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Re: Rifugi antiatomici a Nova Gorica - perchè ?



On 21 Aug 2012 at 13:07, compax at inwind.it wrote:

" In uno dei rifugi di Renzo, poco prima dell'aggressione del 1991, la Croce
rossa sistemo tutti i suoi materiali: lettini, coperte e strumenti vari.
Durante l'attacco tutto il materiale fu trasportato nel bosco di Trnovo,
dove allestirono un ospedale da campo per poter intervenire soprattutto in
caso ci fossero militari jugoslavi feriti." 

Aggressione? Quale aggressione? A me risulta che l'Esercito jugoslavo abbia svolto 
all'epoca unicamente il suo compito: difendere il territorio della Jugoslavia contro una 
secessione unilaterale, non concordata, e ben finanziata, armata e addestrata dall'estero 
(Austria, Germania et al.). Come se il Piemonte dichiarasse unilateralmente la secessione 
armata sovvenzionata, auspicata, addestrata e armata da Francia e Svizzera: nemmeno 
Pertini avrebbe avuto dubbi su come opporsi, avrebbe ordinato all'E.I. di difendere il 
territorio e i confini della Repubblica. Al riguardo la documentazione è abbondante e a 
disposizione di chiunque voglia approfondire per non affermare baggianate di comodo (ma 
Il Piccolo sappiamo per chi rema). Che le cose in Slovenia si siano risolte senza scontri 
di 
rilievo è stato grazie al buon senso dell'Armata federale e di alcuni comandanti della 
Guardia territoriale slovena che hanno lavorato per evitare uno scontro frontale tra 
secessionisti e governativi. Ricordo infine che il Comandante dell'Armata federale in 
Slovenia era, all'epoca, uno sloveno che ha lasciato la sua Slovenia via Rijeka (non 
ancora 
Croazia ma Repubblica Federale di Croazia componente la Repubblica Socialista 
Federativa di Jugoslavia) assieme alle truppe federali di cui era al comando. Un tanto 
per 
chiarire i fatti. Quale 'AGGRESSIONE' quindi e quale 'ATTACCO'?. E, a proposito, la Croce 
Rossa che ne sapeva che ci sarebbe stato un 'attacco' per premunirsi a sistemare 'tutto 
il 
suo materiale' presso il rifugio 'di Renzo' per poi trasferirlo a Trnova? Chi l'aveva 
informata 
dell'evolversi futuro degli eventi? Forse la Croce Rossa tedesca e austriaca? O quella 
della 
Svizzera che pochi anni dopo mandava i suoi container di mjedicinali scaduti a marcire 
sui 
moli della Puglia per scambiarli con quelli forniti da Austria e Germania pieni di armi 
materiale e divise che raggiungevano il Kosovo e l'UCK? Anche questo è documentato. 
Incredibile nel contesto l'ultima frase citata dal post di Alex <compax at inwind.it> :  
"allestirono un ospedale da campo per poter intervenire soprattutto in caso ci fossero 
militari 
jugoslavi feriti". Strano, no? L'ospedale lo mettono su gli sloveni per curare eventuali 
feriti 
jugoslavi nel corso di una aggressione ... fatta da chi? Dai Marziani??? 
Fossi io il cronista (sarà mica Mauro Manzin? nel caso sarebbe inutila chiedergli 
informazioni meno faziose) farei alcune ulteriori domande al Renzo in oggetto e agli 
altri 
'custodi di rifugi'. Magari mettendoli a confronto con la dirigenza slovena dell'epoca e 
con i 
capi dei servizi sloveni, austriaci e tedeschi pre-1991. 

Saluti... 

Jure Ellero, Trieste 

=============== 


On 21 Aug 2012 at 13:07, compax at inwind.it wrote:

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L'interessante articolo di "colore" non tiene conto dei Piani Nato di
aggressione e difesa, che - secondo voci diffuse - avrebbero
comportato anche barriere di mine atomiche in funzione antirussa, sul
confine italo - jugoslavo presso la c.detta Soglia di Gorizia. Sulle
quali non è mai stato possibile reperire notizie approfondite.
Alessandro Capuzzo

Viaggio dentro i bunker antiatomici
Il Piccolo di Trieste - 01 agosto 2012 -   pagina 17

di Jan Mozetic wNOVA GORICA Se a Nova Gorica si chiede dei rifugi
antiatomici, la gente reagisce sbigottita, sorpresa. Eppure le viscere
di Nova Gorica sono completamente bucate da molteplici bunker,
testimoni di un passato definitivamente tramontato nella mente della
maggior parte della gente. Precauzioni Dagli anni Sessanta in poi,
nonostante la pesantezza del clima internazionale, la Jugoslavia ha
mantenuto con i Paesi confinari un rapporto di buon vicinato, ma era
sempre pronta in caso di attacco. È in questo contesto che va
interpretato l'investimento massiccio per finanziare i rifuggi
antiaerei. In Slovenia essi svolsero un piccolo ruolo durante la
guerra di indipendenza che nel 1991 durò appena dieci giorni. Ben
altra portata essi ebbero in Bosnia e in Serbia durante le guerre che
fecero crollare la Jugoslavia. Pensati per difendere la popolazione da
aggressioni esterne, trovarono il loro ruolo nella guerra civile e
infine in quella del Kosovo. Nova Gorica essendo città di frontiera,
quella che nei piani iniziali doveva essere addirittura un modello del
socialismo da contrapporre all'occidente, ovviamente fu da subito
dotata di rifugi antiaerei. In proporzione agli abitanti, Nova Gorica
è la terza città slovena per numero di rifugi, circa sessanta, per
una capienza variabile, ma che si aggira intorno ai duecento posti a
rifugio. Fino al 1991, quando la Slovenia divenne indipendente, ogni
costruzione (tranne le case private) doveva esserne munita. A tale
proposito fu stanziato un fondo alimentato dal quattro per cento del
costo totale della costruzione. Due tipi Ci sono due tipi di rifugi:
quelli, più costosi, idonei in caso di attacco atomico, di
contaminazione radioattiva; gli altri più semplici e meno costosi. I
rifugi antiatomici dovevano avere una pressione più alta dell'aria. A
ciò erano adibite delle attrezzature apposite in grado di filtrare
l´aria con sabbia e carbone. Ancora oggi si continua a costruire i
rifugi. In ogni edifico pubblico dedicato all'istruzione, alla
sanità, all'esercito ubicato in aree di densità superiore ai 5000
abitanti, sono obbligatori per legge, e ovviamente lo Stato pretende
che quelli già esistenti che hanno le stesse caratteristiche, siano
mantenuti in buono stato. A Nova Gorica Il Comune di Nova Gorica
gestisce ancora sei rifugi pubblici, alcuni dei quali sono a Salcano e
a Kromberk. La maggior parte dei rifugi ubicati sotto i palazzi sono
invece abbandonati a se stessi. Qualcuno è utilizzato come magazzino.
Teoricamente dovrebbero poter essere riconvertiti in rifugio entro un
mese. Tra gli ultimi rifugi costruiti ci sono sono due che non sono
sottoterra. Sono stati posti nel 1986 uno di fianco all'altro verso la
fine di via Cankar. Già due anni dopo erano adibiti l'uno a
supermarket l'altro a macelleria, perché sin dall'inizio il progetto
prevedeva l'uso molteplice di questi spazi. Ancora oggi i luoghi sono
tenuti perfettamente e nel giro di 15 minuti possono trasformarsi in
due rifugi antiatomici. Durante i dieci giorni della guerra slovena, i
rifugi sono stati utilizzati complessivamente tre volte. La prima per
una esercitazione, le altre due per il rischio concreto dell'attacco.
All'epoca tutto si svolse ordinatamente. La gente fu efficacemente
avvertita, tutti sapevano cosa fare. Bogdan Zoratti lavora al Comune
di Nova Gorica come consigliere per la sicurezza. Ha svolto il corso
di sopravvivenza dentro il rifugio, racconta delle difficoltà a
sopravvivere con tante persone dentro un ambiente isolato, senza la
luce del sole. La sua esperienza si è protratta per soli due giorni.
«Non oso pensare come resistere lì dentro un mese. Le persone
perdono la testa, vanno in stato confusionale». Renzo Obidic, faceva
parte della guardia civile ed era il diretto responsabile di due
bunker. All'epoca ogni rifugio era sotto il controllo, la
responsabilità di una persona. Ancora oggi molti di loro, pur non
avendo più un incarico ufficiale, hanno le chiavi e spesso gestiscono
direttamente le questioni che riguardano il loro rifugio. In uno dei
rifugi di Renzo, poco prima dell'aggressione del 1991, la Croce rossa
sistemo tutti i suoi materiali: lettini, coperte e strumenti vari.
Durante l'attacco tutto il materiale fu trasportato nel bosco di
Trnovo, dove allestirono un ospedale da campo per poter intervenire
soprattutto in caso ci fossero militari jugoslavi feriti. Nel bosco
infatti era più difficile scappare e i militari erano facilmente
controllabili. Al momento dell'attacco la maggioranza delle persone
corse nei rifugi. L'atmosfera però non era troppo tesa. I bambini si
portavano i cagnolini, i gatti, i pesci rossi, il giocattolo
preferito. Non c'erano scene di isteria. Anzi, per i vecchi era un
bella opportunità perché così erano tutti riuniti, in un luogo
oltretutto fresco (eravamo in piena estate), nel quale potevano
chiacchierare tranquillamente. Anche dopo il cessato allarme alcuni
vecchi rimasero sotto a giocare a briscola e chiacchierare. Renzo
doveva premurarsi soprattutto che alcuni anziani con difficoltà nello
spostarsi, raggiungessero comunque in tempo i rifugi. «Essendo vicini
al confine - ricorda Renzo - gli aerei avrebbero avuto difficoltà nel
manovrare senza sconfinare in Italia. ma lo stesso il rombo degli
aerei, creò comunque terrore». L´oblio I ragazzi della
Teritorialna obramba pattugliavano costantemente il territorio. Prima
che ci fosse l'autostrada, la strada principale che collegava Nova
Gorica con l'entroterra sloveno era quella che passa per Aisevica. Da
lì i membri della Teritorialna obramba avevano preso i carri armati e
li avevano sistemati vicino all´unica chiesa di Nova Gorica, vicino
alla stazione di polizia all'ingesso ovest della città. Al contempo
altri portavano, tra le altre cose, informazioni fresche alla persone
su ciò che accadeva a Rozna Dolina, la zona più calda, dove gli
spari giungevano più di frequente. Ora la maggior parte dei rifugi
sono praticamente abbandonati. Forse non è bene dimenticarsene ma la
cosa più importante è che non tornino mai ad essere utilizzati come
rifugi antiatomici.

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