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Dal fronte israelo-palestinese



L'attenzione dei media concentrata sulla Libie e, in Italia, sull'"emergenza" profughi 
dal Nord 
Africa, non lascia spazio a notizie su ciò che sta accadendo nei Territori palestinesi e 
sulle 
continue offensive sioniste, sia sulla Cisgiordania occupata e invasa dalle colonie che 
sull'immenso compo di concentramento a cielo aperto di Gaza. 
Israele ovviamente di questa 'disattenzione' se ne compiace, quando non la promuove 
direttamente, e ne approfitta per perseguire i suoi interessi coloniali, certa 
dell'immunità da 
condanne ONU o da ritorsioni da parte di qualche 'coalizione di volenterosi', occupati a 
guardare da un'altra parte. 
L'azione di Israele non si ferma al'attacco diretto ai tentativi di unione della 
resistenza 
palestinese a Gaza incorso in questi giorni, ma si spinge con spregiudicatezza, pare, 
fino al 
sostegno diretto, ovviamente non esplicito, alle forze lealiste in Libia e ad alleanze 
'improprie' con i peggiori governi arabi (fonte Peacereport - Forum Palestina), azioni a 
prima vista non coerenti con gli interessi sionisti, ma che ben si adattano invece ai 
propositi 
di controllo politico e militare del potere israeliano, occidentale, atlantico sulla 
regione (non 
a caso il governo USA sta cercando il modo di sfilarsi dalla crisi libica lasciando il 
cerino 
acceso in mano alla UE, all'ONI e alla NATO). Iniziative a tutto campo, quindi, sul 
fronte 
diplomatico, mediatico, militare, mentre l'opinione pubblica mondiale è invitata a 
guardare 
altrove. 

Di seguito un reportage dai Territori palestiesi (PeaceReport) e una breve ma articolata 
analisi (e un richiamo all'azione diretta al sostegno alla Resistenza palestinese) del 
Forum 
Palestina 

Jure Ellero

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(1) --> Da PeaceReport 

Oggetto: Israele bomabrda
Da Giorgio Stern : sabato 9 aprile
(chiedo cortesemente di far girare questo messaggio altrimenti nessuno sa)
------ 
Israele bombarda Gaza  di nuovo e qutidianamente.
Silenzio da parte della stampa e delleTV "regolamentari".
Il Governo italiano non commenta.
Il Partito Democratico non commenta, assieme a tanti altri.
"L'abbronzato" applaude Tel Aviv nel nome della  "democrazia  made in USA" 
Ed il massacro continua....
Segue il resoconto di Vittorio Arrigoni, che scrive sotto i bombardamenti:
------ 

Il mio racconto di questa mattina per Peacereporter:

L´escalation tanto invocata da Israele ha trovato la sua massima espressione nelle ultime 
24 
ore. Nonostante da fine dicembre, poi nel corso del mese di gennaio e l´ultima volta 
prima 
di ieri il 26 marzo, tutte le fazioni politiche della Striscia di Gaza congiunte abbiano 
ripetutamente proposto una tregua ad Israele, la richiesta di cessate il fuoco è sempre 
rimasta lettera morta.
Ripercorriamo i fatti delle ultime settimane:
16 marzo. 2 miliziani delle brigate Ezzedin al Qassam, braccio armato di Hamas, vengono 
uccisi durante un bombardamento aereo a Sud di Gaza city.
19 marzo. Contemporaneamente alle manifestazione pacifiche dei giovani palestinesi per la 
fine delle divisioni a Gaza city, represse violentemente dalla polizia di Hamas, le 
brigate al-
Qassam decidono di vendicare i 2 commilitoni uccisi sparando una cinquantina di colpi di 
mortaio verso il deserto del Negev: 2 israeliani feriti lievemente La sera dello stesso 
giorno, 
un carro armato israeliano bombarda la zona a Est di Juhor al-Dik , nel centro della 
Striscia 
di Gaza, uccidendo 2 bambini palestinesi.
22 marzo. Nuovo massacro dell´esercito israeliano. Nel pomeriggio un carro armato spara 
verso un quartiere residenziale a Shujaiya, Est di Gaza City. Risultato: 4 morti, 2 dei 
quali 
erano bambini, e 11 feriti gravi, compresi 8 bambini, tutti civili. Stavano giocando a 
calcio. Il 
portavoce dell´esercito israeliano ammette essere stato un increscioso errore di 
puntamento.
Alla sera, caccia f 16 israeliani bombardano Zaytoun a est di Gaza City, uccidendo 4 
miliziani di Hamas.
23 marzo. Una bomba esplode a Gerusalemme, uccidendo una donna e ferendo altri 30 
israeliani. Sebbene non via nessuna rivendicazione da parte palestinese e nessuna prova 
che dimostri una possibile connessione fra gli esecutori e i mandanti dell´attentato con 
Gaza, il giorno seguente il campo profughi di Jabalia viene bombardato: 3 feriti lievi e 
sostanziali danni agli edifici.
27 marzo. Bombardamenti aerei israeliani uccidono 2 esponenti delle Brigate al-Quds, 
braccio armato della Jihad Islamica. Un terzo guerrigliero è ferito gravemente.
30 marzo. Altro attacco contro i miliziani delle Brigate al-Quds, nei pressi della 
moschea di 
Rafah: un morto e un ferito grave
2 aprile. Ancora esecuzioni extragiudiziarie: Isreale uccide 3 miliziani di Hamas. Il 
portavoce dell´esercito dichiara che sebbene non erano impegnati in attività ostili, 
stavano 
"pianificando il rapimento di israeliani durante le festività della Pasqua ebraica". I 
missili 
israeliani si fanno accusa, giudice e boia.
5 aprile. A Port Sudan, in Sudan, un´auto è centrata da un missile sparato da un 
elicottero 
israeliano: muoiono Abdel Latif al-Ashqar, dirigente di spicco di Hamas e un suo fedele 
collaboratore.
Nella notte bombardamenti a Est di Gaza city, che causano il ferimento di 4 civili, (fra 
questi 
anche una donna incinta). 6 aprile . Caccia f16 israeliani sganciano bombe a sud della 
Striscia (Rafah) e a est di Gaza city (Zaitoun), provocando il ferimento di un civile 
palestinese.
Nell´arco del periodo trattato, i danni provocati dai razzi palestinesi in risposta ai 
bombardamenti israeliani di cielo e di terra sono stati minimi: 2 feriti lievemente.
7 aprile, ieri. Circa alle ore 16 carri armati israeliani bombardavano la zona di Juhor 
Ad Dik, 
contemporaneamente elicotteri Apache concentravano il fuoco nel sud della Striscia di 
Gaza, ad Al Fukhkhari ed a Est di Abassan e caccia f 16 lanciavano missili contro una 
base 
militare di Hamas ad Abu Jarad, Sud Est di Zaitoun.
Poco dopo, un carro armato israeliano bombardava nei pressi Shujaieh, est di Gaza city, 
uccidendo Mahmoud Al-Manasra di 50 anni, e ferendo altri civili palestinesi. A questi 
continui attacchi la resistenza rispondeva con sporadici lanci di razzi artigianali. Un 
missile, 
questa vero, anti-carro, mancava il bersaglio predestinato e centrava invece un autobus 
in 
transito nel Negev occidentale: feriti 2 civili israeliani, fra cui un ragazzo di sedici 
anni.
Deir Al Balah, Khan Younis, Jabalia, Rafah, i bombardamenti israeliani si intensificavano 
lungo tutta la Striscia fino a questa mattina. Nelle ultime 24 ore abbiamo contato 7 
palestinesi uccisi, 4 dei quali sono civili e una ventina di feriti gravi.
Contemporanea a questa continua mattanza di civili e miliziani di oggi e degli ultimi 
giorni, 
una lunga serie di crimini di guerra e contro il diritto internazionale, c´è da 
sottolineare il 
nuovo invito da parte palestinese ad un cessate il fuoco, anche quest´ultimo pare 
destinato 
a cadere nel vuoto.
Il clima di incessante violenza e continue provocazioni che stiamo vivendo riporta 
drammaticamente alla memoria la notte del 4 novembre 2008, quando Israele ruppe la 
tregua siglata con Hamas uccidendo 6 miliziani, per poi scatenare una escalation di 
attacchi 
durante tutto il mese di novembre. A dicembre, Hamas ripropose un nuovo cessate il fuoco 
che Israele puntualmente rigettò per dare inizio a Piombo Fuso.
Le dichiarazioni nei giorni passati del vice primo ministro Silvan Shalom, e del ministro 
della cultura Limor Livnat hanno fatto chiaramente riferimento ad una "operazione piombo 
fuso 2", alle porte e i motivi appaiono chiari. Shalom, il 23 marzo alla radio israeliana 
ha 
così parlato: "Hamas ha aperto un nuovo fronte contro Israele per fermare ogni 
possibilità di 
negoziato con i palestinesi". In pratica, il nuovo fronte sarebbe la possibilità di un 
governo di 
unità nazionale che veda insieme Hamas con l´Autorità Palestine di Abu Mazen, e non è un 
caso che gli attacchi israeliani si sono scatenati nel momento in cui le due parti erano 
più 
vicine, in seguito al crescere delle manifestazioni per la fine delle divisioni fra 
Ramallah e 
Gaza.
Le attenzioni della comunità internazionale, tutte rivolte verso l´offensiva contro la 
Libia, e 
soprattutto il veto di Obama alla recente risoluzione ONU di condanna al proliferare 
della 
colonie illegali in West Bank , sono state il semaforo verde per l´escalation di attacchi 
contro 
la popolazione civile di Gaza.
Anche il recente articolo di Richard Goldstone sul Washington Post, nel quale il giudice 
ritratta alcune conclusioni del rapporto ONU che porta il suo nome, sono un ulteriore via 
libera per nuovi massacri.
Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city
guerrilla radio dixit - permalink

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(2) --> Dal Forum Palestina 


Attenti al soft power israeliano
di Sergio Cararo*

L'operazione ritrattazione di Goldstone. Il basso profilo e la spregiudicatezza di 
Israele nelle 
rivolte arabe. Depotenziare le campagne internazionali sulla questione palestinese. 
Fermare 
gli attivisti con ogni mezzo. Le Campagne BDS e Freedom Flotilla al centro del mirino

"L'articolo firmato da Goldstone rappresenta un grande successo per Israele" ha scritto 
l'editoriale del quotidiano israeliano Maariv. "La ritrattazione del giudice rende nulle 
e 
inefficaci tutte le decisioni su Israele prese dal Consiglio Onu per i Diritti Umani" ha 
commentato il ministro degli esteri israeliano Lieberman. "Oltre a scrivere il suo 
articolo, il 
giudice Goldstone dovrebbe assicurarsi che le conclusioni a cui è arrivato vengano 
recepite 
dagli organismi internazionali che sono stati influenzati dal suo rapporto infondato e 
distorto, 
solo così si avrebbe davvero una riparazione perlomeno parziale del danno causato" ha 
sottolineato il ministro della Difesa israeliano Barak.

Le autorità israeliane stanno dunque cercando in ogni modo di capitalizzare la 
"ritrattazione" 
sulle pagine del Washington Post del giudice sudafricano Goldstone, il quale aveva dato 
il 
suo nome al rapporto dell'Onu che accusava Israele di crimini di guerra per i più di 
1.400 
palestinesi (più della metà civili inerti) durante l'operazione Piombo Fuso a Gaza tra il 
2008 
e il 2009. In realtà Goldstone non dice proprio quello che gli israeliani vorrebbero 
diventasse 
la verità ufficiale, dice solo che le truppe e l'aviazione israeliane non hanno sparato 
intenzionalmente sui civili, che hanno condotto decine di inchieste interne che sono 
approdate a questa conclusione e che questa conclusione oggi -diversamente che due anni 
fa - persuade lo stesso Goldstone, il quale poi accusa Hamas di non aver fatto 
altrettanto. 
Ma né Goldstone nè Israele possono far scomparire il dato di fatto che 1.400 palestinesi 
sono stati uccisi dai bombardamenti israeliani su Gaza, né che più della metà fossero 
civili, 
bambini inclusi o che le vittime israeliane sono state 19. L'asimmetria è fin troppo 
evidente. 
Intenzionalmente o no, questo è un fatto che non si può né si potrà mai cancellare in 
sede 
storica o nelle istituzioni internazionali, tribunali inclusi.

Il basso profilo sulle rivolte nel mondo arabo

Ma il dato rivelatore di questa vicenda, non è tanto il successo che le autorità 
israeliane 
stanno cercando di ottenere dalla ritrattazione di Goldstone, quanto l'escalation degli 
ultimi 
mesi del soft power di Tel Aviv sul piano delle relazioni internazionali. Certo, non si 
può 
essere sicuri di quanto siano stati "soft" gli argomenti usati dagli israeliani con 
Goldstone 
per farlo ritrattare, ma questo potrà dirlo solo lui, magari con un altro articolo.

Occorre sottolineare come anche in questi mesi, le autorità israeliane non abbiano solo 
fatto 
opera di convincimento delle proprie ragioni o di "dissuasione dolce" dal disattenderle. 
Infatti abbiamo verificato come in molti siano rimasti assai colpiti dal basso profilo 
adottato 
da Israele mentre tutta la mappa politica del Medio Oriente viene scossa da rivolte, 
proteste, cambiamenti di regimi e governi. La diffidenza israeliana per gli esiti 
democratici 
delle rivolte in corso nel mondo arabo è assai forte. Nel caso dell'Egitto ad esempio "Le 
libere elezioni in Medio Oriente rischiano di portare ad un regime islamista di tipo 
iraniano.. 
Bisognerà attendere ancora a lungo prima di assistere ad una inversione di tendenza" 
sostiene Amnon Rubistein sul Jerusalem Post. (1)

Gli fa eco Ray Hanania secondo il quale "Davanti alla scelta tra gli estremisti religiosi 
e la 
tirannia che attualmente controlla paesi come l'Egitto, la Giordania e anche la Siria, la 
tirannia sembra di gran lunga il meno peggio" (2).

Secondo parecchi commentatori Israele dunque ha fatto bene a tenersi fuori dalla mischia, 
anche se qualcuno teme che l'Unione Europea possa alzare un po' la voce con Tel Aviv 
sulla questione palestinese per recuperare un po' di credibilità nel mondo arabo dopo la 
guerra scatenata in Libia (3).

Ma se Netanyahu ha avuto occasione di ribadire che in nessun caso rinuncerà alla Valle 
del 
Giordano come linea di difesa irrinunciabile per Israele, il ministro della Difesa Ehud 
Barak, 
in una intervista al Wall Street Journal, ha battuto cassa agli Stati Uniti chiedendo 20 
miliardi di dollari in armamenti al posto dei 3 miliardi annui che vengono versati ad 
Israele. 
Motivo? "Una Israele forte e responsabile può diventare un fattore di stabilizzazione in 
una 
regione così turbolenta" (4).

La cautela e la spregiudicatezza con cui Israele sta seguendo e intervenendo in questa 
fase 
di rilevanti cambiamenti nella regione mediorientale, contiene però qualcosa di più e di 
diverso dall'esercizio del soft power israeliano nella ridefinizione dei rapporti 
regionali in una 
fase così tumultuosa (5).

Approfittare del caos

Innanzitutto se mettiamo in fila alcuni recentissimi fatti, possiamo verificare come 
Israele 
abbia approfittato del caos politico in Medio Oriente per agire indisturbata (e 
illegalmente) al 
di fuori dei propri confini, senza subire alcuna conseguenza, né sul piano legale 
(sanzioni) 
né politico (rottura della relazioni diplomatiche). E' decisamente invidiabile come 
Israele 
continui a poter approfittare del doppio standard che gli consente una sostanziale 
impunità.

1) Il 19 febbraio un commando del Mossad ha sequestrato in Ucraina un ingegnere 
palestinese - Dira Abu Sisi - e lo ha portato in Israele dove è stato sottoposto a 
processo il 4 
aprile;

2) Il 14 marzo ha sequestrato nelle acque internazionali del Mediterraneo una nave, la 
Victoria, battente bandiera liberiana partita da un porto della Turchia e l'ha ormeggiata 
in un 
porto israeliano, nel carico vi erano armi. Israele sostiene che fossero dirette a Gaza, 
altre 
fonti che invece fossero destinate in Libia;

3) Il 4 aprile un elicottero israeliano è arrivato fino in Sudan e ha sparato alcuni 
missili 
contro un esponente di Hamas che si è salvato per miracolo.

4) A Gaza sono ricominciati i bombardamenti pesanti sui palestinesi. In poche ore ci sono 
stati 17 morti in continuità e in nome di quella "supremazia della deterrenza" invocata 
da 
molti opinionisti israeliani che ispira quasi religiosamente ogni ragionamento sulla 
sicurezza 
di Israele (6)

I sequestri, i raid, gli atti di pirateria delle forze di sicurezza israeliane, sono 
passati quasi 
sotto silenzio, ma soprattutto senza reazioni significative da parte di quella comunità 
internazionale che sembra essere inflessibile solo con i paesi deboli, i quali vengono 
sottoposti a sanzioni, deferiti rapidamente al tribunale internazionale e poi magari 
attaccati 
"democraticamente" con i bombardamenti e l'invio di truppe dei vari paesi occidentali.

Depotenziare le campagne internazionali contro Israele

Ma le autorità israeliane stanno lavorando anche su altri fronti internazionali, anzi 
soprattutto su questi e per un motivo molto preciso. Israele approfitta spudoratamente 
del 
doppio standard e dell'impunità che ne deriva, ma teme immensamente i danni di immagine 
e di consenso sul piano internazionale. Può contare sulla complicità dei governi, ma non 
riesce a persuadere la società civile nei vari paesi che la sua bandiera e la sua 
politica 
siano emblemi di libertà e democrazia. Nonostante campagne stampa favorevoli, intrusive 
e aggressive e un collaudato apparato ideologico e mediatico, l'immagine di Israele nel 
mondo non riesce proprio a "bucare" in positivo, anzi.

Nasce da questa presa d'atto la preoccupazione, quasi una isteria consolidata, verso 
tutte le 
campagne internazionali o le iniziative che puntano ad "internazionalizzare" la questione 
palestinese ed a impedire che questa venga ingabbiata in uno squilibrato e perdente 
rapporto a tre tra Israele, Anp e Stati Uniti. Un triangolo nel quale i palestinesi non 
hanno e 
non avranno mai alcuna possibilità di negoziare seriamente - e i fatti da Oslo a oggi lo 
confermano - né di ottenere un risultato tangibile e duraturo sul piano 
dell'autodeterminazione.

Per questa ragione e con questa preoccupazione di fondo, le autorità israeliane stanno 
approntando tutta una serie di contromisure e di operazioni tese a neutralizzare e 
isolare le 
campagne internazionali che attivisti palestinesi e negli altri stati stanno conducendo 
con 
successo negli ultimi anni. Una di queste è la campagna internazionale BDS (Boicottaggio, 
Disinvestimenti, Sanzioni) che è partita nel 2005 per volontà di una vasta coalizione di 
associazioni palestinesi, ma che è dilagata a livello internazionale soprattutto dopo il 
massacro dell'operazione Piombo Fuso a Gaza all'inizio del 2009. Il rapporto Goldstone e 
l'accusa a Israele per crimini di guerra, hanno dato indubbiamente una spinta a questa 
campagna che - oltre ai nervi degli ambasciatori e dei ministri israeliani - sta facendo 
saltare numerosi investimenti e accordi commerciali tra Israele e altri paesi. E' una 
campagna talmente efficace che comincia a funzionare anche in un paese restìo come 
l'Italia. Il danno economico per gli interessi israeliani in alcuni casi è consistente, 
in altri 
meno, ma il danno di immagine pesa maledettamente per uno Stato che ha costruito sulla 
propria immagine di baluardo della democrazia occidentale in Medio Oriente il proprio 
destino.

Fermare gli attivisti.con ogni mezzo necessario

E' ovvio che le autorità israeliane cercheranno di usare in ogni modo il "successo della 
ritrattazione di Goldstone" per contrastare anche questa campagna, ma non si stanno 
limitando solo a questo. Il 15 febbraio infatti, la Knesset ha approvato un provvedimento 
repressivo contro coloro che appoggiano o agevolano la campagna BDS in Israele, ma che 
punta ad estendere questo apparato giuridico e sanzionatorio anche negli altri paesi dove 
ci 
sono attivisti impegnati nella campagna. In Francia ad esempio la cosa ha visto 
strascichi 
giudiziari contro alcuni attivisti del BDS (anche se in tribunale le accuse sono 
crollate), negli 
Stati Uniti si ricorre all'ostracismo organizzato da parte della potentissima "Israel 
lobby" 
efficacemente denunciata da Walt e Mersheimer ne loro libro o da James Petras in diversi 
saggi.

L'altro fronte su cui le autorità israeliane stanno cercando di esercitare il soft power 
(almeno 
per ora) è quello delle navi che da tempo cercano di rompere via mare l'assedio a cui è 
sottoposta la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Negli anni scorsi alcune 
imbarcazioni avevano cercato di forzare il blocco navale israeliano. Altri attivisti 
avevano 
invece cercato di frozare l'assedio via terra facendo pressione sul versante egiziano del 
valico di Rafah. In alcuni casi e con piccole iniziative vi sono riusciti. Quando la 
campagna 
contro l'assedio di Gaza ha assunto invece una dimensione internazionale più ampia, con 
centinaia di attivisti e con decine di paesi, ambasciate, mass media coinvolti, ha 
prevalso 
una dolorosa linea di sangue. Lo scorso anno era toccato alla polizia dell'Egitto di 
Mubarak 
bloccare al Cairo centinaia di attivisti della "Gaza Freedom March".

A maggio invece, l'epilogo - stavolta gestito direttamente dalle forze armate israeliane 
- è 
stato assai più sanguinoso con l'arrembaggio alla Freedom Flotilla diretta a Gaza, 
l'assalto 
alla nave turca Mavi Marmara e l'uccisione di nove attivisti turchi. Anche in questo caso 
Israele ha pagato un salato prezzo politico in termini di immagine e di ripercussioni 
nelle 
relazioni internazionali, soprattutto con la Turchia.

Tra poco più di un mese, esattamente un anno dopo, una nuova Freedom Flotilla cercherà 
di rompere il blocco navale israeliano e di raggiungere via mare i palestinesi assediati 
a 
Gaza. Nella flotta ci sarà stavolta anche una nave degli attivisti italiani, la"Stefano 
Chiarini". 
Le dimensioni della coalizione internazionale che muoverà la flottiglia, stavolta saranno 
assai superiori a quelle dello scorso anno, e questo per Israele sta diventando un serio, 
serissimo problema.

Il governo israeliano ha cominciato a muoversi a tutto campo per impedire che questa 
campagna internazionale raggiunga il suo obiettivo. Almeno in due dei meeting 
internazionali preparatori della Freedom Flotilla sono state intercettate cimici e 
microfoni 
nascosti. Il 22 marzo scorso, il vice-ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon, ha 
convocato gli ambasciatori dei paesi da cui è previsto che partiranno le navi ed ha 
invitato i 
rispettivi governi ad adoperarsi per impedire che questo avvenga.

Un servizio dell'agenzia Nena News, riporta che: "L'intelligence israeliana ha messo a 
punto 
nuove unità speciali per spiare e infiltrare i gruppi antisionisti. Il nome delle nuove 
strutture 
è top secret ma si sa che sono state ideate quest'anno dall'unità di ricerca del Mid 
(Military 
Intelligence Directorate) con l'unico scopo di monitorare e controllare i movimenti che 
organizzano le proteste contro Israele e propongono il boicottaggio ed il disinvestimento 
della sua economia. Il quotidiano di Tel Aviv Ha'aretz cita ufficiali del Mid secondo i 
quali 
queste campagne 'selvagge', legate a loro dire 'ai gruppi terroristi palestinesi', 
delegittimano 
Israele ed il suo diritto di esistere" (7).

Nei primi giorni di aprile, lo stesso Netanyahu aveva investito del problema il 
segretario 
generale dell'ONU Ban Ki Moon per fargli presente che "nella organizzazione della nuova 
Freedom Flotilla ci sarebbero anche gruppi islamici estremisti, i quali intendono 
destabilizzare la situazione".

Il tentativo israeliano è piuttosto evidente: fare il vuoto politico, diplomatico, 
mediatico, 
solidale intorno alla Freedom Flottilla che farà rotta su Gaza e avere dunque tutti i 
margini 
per poter scegliere il soft power (se sarà sufficiente) o l'hard power (se non sarà 
sufficiente).

Dopo aver operato a vario livello sulle istituzioni internazionali (Onu, Commissione 
Goldstone, governi europei etc.), dopo averne legittimato alcune e delegittimato altre 
(vedi 
il Consiglio Onu per i Diritti Umani), dopo aver verificato che gli Usa in sede Onu sono 
l'unica potenza che ricorre sistematicamente al diritto di veto nel Consiglio di 
Sicurezza 
quando ci sono risoluzioni non gradite a Israele (come avvenuto il 18 febbraio scorso), 
si ha 
l'impressione che le autorità israeliane cesseranno di esercitare il loro soft power per 
rimettere in campo lo strumento che conoscono e praticano meglio: l'hard power e 
l'aggressione militare. In questi giorni la consuetudine all'hard power ha già 
ricominciato ad 
operare a Gaza uccidendo 17 palestinesi in meno di trentasei ore.

Tra meno di un mese se le ingerenze israeliane sui vari governi o le attenzioni 
"preventive" 
dei servizi di sicurezza israeliani non avranno fatto danni eccessivi, qualche centinaio 
di 
attivisti internazionali provenienti da una ventina di paesi, cercheranno ancora una 
volta di 
"internazionalizzare" la questione palestinese attraverso la Freedom Flotilla 2 e di 
rompere 
l'assedio materiale di Gaza e l'assedio politico di tutta la Palestina. La posta in gioco 
si sta 
facendo altissima e l'aria pesante. Occorre augurarsi che nessuno - nella sinistra che 
ragiona e nei movimenti - sottovaluti tutti questi fattori, in particolare nel paese 
europeo che 
si ritiene "il miglior alleato di Israele in Europa" e nel quale gli apparati israeliani 
e i loro 
complici potrebbero sentirsi particolarmente impegnati a "soddisfare le aspettative delle 
autorità di Tel Aviv".

La missione internazionale della Freedom Flotilla 2 così come la campagna internazionale 
BDS, hanno bisogno di tutto il sostegno che in ogni singolo paese - e ci auguriamo anche 
nel nostro - si riuscirà a mettere in campo per neutralizzare la consuetudine all'hard 
power 
israeliano nelle acque del Mediterraneo o dentro casa nostra.

Note:

(1) Amnon Rubinstein su Jerusalem Post dell'1 febbraio 2011

(2) Ray Hanania su YnetNews del 19 gennaio 2011

(3) Herb Keinon sul Jerusalem Post del 23 marzo 2011

(4) Intervista di Ehud Barak sul Wall Street Journal del 5 marzo 2011

(5) Nel caso della Libia sono circolate alcune notizie su giornali arabi e israeliani 
sulla 
partecipazione della società di sicurezza israeliana Global Cst al reclutamento di 
mercenari 
per sostenere Gehddafi contro i ribelli di Bengasi. Molti ambienti dell'intelligence 
israeliana, 
tra cui Debka files, sono convinti e preoccupati che tra gli insorti di Bengasi sia forte 
la 
componente islamista e non vedono affatto di buon occhio una loro affermazione. In Libia 
Israele potrebbe essere impegnata a giocare la stessa partita spregiudicata che giocò 
nella 
guerra Iran-Iraq fornendo armi all'Iran (non arabo) contro l'Iraq (arabo e membro del 
Fronte 
del Rifiuto verso le trattative con Israele). La spregiudicatezza si rileva anche dalla 
crescente convergenza di interessi tra Israele con l'Arabia Saudita in funzione 
anti-iraniana. 
Un vertice tenutosi il 25 marzo a Mosca ha reso pubblica questa alleanza apparentemente 
"spuria" tra Riad e Tel Aviv.

(6) Yoaz Hendel su Ynet News del 21 marzo 2011

(7) Stefania Limiti su NeNa News del 25 marzo

* direttore del giornale Contropiano e co-fondatore del Forum Palestina


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