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I pirati dell’Oceano Indiano - da Il Manifesto M. Dinucci



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                            il manifesto
                            5 giugno 2012

                        L´arte della guerra
                                  
                   I pirati dell´Oceano Indiano 
                                  
                           Manlio Dinucci 

Lo schieramento multipartisan, che dell´elmo di Scipio s´è cinta la testa, è 
sceso a fianco dei due fucilieri del Battaglione San Marco incriminati 
dalla magistratura indiana per aver sparato su dei pescatori, scambiati per 
pirati, uccidendone due. Decine di Comuni hanno risposto alla chiamata 
patriottarda di Ignazio La Russa, esponendo lo striscione «Salviamo i 
nostri marò». Giornalisti embedded del Tg1 hanno indossato il nastro 
giallo della Marina militare con scritto «Non lasceremo soli i nostri 
fucilieri! No men left behind!». In effetti non sono stati lasciati indietro. 
Grazie alle instancabili pressioni del presidente Monti e del ministro della 
difesa Di Paola sulle autorità indiane, nonché alla «donazione» di 146mila 
euro in rupie alle famiglie degli uccisi (definita da Di Paola «un atto di 
generosità»), «i nostri marò» sono stati scarcerati. Proprio mentre a 
Roma si svolgeva la parata militare del 2 giugno, voluta dal presidente 
Napolitano per «onorare gli italiani che hanno sacrificato la vita in 
missioni internazionali di pace». 
Come quella in cui sono impegnati i marò dei «Nuclei militari di 
protezione», dislocati a bordo di mercantili italiani nell´Oceano Indiano. 
Tali nuclei godono di «un adeguato grado di autonomia operativa»: 
possono quindi decidere autonomamente quando e come sparare. Questa 
vera e propria licenza di uccidere, conferita loro dal Parlamento, viene 
estesa con la Legge 130/2011 a contractor di compagnie private, che 
possono «utilizzare le armi predisposte sulle navi mercantili previa 
autorizzazione del Ministro dell´interno». 
Il tutto sotto l´operazione Ocean Shield (Scudo dell´Oceano) della Nato, 
il cui scopo ufficiale è «il contrasto alla pirateria al largo e lungo le 
coste della Somalia e del Corno d'Africa». Per tale operazione sono 
dislocati permanentemente nell´Oceano Indiano due gruppi navali 
multinazionali della Forza di reazione rapida della Nato, sotto il comando 
marittimo alleato di Napoli. La Ocean Shield è a sua volta collegata alla 
Cmf, forza marittima multinazionale composta da 36 navi da guerra con 
supporto aereo, la quale, agli ordini della componente navale del 
Comando centrale Usa in Bahrain, ha la missione di «combattere il 
terrorismo e la pirateria nelle acque internazionali del Medio Oriente, 
da cui passano alcune delle più importanti rotte commerciali del 
mondo». 
Il vero scopo dell´imponente schieramento navale, cui partecipa anche 
l´Italia, è dunque il controllo delle rotte petrolifere e, allo stesso tempo, la 
preparazione di altre guerre per il dominio della regione. Con il pretesto 
della lotta alla pirateria. Mentre le stesse potenze che presidiano 
militarmente l´Oceano Indiano continuano a depredare le acque della 
Somalia e di altri paesi con le loro flotte pescherecce e a inviarvi le navi 
dei veleni a scaricarvi i rifiuti tossici del mondo ricco. Provocando 
carestie e malattie che in Somalia hanno spazzato via interi villaggi di 
pescatori, costringendo tanti giovani, per sopravvivere, a fare da 
manovalanza nelle azioni di pirateria. E altri, come gli indiani contro cui 
hanno sparato i marò, a rischiare la vita per poche rupie, sperando che, se 
vengono uccisi, le famiglie siano risarcite dalla «generosità» dei pirati 
istituzionali. 


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