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Se il gelo Usa-Russia riaccende i bottoni nucleari,di Ugo Tramballi



«L'Orologio del Giorno del Giudizio» è la rubrica fissa nel sito web del Bulletin of the Atomic Scientists. «Mancano cinque minuti a mezzanotte» viene sempre ripetuto, giusto per ricordare «quanto l'umanità sia vicina alla sua catastrofica distruzione». «Oggi», scrive la simpatica rubrica, «con i due Paesi che mantengono anacronisticamente più di mille testate in massima allerta, pronte per essere lanciate entro qualche decina di minuti, le possibilità di uno scontro nucleare accidentale fra Stati Uniti e Russia restano intatte». Quell'oggi è però riferito a prima della crisi georgiana. La lancetta resta a cinque tacche dalla mezzanotte ma il timore che il Caucaso abbia eroso qualche altro minuto, è serio.

Cosa stanno facendo americani e russi dei loro arsenali? E quei Paesi di regioni periferiche e instabili che si sono fatti o sognano di avere le loro bombe, come si comporteranno, ora che nel grande scenario le due superpotenze hanno ripristinato un linguaggio da Guerra Fredda? Negli anni migliori dopo l'Urss, con la globalizzazione e gli accordi commerciali, la gente ha avuto l'umana tendenza a dimenticare che l'età nucleare non era affatto chiusa. Le cose non sono più come prima: come nel 1959 quando il complesso militare industriale americano produceva 27 testate al giorno; o nell'86, quando l'Urss ne aveva 40.700.

Dal 1992 gli accordi internazionali hanno ridotto di due terzi gli arsenali. Ma quello che è rimasto e i sistemi d'arma che nel frattempo la tecnologia ha prodotto, possono bruciare in un attimo gli ultimi cinque minuti che ci sono rimasti. All'inizio di quest'anno la Russia aveva 5.200 testate nucleari operative e altre 8.800 di riserva o in attesa di essere smantellate. Delle operative, 3.113 sono strategiche: possono raggiungere l'obiettivo da un continente all'altro, uscendo e rientrando nell'atmosfera; e più di duemila sono bombe tattiche: di teatro o da campo di battaglia. Alla fine del 2004 nell'arsenale americano c'erano più di 10.300 testate: circa 8.500 strategiche e 1.800 tattiche. Ma secondo altre fonti - i numeri, soprattutto sul fronte russo, sono spesso solo stime - Mosca disporrebbe di 5.569 testate operative e 14mila di riserva. Gli Stati Uniti rispettivamente di 4.075 e 5.400.

Il Trattato di Mosca, entrato in vigore il 1° giugno 2003, prevede che entro il 2012 i due Paesi non schierino più di 2.200 testate operative. Ma hanno tutti smesso di contare. «Piacevole e spettacolare come i fuochi d'artificio in un giorno di festa» diceva Vladimir Putin dopo aver assistito all'ultima esercitazione delle forze missilistiche strategiche della Marina russa. Le esercitazioni dovrebbero essere concordate. E gli esperimenti dovrebbero essere vietati: almeno prima che George Bush ignorasse lo spirito della moratoria. Era il 9 gennaio 2002, quando l'Amministrazione pubblicò il Nuclear Posture Review, la revisione della strategia nucleare americana che poneva di nuovo l'atomica al centro della sicurezza nazionale. E del resto dal 1963, da quando esiste, il vecchio trattato sul bando dei test nucleari è sempre stato parziale.

Già alla fine del 2007 i servizi segreti occidentali avevano visto crescere le esercitazioni russe. «Aumento delle attività sottomarine della Flotta del Nord» di base a Murmansk, annotavano i norvegesi. E a maggio il Bollettino degli scienziati atomici scriveva che i bombardieri strategici hanno ripreso le esercitazioni a lungo raggio «sull'Atlantico del Nord, sull'Artico, sul Pacifico e sul Mar Nero». «I deboli non sono amati né ascoltati: sono insultati. Quando avremo la parità parleranno con noi in un modo diverso» diceva meno di un anno fa il vice premier russo Serghei Ivanov. Non c'era bisogno di leggere fra le righe come ai tempi della "Pravda": la Russia rispondeva a suo modo alle attività americane e ai piani di difesa missilistica che Washington stava allargando a Repubblica Ceca e Polonia.

Se quelli che dovrebbero essere i saggi parlano e agiscono così, è difficile aspettarsi che gli altri siano migliori. Non i cinesi (145 testate strategiche), i francesi (348) e gli inglesi (160), gli altri membri storici del club nucleare. Stanno tutti modernizzando i loro arsenali. L'apparato della difesa israeliana ha già stabilito che entro 18 mesi a partire da agosto, bombarderà i siti nucleari iraniani: se la diplomazia internazionale non avrà successo, se gli ayatollah non si libereranno di Ahmadinejad o se prima non agiranno gli americani. L'arsenale di Israele, che è fuori dal sistema internazionale del Trattato di non proliferazione, non dovrebbe avere meno di 232 e non più di 515 testate. Tutte operative, comunque. Poi c'è il Pakistan la cui chiave d'innesco delle sue 60 bombe ora è affidata al nuovo presidente Ali Zardari, vedovo Bhutto, giudicato da molti instabile e immorale. Ci sono le 10 e forse più testate della Nord Corea, con un leader probabilmente malato e una casta di generali che dovrà decidere se mantenere dormiente il suo arsenale o renderlo operativo. Infine l'India (una cinquantina di testate) la cui bomba è democratica ma è sempre una bomba. Tutto lascia credere che nel clima che si sta calcificando dopo la Georgia, gli Usa cercheranno di accelerare l'accordo bilaterale con l'India. «Stiamo spingendo», spiega Sharon Squassoni, del Programma di non proliferazione del Carnegie di Washington, «per creare una condizione unica per l'India: quella di primo Stato "legittimo", armato di bomba nucleare ma fuori dal Trattato di non proliferazione. Con nessuna delle responsabilità richieste dal Trattato ma molti dei suoi diritti. Non sarebbe sorprendente se gli altri due Stati che ne sono fuori, Israele e Pakistan, chiedessero lo stesso».

Il Trattato di non proliferazione, la legge fondamentale che cerca un ordine nel caos nucleare mondiale, è una vittima del nuovo gelo russo-americano: da due anni l'Onu non riesce a rinnovarlo e una ratifica ora che i principali campioni litigano è impensabile. Tuttavia il caduto più importante di questa imminente Seconda Guerra Fredda è l'accordo di cooperazione nucleare che Putin e Bush avevano firmato l'anno scorso ma che a Mosca e Washington i Parlamenti devono ancora ratificare. Prima di diventare candidato democratico alla vicepresidenza - ma dopo la Georgia - Joseph Biden aveva già detto che il Senato non avrebbe più esaminato l'accordo. Se ne parlerà, forse, col prossimo presidente: un'altra delle incompiute di George Bush. L'accordo riguarda il nucleare civile, come il trattato con l'India e le ambizioni iraniane: in questo campo il confine tra militare e civile è tenue, quasi inesistente. Il punto forte del progetto è che Usa e Russia producano combustibile per i Paesi che vogliono avere energia nucleare ma non sono nel vecchio club atomico. La banca del combustibile al quale dovrebbero gioiosamente attingere decine di Paesi pacificati di un mondo felice, sarebbe stata in Russia. Niente da fare, il mondo resta aggrappato ai suoi ultimi cinque minuti di vita: al caro vecchio equilibrio del terrore.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2008/09/arsenali-nucleari-equilibrio-terrore.shtml?uuid=4843c182-816b-11dd-99f8-cfdd5c67f0df&DocRulesView=Libero