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Il governo rompe gli accordi sulle basi Usa



di Pio d'Emilia - TOKYO
GIAPPONE
Il governo rompe gli accordi sulle basi Usa
Per la prima volta dal dopoguerra, il Giappone ha detto «no» agli Usa. Un «no» alla giapponese, che non dicono mai «no» ma hanno mille modi per non dire di sì. Fatto sta che lunedì scorso di fronte all'ultimatum degli Stati uniti, che si aspettavano il nulla osta definitivo per la costruzione della nuova base militare a Henoko, una baia al sud dell'isola di Okinawa, che già sopporta il 75% delle pesanti servitù militari Usa, il premier Hatoyama ha annunciato che la questione necessita di più tempo e quindi nessuna decisione sarà presa, nemmeno entro la fine dell'anno, come era stato più volte fermamente richiesto da Washington. Non solo. Nelle ultime ore dal testo della dichiarazione governativa è sparito anche il riferimento, come termine ultimo per la decisione definitiva, al prossimo maggio, presente nella bozza approvata la sera prima e consegnata, sia pure informalmente, dal ministro degli Esteri Okada all'ambasciatore Usa a Tokyo, John Roos. In compenso, è spuntato un paragrafo che parla apertamente di possibile «revisione» dell'intero accordo siglato, dopo un negoziato durato oltre 13 anni, dal precedente governo liberaldemocratico. «Alla fine, hanno prevalso il buon senso e le ragioni della coalizione» ha dichiarato, visibilmente sodddisfatta, Mizuho Fukushima, leader del piccolo, ma indispensabile per garantire una maggioranza sicura al governo anche nella Camera Alta, partito socialdemocratico. «Siamo riconoscenti al premier Hatoyama per il senso di responsabilità e la leadership politica che sta dimostrando». La decisione non è piaciuta all'ala conservatrice del partito, in particolare ai ministri degli Esteri, Okada, a quello della Difesa, Kitazawa che nei giorni scorsi avevano apertamente sostenuto la necessità di rispettare l'accordo e di farlo con una decisione ufficiale entro le date richieste da Washington. L'unica concessione è stata quella di inserire comunque nella nuova finanziaria lo stanziamento per la costruzione della nuova base: «ma senza dire dove e quando essa dovrà sorgere» ha spiegato il Capo di Gabinetto e portavoce governativo Hirano. Il tutto avviene mentre il governo è di nuovo al centro di una bufera istituzionale che coinvolge niente di meno che l'Imperatore ed il suo ruolo. A scatenarla è stato Ichiro Ozawa, grande stratega dell'«Ulivo a mandorla», fino a qualche mese fa capo del partito democratico e attualmente, costretto alle dimissioni da un'inchiesta giudiziaria che ha coinvolto uno dei suoi collaboratori, segretario generale. Reduce da una «spedizione» in Cina, dove alla guida di 143 deputati (un terzo della Camera) ha avuto un lungo incontro con il presidente Hu Jintao ed il premier Wen Jabao, Ozawa, convinto sostenitore della priorità della politica sulla burocrazia, è intervenuto pesantemente sulla Casa Imperiale, rea di aver rifiutato per ben due volte un'udienza imperiale al vicepresidente cinese Xi Jinping, considerato il successore di Hu Jintao alla guida del Pc cinese. Tanto ha fatto, Ozawa, che alla fine Sua Maestà ha concesso all'ospite cinese un'udienza rivelatasi molto cordiale e durata anche il doppio del previsto. Tutti felici e contenti? Macchè. E' scoppiato il putiferio. «Poco male - ha dichiarato Ozawa - è bene che prima o poi qualcuno spieghi ai nostri burocrati che la diplomazia non può essere solo pedissequo rispetto del protocollo, ma frutto di attenta valutazione politica». Se poi «qualche alto funzionario non è d'accordo, liberissimo di esprimere la sua opinione. Ma dopo aver rassegnato le dimissioni».
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