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Sardegna, l'ultima rivolta "Stop ai poligoni militari"



La regione ospita da sola l'80 per cento delle servitù italiane. La Guerra 
Fredda sull'isola non è finita: perfino la pesca è vietata durante le 
esercitazioni. Ed ora il Pd chiede al governo di smantellare tre grandi siti

di GIOVANNI VALENTINI
MENTRE i piemontesi della Val di Susa non vogliono la Tav e nel resto 
d'Italia, secondo i dati dell'Osservatorio Nimby, altre 330 opere  -  dagli 
impianti per le energie rinnovabili alle discariche e alle tangenziali  -  
vengono contestate dalle popolazioni e soprattutto dai politici locali, si 
riapre in Sardegna un caso che si trascina da più di mezzo secolo. Esattamente 
dal 1956.

Cioè da quando sul territorio dell'isola furono installate tre grandi basi 
militari per presidiare il fronte orientale della Nato ai tempi della "guerra 
fredda". Ma qui si tratta evidentemente di una questione di carattere 
strategico internazionale che appartiene ormai a un'altra epoca ed è già durata 
fin troppo, insidiando in questi cinquant'anni l'ambiente, la sicurezza e la 
salute dei sardi.
Con una mozione che verrà illustrata oggi in una conferenza stampa a Olbia, e 
quindi presentata nei prossimi giorni a palazzo Madama, il senatore del Pd Gian 
Piero Scanu intende ora chiedere al governo un "atto di indirizzo", per 
chiudere due dei tre poligoni di tiro ancora in funzione sull'isola: quelli di 
Capo Frasca e di Capo Teulada. Per l'altro, che è anche il più grosso, a Salto 
di Quirra, si propone il ripristino della sua destinazione originaria come 
luogo per la "ricerca tecnico-scientifica" e la sua riqualificazione 
ambientale.

Sono in totale 35 mila gli ettari occupati tuttora in Sardegna dalle servitù 
militari e dalle
aree demaniali connesse: l'80 per cento del territorio italiano 
complessivamente riservato a questi scopi. E durante le esercitazioni viene 
interdetto alla navigazione, alla pesca e alla sosta uno specchio di mare di 
oltre 20 mila chilometri quadrati intorno all'isola, poco meno della sua stessa 
superficie. Rispetto alle altre Regioni di confine a statuto speciale, la 
Sardegna rappresenta da sola quasi il 60 per cento, contro il 31,6 del Friuli-
Venezia Giulia, il 6,8 del Trentino-Alto Adige, lo 0,78 della Valle d'Aosta e 
lo 0,76 della Sicilia.

Nella mozione del senatore Scanu, si citano i risultati del recente progetto 
di riqualificazione ambientale per il poligono di Salto di Quirra: secondo la 
relazione conclusiva della Commissione tecnica, le indagini "hanno mostrato la 
sussistenza di reali impatti negativi sulle aree ad alta densità militare e 
zone adiacenti accanto ad ampie porzioni di territorio che non sembrerebbero 
interessate da significative contaminazioni". E anche in altri poligoni, come 
sostiene l'esponente politico sardo, "si sono verificate situazioni 
inaccettabili di grave degrado ambientale, come ad esempio nel poligono Delta 
presso il poligono di Capo Teulada, interdetto anche al personale della base e 
giudicato non bonificabile dalle autorità militari". Tutto ciò, conclude Scanu, 
"ha determinato gravi allarmi sociali a causa della percezione di rischi 
rilevanti per l'ambiente e la salute umana e animale limitando la possibilità 
di disegnare prospettive di sviluppo e di valorizzazione delle risorse di quei 
territori".

Oltre agli impegni assunti dal nostro Paese nell'ambito della Nato, risalgono 
alla stessa epoca anche gli accordi bilaterali Italia-Usa per installare in 
Sardegna avamposti militari gestiti direttamente ed esclusivamente dagli 
americani: la base dei sommergibili nucleari alla Maddalena (chiusa 
ufficialmente nel 2008) e quella militare di Cagliari. Ma questi atti furono 
assunti dai governi italiani senza neppure una votazione in Parlamento.

A metà degli anni Settanta, venne emanata una legge quadro sulle servitù 
militari che, fra l'altro, prevedeva l'istituzione di un Comitato tecnico 
paritetico fra il ministero della Difesa e la Regione interessata, quale organo 
consultivo per approvare le esercitazioni, le nuove installazioni militari e le 
relative servitù, valutandone la compatibilità con i piani di sviluppo 
territoriali. Dopo una serie infinita di dibattiti, impegni e polemiche, nel 
'90 fu approvata una nuova legge in forza della quale ogni cinque anni viene 
stilato un elenco delle regioni più oberate di servitù militari: il 
provvedimento contempla l'erogazione di un contributo annuo a favore dei 
Comuni, in rapporto ai rispettivi gravami, per finanziare opere pubbliche e 
servizi sociali. In base a un successivo Protocollo d'intesa, sottoscritto nel 
'99 dal presidente del Consiglio Massimo D'Alema e dal presidente della Regione 
Sardegna Federico Palomba, gli indennizzi sono riconosciuti non solo ai 
proprietari di immobili, ma anche ai pescatori danneggiati dalla sospensione 
forzata della loro attività.

Quanto agli impegni solenni sulle dismissioni, sulla nuova dislocazione delle 
servitù militari in altre regioni d'Italia e sulla ricerca di aree alternative 
dove trasferire parte delle attività di addestramento svolte attualmente nel 
poligono di Salto di Quirra, sono rimasti lettera morta. E perciò si può 
considerare tuttora valida la conclusione di Mario Melis, leader storico del 
Partito sardo d'Azione e poi presidente della Regione, nella Conferenza 
programmatica dell'aprile 1981: "L'italianità dei sardi si misura entro i 
limiti della sardità degli italiani".

http://www.repubblica.it/cronaca/2012/03/05/news/sardegna_no_poligoni-
30960007/?ref=HREC1-6