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R: Al banchiere piacciono le armi



Conosco il personaggio,  di buon spessore culturale, purtroppo fa parte di quella finanza ebraica internazionale  che sul commercio di armi ha fatto la sua fortuna.

sebastiano

 


Da: disarmo-request at peacelink.it [mailto:disarmo-request at peacelink.it] Per conto di Paolo Bertagnolli
Inviato: martedì 31 gennaio 2012 12.22
A: disarmo pacelink
Oggetto: RE: Al banchiere piacciono le armi

 

Non mi pare che la proposta di Guido Roberto Vitale sia destinata a " far discutere": farneticazioni di questo tipo le si lascia, appunto, ai farneticanti.
Fonti energetiche alternative, studi per una crescita ecologica possibile, approfondimenti culturali per tutti in modo che certe persone non possano più affermare certe cose senza essere, immediatamente, tacitati, queste sono strade che vanno percorse.
Rimanere legati a concetti obsoleti come quelli che "le armi ed il loro sviluppo creano occupazione" è, appunto, demenziale.
Paolo Bertagnolli


Date: Tue, 31 Jan 2012 00:08:02 +0100
From: rossana123 at libero.it
To: disarmo at peacelink.it
Subject: Al banchiere piacciono le armi

di Marco Ratti da l'Espresso

 

«Più spese militari, per creare lavoro. Meno inutili laureati, più ragazzi che si rimboccano le maniche. E basta parlare di diritti, parliamo invece di doveri». La ricetta anticrisi del finanziere Guido Roberto Vitale. Destinata a far discutere

La disoccupazione giovanile «è dovuta soprattutto all'ignavia». Già, perché «ci sono mille lavori che si possono fare, anche diversi da quelli per cui ci si è inutilmente laureati». E la spesa militare in Italia «è un'opportunità per creare lavoro qualificato e duraturo». A pensarla così è Guido Roberto Vitale, uno dei più importanti banchieri d'affari italiani, fondatore e presidente di Vitale & Associati, spesso chiamato il "finanziere rosso".

 

Uno dei temi più dibattuti in questi giorni è la riforma del mercato del lavoro. Come valuta le prime mosse della titolare del Welfare, Elsa Fornero?

«Credo che il ministro Fornero si stia muovendo molto bene e con grande competenza. Mi auguro che abbia successo nella modernizzazione dei contratti di lavoro».

 

Quali interventi sono importanti per combattere la disoccupazione giovanile e il precariato?

«Per quanto riguarda i giovani, noto che troppi sono stati indotti a laurearsi, e spesso malamente, in discipline per cui non c'è domanda da parte del mercato. Penso per esempio ai laureati in legge, in scienze della comunicazione, in psicologia e, in generale, nelle materie umanistiche. Per contro, c'è una grande mancanza di tecnici specializzati in tutti i settori. Occorre dare urgentemente nuova dignità agli istituti tecnici. E credo che il precariato sia il risultato di un sistema di relazioni tra impresa e lavoro che è ormai sclerotizzato, che non tiene conto di ciò che è avvenuto con la globalizzazione».

 

Di quale cambiamento avrebbe bisogno, quindi, la nostra società?

«Si è parlato per 40 anni di diritti, ma adesso bisogna parlare un po' di doveri. I giovani che sono mantenuti dalla famiglia sono un danno per la loro famiglia e per la collettività. Ci sono mille lavori che si possono fare, anche diversi da quelli per cui ci si è inutilmente laureati. Ci sono molti lavori pubblici, per esempio, che non si fanno perché non ci sono le maestranze. Quindi c'è il dovere di rimboccarsi le maniche. In altre parole, in una società tutti devono avere gli stessi diritti, ma tutti hanno anche il dovere di meritarli, di guadagnarsi questi diritti».

 

Secondo lei, quindi, c'è lavoro per tutti i giovani che hanno voglia di darsi da fare?

«Penso che la disoccupazione giovanile sia dovuta soprattutto all'ignavia: se uno è laureato in legge, per esempio, e non ci sono posti, deve fare un altro lavoro. Non è pensabile che sia la collettività a inventarsi lavori, che non esistono, per loro».

 

La sua opinione su questo punto è chiara. Passando ai settori chiave della nostra economia, in questo momento di crisi quali sono da sostenere e quali, invece, quelli a cui chiedere qualche sacrificio?

«Non è questione di singoli settori. L'economia ripartirà quando cambierà l'umore degli italiani e quando diventeremo tutti più ottimisti. C'è bisogno di un nuovo modo di governare il Paese, di leggi nuove, di una pubblica amministrazione efficiente e puntuale, anche perché oggi sono troppi gli arbitrii a cui un cittadino deve sottostare senza alcuna ragione apparente. La cosa importante, dunque, è che ci sia un contesto favorevole. E tutti devono fare la propria parte».

 

Qualche tempo fa, sul sito dell'Espresso il padre comboniano Alex Zanotelli sosteneva che per recuperare i fondi necessari alla manovra «basterebbe tagliare le spese militari. Solo nel 2010 abbiamo speso per la difesa 27 miliardi di euro». Che cosa ne pensa?

«E' una proposta che risente della cultura di chi l'ha fatta. Le spese militari sono indispensabili a un Paese moderno che voglia avere una sua politica estera. E altrettanto dicasi per l'Europa. E non dimentichiamo mai che oggi gli armamenti sono per lo più fatti di software, che è una particolare branca di attività produttiva che è ad altissima intensità di lavoro qualificato e ad alto valore aggiunto».

 

E quindi?

«In ogni arma moderna la componente elettronica è sempre preponderante rispetto all'hardware e il software è sviluppato da laureati, da tecnici, da quel particolare tipo di professionalità in cui il mondo occidentale eccelle. Insomma, è un'opportunità per creare lavoro qualificato e duraturo. Inoltre, non possiamo dimenticare che quasi tutti i grossi progressi tecnologici hanno avuto la loro origine nelle spese per la difesa degli Stati Uniti d'America».