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Armi a Israele, passando dall'Italia



Lo scorso settembre, documenta il giornale israeliano Jerusalem Post del
29 dicembre, il Congresso Usa approvò la fornitura a Israele di 1.000
bombe antibunker Gbu-39 a guida Gps che, sganciate a oltre 100 km di
distanza, penetrano per quasi un metro nel cemento armato prima di
esplodere. Le bombe, giunte in Israele agli inizi di dicembre, sono
state usate «con successo» nell'attacco a Gaza. Sono seguite altre
forniture, così che le forze israeliane, impegnate in massicci
bombardamenti, non rimanessero a corto di munizioni. Da dove provengono
e transitano queste munizioni, comprese quelle al fosforo, dirette in
Israele? Lo ha rivelato indirettamente lo stesso Pentagono, quando ha
parlato di un deposito Usa in Israele che, come già avvenuto nella
guerra contro il Libano nel 2006, rifornisce le forze israeliane «in
caso di emergenza». Questo e un altro deposito sono riforniti dal 31°
squadrone munizioni che opera a Camp Darby, la base logistica Usa (tra
Pisa e Livorno), in cui sono depositate enormi quantità di munizioni per
le forze aeree e terrestri Usa. Da qui, attraverso porti e aeroporti
italiani, esse vengono trasferite in Israele. 
Emerge così la natura dell'operazione sotto egida Nato, a cui l'Italia
parteciperà: sottoporre Gaza a un nuovo tipo di embargo, camuffato da
peacekeeping, continuando allo stesso tempo a sostenere e armare
Israele. È questo il senso dell'accordo Usa-Israele, stipulato il 16
gennaio dalla segretaria di stato uscente Condoleezza Rice e dalla
ministra degli esteri israeliana Tzipi Livni. Esso prevede una stretta
cooperazione tra i servizi di intelligence per «identificare la
provenienza delle armi che entrano a Gaza» e un blocco terrestre e
marittimo per impedire questo «contrabbando». La Livni ha invitato anche
la Nato a partecipare all'operazione. La risposta è scontata. 
Il 2 dicembre 2008, circa tre settimane prima dell'attacco israeliano a
Gaza, la Nato ha ratificato il «Programma di cooperazione individuale»
con Israele. Esso comprende una vasta gamma di campi in cui «Nato e
Israele coopereranno pienamente»: contro-terrorismo, tra cui scambio di
informazioni tra i servizi di intelligence; connessione di Israele al
sistema elettronico Nato; cooperazione nel settore degli armamenti;
aumento delle esercitazioni militari congiunte Nato-Israele;
allargamento della cooperazione nella lotta contro la proliferazione
nucleare (ignorando che Israele, unica potenza nucleare della regione,
ha rifiutato di firmare il Trattato di non-proliferazione).
E l'11 gennaio 2009, circa due settimane dopo l'inizio dell'attacco
israeliano a Gaza, il segretario generale della Nato Jaap de Hoop
Scheffer si è recato in visita ufficiale in Israele nel quadro del
«Dialogo mediterraneo». Una visita quasi nascosta dai media occidentali.
Nel suo discorso, ha ribadito che «Hamas, con i suoi continui attacchi
di razzi contro Israele, si è addossato la responsabilità delle tremende
sofferenze del popolo che dice di rappresentare». Ha quindi ricordato
che Israele contribuisce efficacemente all'operazione marittima Nato
Active Endeavour, iniziata nel 2001 per «combattere il traffico illecito
e il terrorismo nel Mediterraneo». La squadra navale Nato, in cui sono
inserite le unità israeliane, è comandata da un ufficiale italiano, ma
la squadra navale dipende dal Joint Force Command Nato di Napoli, agli
ordini dell'ammiraglio statunitense. In questo comando è stato inserito
un ufficiale israeliano, che assicura il collegamento tra le forze Nato
e quelle israeliane.

Il Manifesto 21/1/2009
Tommaso Di Francesco, Manlio Dinucci