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Bush investe nella guerra, all'esercito oltre 1/4 del bilancio federale



STATI UNITI Il deficit raggiunge i 455 miliardi di dollari, ma il governo ne stanzia al Pentagono 512, per mantenere la supremazia Usa
Bush investe nella guerra, all'esercito oltre 1/4 del bilancio federale
Manlio Dinucci

Sorridente, il presidente Bush ha firmato martedì, nella sala ovale, la legge che porta il bilancio base del Pentagono per l'anno fiscale 2009 (iniziato il 1° ottobre 2008) a 512 miliardi di dollari. Da quando l'amministrazione Bush è entrata in carica nel 2001, il bilancio base del Pentagono è aumentato del 74%. Si aggiungono a questo altre voci (per armi nucleari, veterani, sicurezza, intelligence) che portano la spesa militare Usa a circa 660 miliardi di dollari, la metà di quella mondiale. Vi sono inoltre gli stanziamenti per le guerre in Iraq e Afghanistan: 66 miliardi aggiunti martedì al budget del Pentagono, che arriveranno ad almeno 170 durante l'anno fiscale 2009. La spesa militare statunitense sale così a oltre un quarto del bilancio federale. Lo stesso giorno in cui ha autorizzato l'ulteriore aumento del budget del Pentagono, il dipartimento del tesoro ha annunciato che il deficit federale ha raggiunto nell'anno fiscale 2008 il livello record di 455 miliardi di dollari, molto più alto del previsto. E aumenterà ancor più con il «piano di salvataggio» di Wall Street, un massiccio esborso di denaro pubblico che sicuramente supererà i 700 miliardi. Ciò accrescerà il debito pubblico, che ha già superato i 10mila miliardi. Comprese altre voci - valuta David M. Walker, capo revisore dei conti Usa fino al marzo 2008 - gli Stati uniti hanno una esposizione debitoria di 53mila miliardi di dollari. Sono dunque il paese più indebitato del mondo. Ma come fa l'economia Usa a reggere questo enorme deficit? Attraverso il flusso di investimenti provenienti dal resto del mondo, sotto forma di acquisto negli Usa di titoli di stato, di obbligazioni emesse da enti pubblici e società private, di azioni e altri tipi di investimento. Chi effettua tali investimenti lo fa nella convinzione che gli Stati uniti sono la «potenza globale», decisa a sostenere i propri interessi anche con la forza militare. La superpotenza statunitense ha quindi necessità organica della guerra, non solo per ridimensionare potenze in ascesa e controllare aree strategiche come quella petrolifera Caspio-Golfo. Ne ha necessità perché, gettando la spada sul piatto della bilancia, riafferma la sua supremazia e quindi la sua affidabilità agli occhi dei grossi investitori che, portando i loro capitali negli Usa, finanziano il deficit statunitense. Che gli Usa puntino sempre più sulla guerra, è confermato dall'ultimo budget del Pentagono. Esso stabilisce vari incentivi per accrescere il reclutamento soprattutto nell'esercito (un milione di soldati, di cui 600 mila in servizio attivo e 250mila all'estero) e nel corpo dei marines (oltre 200mila). Finanzia il «riallineamento» delle 800 basi all'estero, così da potenziare la «proiezione di potenza» nelle aree di interesse strategico. Destina 76 miliardi di dollari alla ricerca militare e oltre 100 all'acquisto di armamenti. Ma, ancora, vengono destinati 4 miliardi di dollari per la costruzione di nuove portaerei (classe Ford), ma il costo di ciascuna ammonta a 11 miliardi. Vengono destinati 7 miliardi al caccia F-35, ma il programma (cui partecipa anche l'Italia) costerà 300 miliardi. E' un colossale, permanente «piano di salvataggio» che, pompando sempre più denaro pubblico nelle casse del complesso militare-industriale, mira a mantenere la supremazia statunitense nel mondo. Quale sia il costo sociale è dimostrato dal fatto che, mentre i cittadini statunitensi privi di assicurazione sanitaria sono saliti a 50 milioni e la maggioranza di quelli che la posseggono non riescono a coprire le spese mediche, si sono finora spesi per le guerre in Iraq e Afghanistan 872 miliardi di dollari.