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Siria.L’altra verità di Daraya la città dell’ultimo massacro



Robert Fisk - la Repubblica,  30 Agosto 2012

Uno scambio di prigionieri si è trasformato in una strage con almeno 245 
vittime tra cui molte donne e bimbi È quanto alcuni testimoni hanno raccontato 
al primo inviato occidentale giunto in uno dei luoghi simbolo della rivolta 
DARAYA. La città del massacro, è un luogo di spettri e domande, che ieri 
riecheggiava dei boati dei mortai e dei crepitii delle armi da fuoco, con i 
pochi abitanti ritornati che parlavano di morti, aggressioni, “terroristi” 
stranieri, e con il suo cimitero di carneficine infestato dai cecchini. Le 
donne e gli uomini con cui ho potuto parlare, due dei quali avevano perso dei 
congiunti nel giorno dell’infamia a Daraya, cinque giorni fa, hanno raccontato 
una storia diversa da quella che si sente ripetere in tutto il mondo, il 
racconto di una cattura di ostaggi da parte dell’Esercito libero siriano e di 
frenetiche trattative per uno scambio di prigionieri fra gli oppositori armati 
del regime e l’esercito siriano, prima che le forze lealiste del presidente 
Bashar Al Assad prendessero d’assalto la città per sottrarla ai ribelli. 
Ufficialmente non è stata fatta parola di questi colloqui fra i due fronti. Ma 
alti ufficiali dell’esercito siriano hanno raccontato che «avevano esaurito 
ogni possibilità di riconciliazione» con le forze che tenevano la città, mentre 
i residenti di Daraya hanno detto che da entrambe le parti era stato fatto un 
tentativo di organizzare uno scambio tra civili e soldati non in servizio 
attivo — apparentemente rapiti dai ribelli per i loro legami familiari con 
membri dell’esercito lealista — e prigionieri nelle mani dell’esercito. Quando 
le trattative sono fallite, l’esercito di Assad è avanzato su Daraya, a una 
decina di chilometri dal centro di Damasco. Essere il primo testimone oculare 
occidentale in città ieri era tanto frustrante quanto pericoloso. I corpi di 
uomini, donne e bambini erano stati trasferiti dal cimitero, dove molti di loro 
erano stati ritrovati; e quando siamo arrivati in compagnia delle truppe 
siriane al camposanto sunnita i cecchini hanno aperto il fuoco contro i 
soldati, colpendo la parte posteriore del vecchio veicolo blindato con cui ci 
siamo dati alla fuga. Ma siamo riusciti a parlare con dei civili lontano dalle 
orecchie dei funzionari siriani — in due casi all’interno delle case di queste 
persone — e il loro racconto dell’ultima strage, con l’uccisione di massa, 
sabato, di almeno 245 fra uomini, donne e bambini, indica che le atrocità sono 
state molto più ampie del previsto. Una donna, che ha detto di chiamarsi Leena, 
ha detto che stava attraversando la città in macchina e che ha visto almeno 10 
cadaveri di uomini abbandonati in strada vicino a casa sua. «Non ci siamo 
fermati, non abbiamo avuto il coraggio, abbiamo semplicemente visto questi 
corpi per strada », ha detto, aggiungendo che le truppe siriane non erano 
ancora entrate a Daraya. Un uomo, anche se non aveva visto i morti nel 
cimitero, si è detto certo che si trattava per lo più di persone legate all’
esercito lealista e che tra di loro c’erano diversi coscritti non in servizio. 
«Uno dei morti era un postino, lo hanno preso perché era un dipendente pubblico 
», ha detto l’uomo. Se queste storie sono vere, allora gli uomini armati — che 
secondo un’altra donna, che mi ha raccontato che hanno fatto irruzione in casa 
sua e che lei li ha baciati nel tentativo di impedirgli di sparare sui suoi 
cari, indossavano cappucci — non erano soldati siriani, ma ribelli. La casa di 
Amer Shaykh Rajav, autista di carrello elevatore, secondo quanto racconta lui 
era stata requisita da uomini armati per essere usata come base delle forze 
dell’Esercito libero, come i civili definiscono i ribelli. Hanno sfasciato le 
stoviglie e bruciato tappeti e letti — la famiglia ci ha mostrato queste 
devastazioni — e oltre a questo hanno estratto e portato via i chip dei 
computer portatili e dei televisori presenti nell’appartamento. Forse per 
usarli come componenti per bombe? Su una strada ai margini di Daraya, Khaled 
Yahya Zukari, camionista, stava lasciando la città sabato a bordo di un 
minibus, insieme alla moglie Musreen, di 34 anni, e alla figlioletta di 7 mesi. 
«Stavamo andando verso Senaya quando improvvisamente hanno cominciato a 
spararci addosso. Ho detto a mia moglie di mettersi giù, ma una pallottola è 
entrata nel bus e ha colpito la nostra bambina e mia moglie. Era la stessa 
pallottola. Sono morte tutte e due. Gli spari venivano dagli alberi, da una 
zona verde. Forse erano i guerriglieri che erano nascosti dietro il terreno e 
gli alberi e hanno pensato che fossimo un pullman militare, che trasportava 
soldati». Indagare approfonditamente su una tragedia di queste proporzioni e in 
queste circostanze ieri era praticamente impossibile. In certi casi, al seguito 
delle forze armate siriane, abbiamo dovuto attraversare di corsa strade deserte 
con cecchini anti-Assad agli incroci; molte famiglie si erano barricate in 
casa. Il racconto forse più triste di tutta la giornata di ieri è stato quello 
del 27enne Hamdi Khreitem, che stava seduto in casa insieme a suo fratello e 
sua sorella e ci ha raccontato che i suoi genitori, Selim e Aisha, sabato erano 
usciti per andare a comprare il pane. «Avevamo già visto in televisione le 
immagini del massacro — le reti occidentali dicevano che era stato l’esercito 
siriano, la televisione di Stato diceva che si trattava dell’Esercito siriano 
libero, ma non avevamo più da mangiare e mamma e papà hanno preso la macchina e 
sono andati in città. Poi è arrivata una telefonata dal loro cellulare ed era 
mia madre, che ha detto solo: “Siamo morti”. Lei non era morta. Era stata 
ferita al braccio e al petto. Mio papà era morto, ma non so dove sia stato 
colpito o chi lo abbia ucciso. Lo abbiamo riportato a casa dall’ospedale, lo 
abbiamo coperto e lo abbiamo seppellito ieri». (©The Independent La Repubblica 
Traduzione Fabio Galimberti)