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LETTERE CRITICHE AL MANIFESTO SULLA VICENDA SIRIANA



Questa è la risposta di Maurizio Matteuzzi che ho apprezzato molto. In fondo 
due lettere di critica.

La prima cosa che viene da dire, di fronte a queste lettere sulla crisi 
siriana e di come la stia trattando "il manifesto", è: ma, cari compagni e 
lettori, la vicenda della Libia - prima la «guerra umanitaria» e poi il 
caotico, violento, secessionista post-guerra in corso - non ha insegnato 
niente? Non è lecito, anzi d'obbligo, almeno per un giornale come il nostro, 
alimentare qualche dubbio sui e qualche presa di distanza dai modi in cui la 
«narrazione» (come si usa dire adesso) e la lettura della crisi siriana vengono 
presentate dall'Occidente in generale, da paesi quali l'Arabia saudita e il 
Qatar, dalla stampa mainstream, italiana e internazionale (facciamo due nomi a 
caso, la Repubblica e al Jazeera)?

Allora ribadiamo qualche punto fermo e avanziamo qualche domanda.

1) Noi, come "manifesto", non stiamo adesso con Assad, come sulla Libia non 
stavamo con Gheddafi. Questo deve essere chiaro. Durante la guerra libica e 
adesso durante la guerra siriana, abbiamo sempre (sempre) scritto che dovevano 
andarsene e che inevitabilmente alla fine se ne sarebbero andati (nel senso che 
sarebbero stati cacciati). Quindi nessuna «scelta» per Assad, nessun 
«filisteismo», nessun «ponziopilatismo». Semmai, e lo rivendichiamo, il rifiuto 
del «pensiero unico» e della «narrazione a senso unico».

2) Rispetto alle legittimissime critiche di questi nostri compagni e lettori 
sulla copertura della crisi siriana, siamo noi a chiedere se e cosa ci 
avrebbero scritto se il manifesto avesse seguito il mainstream di politica e 
informazione sulla vicenda libica (ricordano i lettori quando la qatariota al 
Jazeera, presa per oro colato, la Repubblica e compagnia cantante, sparavano le 
notizie sui 10 mila morti a Tripoli, sulle fosse comuni e altre colossali 
balle?). Come spiegano che, adesso, della «nuova Libia», (esecuzioni 
extragiudiziarie, torture sistematiche, razzismo, radicalismo islamico, milizie 
fuori controllo..., il tutto documentato da Amnesty, da Human Rights Watch, 
Croce rossa e perfino dall'Onu che a suo tempo avallava la panzana 
dell'«intervento umanitario a protezione dei civili») i Sarkozy, i Cameron, gli 
Obama (e purtroppo anche i Napolitano) non profferiscano più parola, al pari 
dei giornali e tv mainstream?

3) Come non capire che il dittatore Assad e i suoi sanguinari servizi possono 
fare le nefandezze che stanno facendo in Siria, anche (anche) perché i Sarkozy, 
i Cameron, gli Obama (e purtroppo anche i Napolitano) e una Onu sempre più 
succube delle potenze centrali dell'Occidente hanno fatto in Libia quel che 
hanno fatto con il trucco della risoluzione 1973 sulla «protezione dei civili 
con qualsiasi mezzo» (ossia tramite i bombardieri della Nato)?

4) Come si spiegano l'attivismo sfrenato (e miliardario e militare) di paesi 
come l'Arabia saudita e il Qatar a fianco degli insorti di Libia e Siria? Carlo 
Villarini scrive che lui pensa «che sulla pelle del povero popolo siriano si 
stanno giocando molte partite sporche e non certo in nome dei diritti umani, 
della giustizia e della libertà». Giusto, ma sono solo le pessime Russia e Cina 
a giocarle?

5) In realtà, io credo che la scandalosa impotenza della «comunità 
internazionale» (con l'eccezione rivelatrice delle petro-monarchie del Golfo) a 
fermare la macelleria prima in Libia e ora in Siria (e anche in Yemen e 
Bahrain, ma quelle passate sotto silenzio: come mai?) sia un effetto diretto di 
un «interventismo umanitario» che in tutti i casi precedenti («dall'Iraq al 
Kosovo all'Afghanistan alla Libia», scrive giustamente Villarino, e io ci 
aggiungerei anche Haiti e Somalia) si sono rivelati tutto fuorché «umanitari», 
mentre in altri casi, quando un «interventismo umanitario» gridava la sua 
necessità (qualcuno si ricorda il genocidio del Ruanda?), non c'è stato alcun 
intervento (per colpa di chi?).

6) "Il manifesto" non è affatto «equidistante tra insorti e dittatura», come 
ci accusa Liliana Boccarossa. Ma ha distinto e continuerà a distinguere fra 
situazioni affatto diverse che richiedono letture e giudizi diversi, anche se 
tutte vanno sotto un ombrello di comodo (troppo comodo) di «primavera araba». 
Le rivolte o «rivoluzioni» in Tunisia ed Egitto (e anche quella misconosciuta e 
abbandonata a se stessa del Bahrain) sono una cosa, le rivolte e rivoluzioni in 
Libia e Siria un'altra. Ma davvero Liliana Boccarossa pensa che non si tratti, 
in entrambi i casi, di tentativi (mal) mascherati di «regime change» etero-
diretti? Altro che «rifiuto di un intervento militare esterno»...

È vero che i parametri di giudizio politico sono cambiati, che bisogna trovare 
nuovi strumenti di interpretazione della realtà. Ma, primo, questi nuovi 
strumenti non mi sembra che siano stati ancora compiutamente trovati e, 
secondo, bisogna fare attenzione che dietro a molti dei pretesi nuovi strumenti 
non si nascondano in realtà quanto di più vecchio esista nella storia del 
«secolo breve» appena concluso. Detto questo, per favore continuate e 
comprarci, leggerci e... polemizzare. Maurizio Matteuzzi

Partite sporche

Vi scrivo per esprimervi, da grande ma non acritico sostenitore, il mio 
dissenso riguardo al modo nel quale state presentando sul giornale la 
drammatica situazione in Siria. Il manifesto, che apprezzo per la volontà di 
scavare nelle notizie internazionali, sta descrivendo una situazione avviata 
verso il baratro della guerra civile focalizzando esclusivamente sulle manovre 
politiche attuate dalle potenze europee e dagli Usa, alleati alle monarchie 
filo-occidentali del Golfo, non certo rispettose dei diritti umani nemmeno dei 
loro cittadini, allo scopo di far crollare il regime di Assad, che ha la colpa 
di essere alleato allo "stato canaglia" Iran e di avere un governo laico e 
islamico-sciita contro le petro-monarchie islamico-sunnite del Golfo.

Per ottenere questo obiettivo, concludete, questa coalizione sta sostenendo 
con soldi e armi l'opposizione armata al regime siriano, molto ambigua per la 
presenza di forze islamiste radicali, e non scarterebbe nemmeno l'opzione 
dell'intervento militare, come già fatto contro la Libia. Sono uno di quei 
pacifisti che, assieme a tanti altri, ha sempre levato la propria voce contro 
le cosiddette guerre umanitarie, dall'Iraq al Kossovo all'Afghanistan alla 
Libia. Per quello che posso capire, penso anch'io che sulla pelle del povero 
popolo siriano si stanno giocando molte partite sporche, e non certo in nome 
dei diritti umani, della giustizia e della libertà.

Ciò detto, negli articoli che ho letto non viene dato alcun rilievo alle due 
questioni che un giornale pacifista e comunista avrebbe dovuto considerare 
centrali. Prima di tutto, che alle proteste per chiedere maggiore libertà e 
giustizia, il regime siriano ha da subito risposto con una violenza bestiale, 
scatenando i suoi temutissimi servizi segreti nella repressione, e ciò ha 
inevitabilmente convinto una parte dell'opposizione a scegliere la strada della 
lotta armata, pericolosissima specie in una società multietnica e 
multiconfessionale come quella siriana; in secondo luogo, che lo spettacolo 
drammatico cui il mondo sta assistendo ormai da giorni, il bombardamento con 
l'artiglieria pesante di un esercito potente come quello siriano di interi 
quartieri di una città di 800.000 abitanti, Homs, perché in essi si annidano le 
forze armate dell'opposizione, è una vergogna e una barbarie che non può essere 
in nessun modo sminuita o sottaciuta. Mi sarei aspettato che il manifesto, di 
fronte ai morti e al terrore causati da quelle bombe che cadono tra la 
popolazione civile (bambini compresi, sappiamo che le bombe non sono molto 
intelligenti) non avrebbe avuto alcun dubbio a indicare chiaramente chi è il 
repressore e chi l'oppresso, chi il macellaio e chi la vittima innocente. Ho 
letto invece con profondo dispiacere solo le allusioni ad un "gioco al rialzo" 
da parte delle organizzazioni dell'opposizione siriana (della quale giustamente 
evidenziate le divisioni, le ambiguità e le violenze verso i civili di altre 
comunità religiose) perché starebbero gonfiando le cifre dei morti, specie 
civili, allo scopo di creare una maggiore indignazione e reazione nella 
comunità internazionale. Tutti sappiamo che queste cose possono succedere, che 
la prima vittima di ogni guerra è la verità, e che in una guerra civile - il 
tipo peggiore di guerra - la violenza viene commessa da tutte le parti; ciò 
nonostante, chi vuole preparare il terreno a un'umanità migliore dovrebbe dire 
innanzitutto, e con tutta la forza che ha, che i morti sono comunque tanti, 
troppi, diverse migliaia da marzo dello scorso anno, nessuno ne sa il numero, e 
che la gran parte sono stati sicuramente ammazzati dal regime, moltissimi 
civili, sembra centinaia di bambini. E che alla fine di un altro giorno di 
bombardamenti dell'esercito di Assad ne siano morti altri 50 o 100 o 200, a 
seconda delle fonti d'informazione, non fa alcuna differenza: l'unica cosa da 
dire è che è sempre un prezzo inaccettabile. Saluti pacifisti ed i miei più 
grandi auguri per il vostro/nostro futuro.


Carlo Villarini



Ma quale equidistanza

Se non fosse così tragico sarebbe da ridere. Mentre da settimane Homs è sotto 
le bombe, mentre da ormai un anno gli sbirri della famiglia Assad uccidono, 
rastrellano, torturano chi chiede dignità e libertà, il manifesto continua con 
la sua "equidistanza" tra insorti e dittatura. In fondo ci sono "ammazzamenti 
da una parte e dall'altra" (14/2) o, cosa ovvia sul manifesto, nato tra stragi 
di Stato..., gli ordigni esplosivi che fanno strage «non sono certo piazzati da 
agente del regime di Assad» (Marinella Correggia 27/1). Care/i compagni/e, 
altro che "equidistanza", tra chi si è ribellato al regime e il regime degli 
Assad, gira e rigira, scegliete Assad. E la linea delirante del Réseau Voltaire 
ben noto in Francia per le sue tesi "complottiste" portate avanti dall'11 
settembre, e gli articoli di Silvia Cattori in cui il sionismo diventa 
"ideologia ebrea". Bella compagnia! Comunque al di là di questo squallore, la 
cosa politicamente grave è che non lasciate nessuno spazio di dibattito a chi 
nell'opposizione siriana tutta (e basta con la barzelletta del Cns "venduto" e 
del Ccn "puro"), e tra noi compagni/e si chiede come portare avanti il sostegno 
a chi crepa sotto le bombe pur di non vivere più sotto il ricatto del terrore e 
il rifiuto di un intervento miltare esterno.

Insomma, è impossibile non farsi domande e cercare risposte. Quelle che riesco 
a darmi sono queste: a) Il pacifismo di alcune/i che li porta ingenuamente a 
prendere per buone informazioni di chi il pacifismo strumentalizza. b) Assad 
"pro- palestinese" e che dunque va difeso. Peccato che abbia sempre usato la 
Palestina fare tacere la dissidenza interna e per indebolire i paesi limitrofi, 
finanziando a casa loro gruppi islamisti che massacrava in Siria. E che non 
abbia mai fatto nulla di serio per recuperare il Golan. c) Un po' di 
veterocomunismo che vede ancora in Castro - e ora in Chavez - un campo "di 
sinistra" da sostenere. E Chavez ha dichiarato che il suo "amico" Assad è un 
"umanista". d) La paura per la strada aperta dalle "primavere araba" ai gruppi 
islamisti. E qui, caro Matteuzzi, lascia che una vecchia e noiosa insegnante di 
francese ti ricordi che dopo la caduta della monarchia (1789) ci vollero 90 
anni molto travagliati prima che la repubblica diventasse forma di governo 
stabile (1879) e 116 anni per arrivare alla separazione di Stato e Chiesa 
(1905), senza parlare poi del voto alla donne. E che dunque dichiarare dopo 
neanche un anno la primavera araba morta, mi sembra un po' prematuro! e) 
Un'antiglobalizzazione che vede nei Bric in ascesa un antidoto al neoliberismo 
imperante e si schiera dunque dalla loro parte. Tacendo che la Russia sta 
cinicamente usando la crisi siriana per negoziare con gli Usa sullo scudo 
antimissili, e l'uso di Tartous. Altro che negoziazione tra le opposizioni e 
Assad....


Liliana Boccarossa



Come Ponzio Pilato

Siria: quanti venerdì di protesta (e di stragi) sono passati in otto mesi del 
2011, prima che si formasse l'"Esercito libero siriano" (Els)? Venticinque, 
trenta o di più? La sinistra italiana, nonostante le divisioni in due tronconi 
dell'opposizione siriana, aveva dimostrato una cauta simpatia per i 
dimostranti, per le proteste di piazza, ma non altro: non ha mosso un dito 
affinché la repressione fosse fermata e non si desse adito a interferenze 
straniere. Eppure non siamo più negli anni '60, quando si sussurava che il 
Baath socialista siriano finanziasse un partito italiano, poi discioltosi. A 
sinistra si sperava, fregandosi le mani, nel vaticinio che si ripetesse una 
nuova Libia per sussumere la rivolta di popolo sotto la cifra dell'intervento 
imperialista, potendosi così, tra l'altro, in qualche modo uniformarsi al 
linguaggio sprezzante del dittatore Assad, che da subito, di fronte a gente 
disarmata, aveva definito chi andava in piazza come "terrorista".

Filisteismo: è bastato che si formasse un nucleo consistente di militari 
disertori che, non solo si rifiutavano di sparare sulla folla, ma affiancavano 
la protesta, perché quanto accadeva in Siria fosse omologato, alla stregua 
delle dichiarazioni e degli interessi russi e cinesi, sotto la dizione generica 
di "violenze", non meglio qualificate e addebitate. Ora è un gioco da ragazzini 
dimostrarsi apparentemente super partes, appoggiando di fatto il regime dalle 
diciassette polizie segrete e di altro ancora. Di Ponzio Pilato nella storia 
non ce ne è stato solo uno.


Giacomo Casarino, Genova