Shevardnaze. Alla fine del 2001, essi avevano deciso di rompere con l'uomo che veniva chiamato la «volpe bianca», per costruire uno stato forte in grado di affrontare la modernizzazione del paese. Questa trasformazione ha un obiettivo preciso: l'«occidentalizzazione». Non solo la Georgia vuole assomigliare ai paesi dell'Ovest, vuole anche avere un ruolo centrale in questo gruppo di nazioni: «Per gli occidentali, siamo un possibile partner, non un piccolo paese che elemosina la loro protezione» (4) dichiara il presidente Saakachvili. Da parte dei georgiani, il desiderio di entrare a far parte dell'Occidente è di ordine politico, ma anche ideologico e affettivo. Appartenere all'Ovest significa raggiungere un mondo sentito come moderno e rinunciare a un passato sovietico vissuto come arcaico. È una reazione dell'immaginario a tutte le disgrazie di cui soffre il paese, la prima delle quali è proprio la Russia, che i georgiani percepiscono come ancora sovietica. Mosca ha rappresentato a lungo la via della modernità - per il nazionalismo georgiano del XIX secolo, per i mensevichi social-democratici dell'inizio del XX, per i comunisti georgiani all'epoca di Stalin e Beria. Questa immagine è scomparsa nel 1989 quando l'esercito sovietico ha aperto il fuoco su manifestanti inermi a Tbilisi, uccidendo diciannove persone. La Russia è allora diventata il simbolo di tutti i fallimenti che il paese ha conosciuto. I sentimenti antirussi hanno d'altra parte permesso di compattare un'elite lacerata da profonde divisioni. Molti cambiamenti politici derivano da queste considerazioni di ordine emotivo, o addirittura ideologico. In pochi anni, la giovane «rivoluzione delle rose» ha imposto veri cambiamenti: lo stato ha consolidato il suo potere all'interno del paese e sulla scena internazionale. Riesce a prelevare le tasse, a pagare regolarmente gli stipendi dei funzionari dell'amministrazione pubblica e a mettere in opera progetti di infrastrutture. Combatte energicamente la corruzione - uno tra i fallimenti più pungenti del vecchio regime. Interi settori sono stati smantellati e riformati: in particolare l'esercito e la polizia, ieri simboli più clamorosi della corruzione e dell'incuria dello stato, sono stati profondamente riformati e nuovi ufficiali immessi nei quadri. Ma la trasformazione più profonda riguarda l'educazione. «Le nostre riforme si propongono di alzare il livello del nostro sistema - ha dichiarato Gigi Tevzadze, rettore dell'università Ilia Chavchavadze e uno dei fautori delle nuove misure. Per quindici anni non si è fatta alcuna riforma e le conquiste del periodo sovietico non hanno resistito - e aggiunge: Il degrado dell'insegnamento ha favorito la corruzione in questo settore». Secondo Tevzadze, alcuni anni fa gli studenti dovevano pagare bustarelle da 500 a 15.000 dollari per accedere a una università diventata peraltro conservatrice: «Molti docenti ritenevano che il loro ruolo fosse quello di inculcare una identità nazionale agli studenti, e non quello di impartire loro le conoscenze di base». Oggi, sul modello inventato da Milton Friedman, lo stato dà «buoni di studio» agli studenti, le cui scelte influiscono direttamente sulla ripartizione delle sovvenzioni alle scuole e alle università. I vecchi docenti - all'incirca il 90% del corpo insegnante dell'università Chavchavadze - sono stati licenziati e nuovi insegnanti, in genere più giovani, sono stati assunti. Gli stipendi sono stati moltiplicati per quattro o cinque. Inoltre l'instaurazione di un esame richiesto per l'iscrizione a ogni facoltà ha ridotto clamorosamente la corruzione. Il nuovo potere prevede la privatizzazione massiccia delle università entro il 2010 e la creazione di relazioni più strette con il mondo delle imprese e dei donatori privati in grado di finanziarle. Anche il settore della sanità dovrebbe passare nelle mani di capitali privati. Secondo fonti ufficiali, settanta ospedali su cento otto hanno già lasciato il settore pubblico - e il governo spera che i fondi di investitori privati consentiranno di costruire altri cento ospedali (5). Il partito si fa stato Queste riforme si ispirano dunque al modello neoliberista e, in particolare, al modello americano: il codice del lavoro è stato «ammorbidito» e lascia al datore di lavoro la possibilità di assumere e di licenziare a suo piacimento; le tasse sulle importazioni sono state soppresse, al di fuori di quelle sui prodotti agricoli; l'amministrazione, spesso burocratica, è stata alleggerita; e una nuova legge dovrebbe permettere la riduzione delle imposte sui profitti dal 20 al 15%. Tutte misure che intendono incoraggiare gli investimenti. È stato la forza egemonica del partito al potere sullo stato e sulla vita politica a permettere questa ricomposizione massiccia della società. Perché le condizioni in cui si è espressa la «rivoluzione delle rose» hanno portato a una forte concentrazione dei poteri. In primo luogo, l'Unione dei cittadini di Shevardnadze è scomparsa dalla vita politica alla fine del 2003, e con essa la possibilità di un vero movimento di opposizione. I partiti «rivoluzionari» - il Movimento nazionale di Saakachvili e il Blocco democratico diretto dall'ex-primo ministro Zurab Jvania - si sono uniti per formare la nuova coalizione al potere: il Movimento nazional-democratico (Mnd). «Soldatini» della rivoluzione, gli studenti di Kmara («Basta») si sono uniti a questo blocco, e il loro movimento si è sciolto. Di più, le riforme costituzionali approvate in fretta nel gennaio 2004 - a pochi giorni dalla rivoluzione - hanno rafforzato i poteri presidenziali. Alle elezioni legislative del 28 marzo, l'Mnd ottiene il 66% dei voti e, nonostante le critiche internazionali, elimina le forze dell'opposizione in parlamento portando al 7% la soglia minima che consente a un partito di avere seggi (6). In queste condizioni l'Mnd controlla il potere legislativo e può far approvare tutti i suoi progetti di legge. Con la morte, nel 2005, dell'ex-primo ministro e mentore di Saakachvili, Jvania cade l'ultimo ostacolo alla creazione di un potere piramidale. Simbolicamente, la bandiera dell'Mnd - cinque croci rosse su fondo bianco - è diventata la bandiera nazionale, come se si trattasse di fondere il partito di governo e lo stato. Per i sostenitori del potere, l'egemonia dell'Mnd è condizione per l'attuazione rapida delle riforme ed è quindi indispensabile se Tbilisi non vuole cadere nel tranello verificatosi a Kiev e a Belgrado. Saakachvili è stato colpito dall'assassinio di Zoran Djinndjic il riformatore serbo, per mano dei fautori del vecchio regime, e dalle lotte interne del campo «arancione» a Kiev. Il rappresentante in Georgia dell'Open Society Institute, la fondazione del miliardario americano George Soros, David Darchiachvili dice che «la rivoluzione è stata realizzata da una élite - con l'appoggio popolare. Questo mette in evidenza la debolezza di un processo che richiede di essere costantemente spinto dall'alto. Chi subisce la pressione della base non può condurre a termine le riforme». Parallelamente ai discorsi sulla democrazia, si assiste a una recrudescenza dell'autoritarismo e del nazionalismo. Dopo la «rivoluzione delle rose», le violazioni dei diritti umani - compresa la tortura nelle carceri - si sono moltiplicate, mentre la libertà della stampa ha subito restrizioni (7). I conflitti etno-territoriali che avevano avvelenato il paese nei primi anni '90, sono di nuovo sulla prima pagina dei giornali. Mentre la questione dello statuto delle repubbliche separatiste d'Abkhazia e di Ossezia meridionale non figurava nel dibattito politico durante gli eventi rivoluzionari, l'unificazione territoriale della Georgia ridiventa una priorità subito dopo. Nel maggio 2004 il primo tentativo di ricondurre l'Adjaria - ricca regione costiera del Mar Nero, vicino al confine turco - nel seno dello stato è un successo. In compenso, la stessa operazione per l'Ossezia meridionale provoca violenti incidenti e aggrava le tensioni con la Russia (8). Ma l'ex diplomatica francese Salomé Zourabichvili, diventata ministro georgiano degli affari esteri dal marzo 2004 all'ottobre 2005, non la pensa così. Secondo lei, i combattimenti nell'Ossezia meridionale non spiegano le tensioni tra Mosca e Tbilisi. Anzi, subito dopo gli avvenimenti, «i negoziati sulla chiusura delle basi russe ripresero, e Mosca accettò di evacuare totalmente le sue basi di Batumi e di Akhalkalaki entro il 2008». Tutto cambia nel settembre 2006, quando vengono arrestati quattro ufficiali russi accusati di spionaggio. Tbilisi voleva forse attirare l'attenzione dei paesi occidentali per accelerare la sua integrazione nella Nato? «Il risultato è l'opposto - spiega Salomé Zourabichvili. Per entrare nell'Alleanza [atlantica] non è necessario opporsi alla Russia: anzi ciò rischia addirittura di raffreddare l'entusiasmo di alcuni paesi circa l'adesione della Georgia». Per Salomé Zourabichvili, alcuni interventi del regime sarebbero «neobolscevichi: il modo in cui l'Mnd concepisce il proprio ruolo nella società, l'"educazione" dei giovani in campi patriottici, la strumentalizzazione ideologica, tutto ciò assomiglia a un regime più totalitario che democratico. Ci si chiede perché mai questo regime debba ricorrere a tali strumenti?». Tanto più che durante l'estate uno di questi «campi per la gioventù» porterà i Giovani patrioti vicino all'Abkhazia, repubblica autoproclamata che non ha mai ottenuto il riconoscimento da parte della «comunità internazionale»: molti temono che questi militanti cerchino di valicare la linea di confine, provocando violenze in una regione già sotto tensione... Yuppy «globalizzati» Saakachvili ha preso provvedimenti per riabilitare l'ex presidente Zviad Gamsakhurdia, un dirigente piuttosto controverso, ritenuto finora responsabile del caos in Georgia nei primi anni '90. Nello scorso aprile, il corpo dell'ex-capo di stato è stato trasferito a Tbilisi con una cerimonia ufficiale, senza l'ombra di un dibattito circa il suo lascito politico e i conflitti generati dal suo nazionalismo. Vero è che il «fervore patriottico» dei dirigenti georgiani appare contraddittorio con il loro impegno a favore del neoliberalismo e della mondializzazione. Ma probabilmente questa divaricazione consente all'Mnd di portare a termine la propria dominazione sul paese e di impedire l'emergenza di una forte opposizione nazionalista. «Gli obiettivi della rivoluzione sono il rafforzamento dello stato e della democrazia allo stesso tempo», ci dice Levan Ramichvili, direttore del Liberty Institute, una associazione che ha svolto un ruolo dcisivo nella «rivoluzione delle rose». «È la chiave della modernizzazione della Georgia». Nel mettere l'accento su questa «missione modernizzatrice», le autorità giustificano in un colpo solo le carenze provvisorie, la sospensione di alcune libertà e i sacrifici sociali, presentati come tappa transitoria verso la realizzazione dell'obiettivo ultimo. Se la «rivoluzione delle rose» non ha condotto a una democratizzazione, ha forse consentito la modernizzazione annunciata? La sociologa Marina Muskhelichvili è scettica. Secondo lei, quanto sta succedendo è «una vera rivoluzione, ma non si tratta di democrazia. I rivoluzionari sono degli yuppies "globalizzati", cresciuti negli ultimi quindici anni: si tratta di neoliberisti che padroneggiano l'informatica e parlano inglese». Questa lingua è conosciuta dal 5-6% della popolazione soltanto, mentre la frangia russofona della società, più vecchia, che ha avuto una educazione sovietica, è marginalizzata. «Ne risulta una forte stratificazione delle popolazioni. Molti hanno l'impressione di essere cittadini di seconda classe», aggiunge Muskhelichvili. La Georgia ha davvero bisogno di sacrificare le libertà acquisite con la fine del regno Shevardnadze per edificare uno stato e modernizzarsi? Per la sociologa non è così. «È un progetto neoliberista, e non so come si possa qualificarlo come "modernizzatore". Le politiche seguite non rispondono alle principali sfide che la società georgiana deve affrontare, cioè le disuguaglianze e la disoccupazione. Quindici anni fa, l'integrazione nel mondo occidentale passava attraverso la privatizzazione e il pluralismo politico. Oggi, la via verso l'Europa dovrebbe passare per la giustizia sociale e la lotta contro la povertà». Anche le cifre economiche portano a un bilancio contrastato. Il prodotto interno lordo (Pil) è cresciuto del 9% nel 2005 e dell'8% nel 2006, mentre le entrate fiscali reali aumentavano del 46 del Pil nel 2004 e del 15% del Pil nel 2005 (9). Nello stesso periodo, la percentuale di poveri è cresciuta dal 35,7% nel 2004 al 40% nel 2006 (10) e la parte di disoccupati nella popolazione attiva è salita dal 12,7% nel 2004 al 13,8% nel 2005. Lo stipendio mensile medio è di 45 euro e l'ammontare medio della pensione di 22 euro (11). Se le entrate in bilancio sono cresciute grazie alle tasse e alle privatizzazioni, un quarto del bilancio è riservato alla difesa (si legga l'articolo in basso). Nella storia di una società, la parola «rivoluzione» rimanda in genere a un momento di rottura radicale. Ma si può anche considerare, come Moshe Levin ha mostrato nei suoi studi sulla storia russa e sovietica, che si tratta di un prolungamento degli stessi schemi socio-politici sotto forme diverse (12). Nonostante la svolta pro-occidentale e la retorica democratica, il vecchio quadro si riproduce sotto una forma istituzionale rinnovata. Saakachvili è il terzo presidente della Georgia indipendente e, nonostante il discorso sul cambiamento rivoluzionario, anche la permanenza di vecchi modelli è facilmente identificabile. Gamsakhurdia, il primo presidente, è eletto nel 1991 con l'86% dei voti; gli succede Shevardnadze nel 1992 con il 91%. Saakachvili raccoglie il 96% nel 2004. Quando Gamsakhurdia e Shevardnadze lasciano il potere, non lasciano alcun partito in grado di svolgere il ruolo di opposizione parlamentare. Se il presidente Gamsakhurdia è rovesciato con una rivolta armata, è una «rivoluzione di velluto» quella che pone fine al regno del suo successore, ma entrambi sono costretti a dimettersi in modo non costituzionale. Molti altri paralleli sono possibili tra Saakachvili e colui che egli ha rmpiazzato. Quando Shevardnadze è arrivato al potere nel contesto sovietico del 1972, si è fissato come compito principale la «lotta contro la corruzione» che ha portato all'arresto di venticinquemila persone, in gran parte membri del Partito comunista. In seguito il paese è diventato terra di eccezione, con una libertà di espressione e di commercio senza equivalente nell'Unione sovietica. In Georgia, il fervore modernizzatore, associato alla lotta contro la corruzione condurranno al fallimento dello stato e a una prossima rivolta?


note:
* Giornalista, Ginevra.

(1) Civil Georgia,Tbilisi, 21 febbraio 2007, www.civil.ge/eng/article.php?id=14667 (2) Leggere «Le strane rivoluzioni che avvengono all'est», Le Monde diplomatique/Il manifesto, ottobre 2005 (3) Le elezioni parlamentari del 2 novembre 2003 sono seguite da movimenti di protesta. L'uscita di scena anticipata del presidente Eduard Shevarnadze si svolge pacificamente. (4) Intervista di Saakashvili a cura di Galia Ackerman in Politique internationale, n° 114, Parigi, inverno 2007.

(5) Civil Georgia, Tbilisi, 19 aprile 2007, www.civil.ge/eng/article.php?id=14981 (6) L'opposizione «di destra» formata dal Partito dei nuovi diritti e dal blocco L'Industria salverà la Georgia è stata la sola a superare la soglia del 7% con il 7,6% dei voti. In seguito, il Partito repubblicano è uscito dalla coalizione al potere e si è schierato con l'opposizione.

(7) Amnesty International, «Georgia: Torture and ill-treatment still a concern after the "Rose Revolution"», 22 novembre 2005, www.web.amnesty.org/library/Index/ENGEUR560012005/open&of=ENG-GEO (8) Leggere Florence Mardirossian, «Georgia-Russia, Le ragioni di un'escalation», Le Monde diplomtique/il manifesto, novembre 2006.

(9) Cfr. National Bank of Georgia, Annual Report 2005, Tbilisi.

(10) Malkhaz Alkhazachvili, «Poverty up in Georgia», The Messenger, Tbilisi, 24 aprile 2007. Nel 2001, la popolazione sotto la soglia di povertà era stimata al 54% della popolazione totale.

(11) Associated Press, 17 aprile 2007.

(12) Leggere Moshe Levin, The Making of the Soviet System, Methuen, Londra, 1985 e The Soviet Century, Verso, Londra, 2005. (Traduzione di M.-G. G.)