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Pace e ambiente



La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 27 settembre 2011



Giorgio Nebbia nebbia at quipo.it



Il 21 settembre scorso ricorreva, nel disinteresse generale, almeno in Italia, la “Giornata internazionale della pace” stabilita ogni anno dalle Nazioni Unite con una risoluzione che risale al 1981. Il disinteresse sarà forse dovuto al fatto che ormai di “giornate” nel corso dell’anno ce ne sono tante, fin troppe, per ricordare eventi o calamità di qualche genere; sarà perché anche di giornate della pace nel corso dell’anno ce ne sono tante. Era l’aprile 1963, poco dopo la fine della guerra di Corea e poco prima dell’inizio della guerra del Vietnam, che si levò, nel corso del concilio Vaticano II, la voce di Giovanni XXIII con l’enciclica “Pacem in terris” che spiegava inequivocabilmente che la pace avrebbe potuto essere ottenuta soltanto con la giustizia, giustizia prima di tutto nella distribuzione dei beni della Terra fra ricchi e poveri.



E poi dal primo gennaio 1968, col Papa Paolo VI, è cominciata la serie delle “Giornate mondiali della pace”che vengono celebrate ogni primo dell’anno nel mondo cattolico; e poi ci sono le giornate che ricordano i bombardamenti atomici. Più concretamente domenica scorsa migliaia di persona hanno marciato “per la pace”, da Perugia ad Assisi; ne ha parlato a lungo Leuzzi in questo giornale. Ciascun saggio porge illuminati inviti alla pace che tutti ascoltano con gli orecchi, ma nessuno mette in pratica tanto che, pur con tante lodevoli esortazioni, di pace ce n’è ben poca.



Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo, non un solo giorno in cui, da qualche parte, le truppe di stati o le milizie o gruppi armati non abbiano fatto sentire il rumore di cannoni o di mitragliatrici; la violenza ha dominato e pervaso la storia umana. C’è motivo di ricordarlo anche in questa rubrica perché ogni conflitto, ogni scontro, ha avuto cause ed effetti ambientali. Dietro le scuse ”ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi.



La conquista del petrolio e del gas naturale, prima di tutto, dovunque; e poi lo sfruttamento degli smeraldi in Afghanistan e il controllo degli oleodotti intercontinentali; lo sfruttamento dei diamanti in Angola, di legnami pregiati e pietre preziose in Birmania; di legname, rubini e zaffiri in Cambogia; di pietre preziose, diamanti, oro, tantalio, rame, cobalto, legname nella Repubblica democratica del Congo; di diamanti e legname in Liberia; di rame in Papua Nuova Guinea; di diamanti nella Sierra Leone, e si può andare avanti di questo passo. Poco conta se tale conquista avviene a prezzo di vite umane innocenti, di sofferenze, di distruzione di povere case, se i combattimenti provocano veri e propri disastri ecologici con la distruzione di campi coltivati e foreste e con l’inquinamento delle acque dei mari e dei fiumi, se coprono di fumi neri e tossici i cieli, se provocano la migrazione forzata di migliaia o centinaia di migliaia di persone colpevoli soltanto di occupare delle terre di cui qualcun altro vuole appropriarsi.



Solo in questi giorni la guerra in Libia ha provocato la migrazione di ex operai fuggiti dai combattimenti e tornati nei loro paesi di origine, ottantamila nel Chad, 75.000 nel Niger, che stanno affollando terre già afflitte da siccità e dalla fame. Vari studiosi hanno fatto i conti di quanto costa, soltanto in soldi, la serie infinita di conflitti e delle relative missioni “di pace”: 3000 miliardi di euro all’anno, il doppio del prodotto interno lordo italiano di un anno, una montagna di soldi su cui si gettano come falchi le grandi imprese che, dopo aver fatto profitti con la vendita delle armi e con le attività militari, sono pronte alla ricostruzione di ponti, raffinerie, città, distrutte dalle azioni militari dei loro stessi governi. Del sangue, dei morti, del dolore delle epidemie, le inevitabili conseguenze del rifiuto della pace, nessuno fa i conti perché non si possono misurare in euro o in dollari.



3000 miliardi di euro all’anno sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti; la pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l'ambiente è figlio, a sua volta, della pace.