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Sui Balcani e Kosovo in particolare



Senza strada del ritorno di Andrea Oskari Rossini e Amnesty: chi ha commesso i 
crimini di guerra allora? di Tommaso Di Francesco

BALCANI In tutta la Bosnia Erzegovina la pulizia etnica sembra avere vinto 
ovunque, nonostante le stime ottimistiche sui ritorni di profughi e sfollati
Aspettando per il 2013 il nuovo censimento della popolazione alla fine della 
guerra
«Quando hanno sfondato la linea del fronte, lassù, abbiamo avuto solo 4, 5 ore 
per abbandonare il villaggio. Siamo partiti in fretta, con una borsa sulle 
spalle, per salvare la vita». Dusko guarda la collina dietro casa sua. Il 15 
settembre del '95, quando è caduta Vozuca, nella vallata adiacente, ha 
abbandonato tutte le sue cose ed è diventato un profugo. Oltre due milioni di 
persone, durante la guerra in Bosnia Erzegovina (BiH), tra il 1992 e il 1995, 
hanno subito il suo stesso destino.
Venti anni dopo l'inizio di quel conflitto, nessuno sa esattamente quanti di 
loro siano tornati a casa.
«Io sono ritornato l'8 marzo del 2001, con un primo gruppo di 20 famiglie. 
Fino a quel momento siamo rimasti nella periferia di Doboj, in Republika Srpska 
(una delle due entità in cui la BiH è divisa, ndr), a circa 50 km da qui. 
Tornare è stato difficile. Qui c'era la nostra fattoria, vivevamo di quello. Le 
stalle non c'erano più - racconta mostrando un vecchio cumulo di macerie - e la 
nostra riserva di bestiame era stata distrutta». La casa di Dusko, come la gran 
parte delle case del suo villaggio, Bocinje, nel comune di Maglaj, era stata 
occupata da una famiglia di mujaheddin, volontari stranieri che durante la 
guerra avevano combattuto in Bosnia centrale a fianco dei bosniaco musulmani.
«Qui a Bocinje, e nei villaggi circostanti, si erano insediate 145 famiglie di 
stranieri, più alcune centinaia di famiglie di mujaheddin bosniaci. Non 
volevano andarsene. Alla fine sono stati obbligati a farlo dalla comunità 
internazionale e dalle autorità locali. Sono rimasti solo quelli che erano 
riusciti ad acquistare legalmente un immobile prima del nostro ritorno. Con 
loro all'inizio abbiamo avuto qualche problema, non proprio scontri violenti, 
diciamo discussioni. Col tempo, però, si è tutto tranquillizzato. Anzi, negli 
ultimi tre anni sono iniziate anche delle forme di collaborazione tra noi, 
ritornanti serbi, e i mujaheddin. Direi che almeno la metà dei ritornanti si 
incontra con loro per comprare o vendere prodotti, scambiarsi cose».
Bocinje è un villaggio della Bosnia rurale che, prima della guerra, contava 
circa 4.000 abitanti. Se si considera la storia recente di questa comunità 
locale, e il fatto che quasi tutte le sue abitazioni erano state distrutte, 
parte nel '95 e parte nel 2001, quando i mujaheddin se ne sono andati, si può 
ritenere che qui il processo di ritorno abbia avuto successo. Le case sono 
state ricostruite a gruppi di 10, 20, in base alle disponibilità delle 
organizzazioni che si occupavano della ricostruzione. Come altrove in Bosnia, i 
fondi non sono stati sufficienti per risanare tutti i danni. La maggior parte 
delle persone, però, ha avuto la possibilità di ritornare, le proprietà sono 
state restituite e, secondo i residenti, non ci sono più problemi di sicurezza.
Eppure, molti di quelli che sono ritornati, sono partiti di nuovo. Oggi, nella 
comunità locale di Bocinje, abitano poco più di 600 persone. Meno di un quarto 
degli abitanti originari.
Tutti insieme il 1 maggio '92
Pochi chilometri a nord di Bocinje, seguendo il corso della Bosna, si entra in 
Republika Srpska. Uno dei primi villaggi che si incontrano lungo il fiume, dopo 
Doboj, è Kotorsko. Prima della guerra, Kotorsko era un villaggio completamente 
bosgnacco (bosniaco musulmano). Lo è anche oggi, nonostante si trovi nel 
territorio dell'entità a maggioranza serba. Venti anni fa però, all'inizio 
della guerra, i bosniaco musulmani di Kotorsko erano stati improvvisamente 
costretti a fuggire. «Il primo maggio del '92 - ricorda Muhamed - eravamo tutti 
insieme a Doboj, con serbi e croati, a festeggiare la festa del lavoro. Poi, 
due giorni dopo, sono cominciati i bombardamenti sul nostro villaggio. Non 
riuscivamo neppure a crederci. Ci siamo difesi fino a quando abbiamo potuto ma 
alla fine, il 17 giugno, abbiamo dovuto abbandonare le nostre case. Siamo 
riusciti a evacuare l'intero villaggio, ma abbiamo perso tutto».
La rapidità con cui la pulizia etnica ha operato in Bosnia all'inizio della 
guerra, in particolare nel territorio dell'attuale Republika Srpska, è stata 
recentemente evocata nel corso del processo Karadzic da un'esperta di 
demografia, Ewa Tabeau, testimone della Procura. Secondo Tabeau, circa 300.000 
bosniaco musulmani hanno dovuto lasciare le proprie case nei primissimi mesi 
del '92 e in alcuni comuni, come ad esempio Prijedor, il loro numero è caduto 
del 97% tra il '92 e il '97, a fronte di un incremento della popolazione serba 
di oltre il 100%.
Anche il villaggio di Muhamed, Kotorsko, è stato occupato dai serbi, e i 
bosniaco musulmani sono potuti rientrare solo nel 2000. Una parte della 
cittadina era distrutta, una parte ancora occupata. «All'inizio non è stato 
facile, spiega Muhamed. La gente si era insediata nelle case, c'è stata 
resistenza. Poi, quando hanno visto che non c'era altra soluzione, pian piano i 
serbi se ne sono andati».
Le donazioni internazionali non sono state sufficienti a ricostruire le case 
di tutti. Alcuni, specie quelli che erano fuggiti all'estero, hanno dovuto fare 
da soli. Nonostante le difficoltà, tuttavia, anche la storia di Kotorsko sembra 
un successo. Tutte le proprietà sono state restituite e il ritorno è una 
realtà. Anche in questo villaggio però, che prima della guerra contava 3.600 
abitanti, oggi ne vivono meno della metà. Più di 2.000 abitanti non ci sono 
più. Scappati dalle bombe nel 1992, hanno deciso di non tornare. Sono rimasti 
in Canada, Australia, Stati Uniti, o altrove in Europa. Se tornano a Kotorsko, 
è solo per le vacanze estive. Qui, del resto, non c'è lavoro. «Solo un po' di 
commercio o edilizia, dice Muhamed. Le fabbriche non ci sono più. Ci sono solo 
i bar».
Trnovo Polje 1
Ai piedi della collina su cui sorge Kotorsko, su un'ansa del grande fiume che 
dà il nome al Paese, la Bosna, c'è uno spiazzo. Qui sorge un agglomerato di 
case costruite senza un ordine preciso. Non ci sono infrastrutture, al di fuori 
di una strada sterrata e di qualche palo elettrico. L'acqua non arriva 
dappertutto e la rete fognaria è inesistente. Gli abitanti chiamano questo 
posto «Trnovo Polje 1». Sono per lo più serbi che avevano occupato le case dei 
bosgnacchi di Kotorsko e che, dopo la restituzione delle case, non hanno voluto 
o potuto ritornare dove vivevano prima della guerra.
«Non tutti vogliono ritornare, specialmente quelli che hanno perso qualcuno in 
questa guerra sfortunata», spiega Simo, un uomo sui 50 anni. «Io sarei tornato, 
ma la mia casa è stata distrutta fino alle fondamenta. Non c'è più niente, non 
sembra neppure che lì ci fosse una casa. Ho chiesto aiuto per la ricostruzione, 
o una compensazione, ma non ho ottenuto nulla». Per alcuni anni, Simo ha 
occupato la proprietà di una donna bosniaco musulmana a Kotorsko. Quando lei è 
tornata dalla Germania, dove era fuggita durante la guerra, Simo ha 
attraversato la strada e ha costruito una baracca a Trnovo Polje 1. Col tempo, 
e non senza polemiche, quella baracca, insieme ad alcune altre decine, è 
diventata in muratura e, da soluzione provvisoria, è divenuta definitiva.
Di nuovo in Federazione, la parte del Paese a maggioranza croato-bosgnacca, 
incontriamo un altro gruppo di ritornanti a Zelece, nel comune di Zepce. Zivko, 
un serbo, si lamenta della totale mancanza di lavoro. Un vicino bosgnacco mi 
conferma che molti di loro, dopo essere ritornati, hanno venduto le case e sono 
partiti di nuovo.
Nel lungo dopoguerra bosniaco, i profughi hanno seguito strade diverse. Alcuni 
hanno deciso di non ritornare, restando all'estero o in altre zone del Paese. 
Altri, invece, hanno cercato di tornare a casa. Spesso, però, questi ultimi non 
hanno trovato quello che si aspettavano e sono partiti di nuovo, dando vita ad 
una seconda ondata migratoria dopo quella degli anni '90. Gli effetti di questo 
secondo esodo non sono ancora stati valutati.
I dati del ministero
Mario Nenadic, funzionario del ministero per i Diritti Umani e i Rifugiati 
della Bosnia Erzegovina, attualmente assistente del Ministro, ha seguito la 
questione dei ritorni dal suo inizio. «Secondo i nostri dati - ha spiegato 
Nenadic ad Osservatorio - le persone che hanno dovuto lasciare il Paese durante 
la guerra, o che sono sfollate in altre zone della Bosnia Erzegovina, sono 2 
milioni e duecentomila. L'ultimo censimento che è stato fatto in questo Paese, 
quello del 1991, aveva registrato 4 milioni e trecentomila abitanti. Oltre la 
metà della popolazione bosniaca, dunque, è stata costretta ad abbandonare le 
proprie case».
Circa un milione, secondo il ministero, sono quelli che sono fuggiti 
all'estero. Leggermente superiore il numero degli sfollati interni, rifugiatisi 
nelle zone del Paese dove la loro nazionalità era maggioranza. I dati del 
governo, alla primavera del 2012, indicano che, di queste due milioni e 200.000 
persone, 1 milione e 70.000 sono ritornate alle proprie case. Le famiglie 
ancora in lista per ottenere la ricostruzione del proprio immobile, e poter 
fare ritorno, sono 47.000. Infine le persone che, in Bosnia Erzegovina, hanno 
ancora lo status di sfollati, sono 113.000.
Nel 2010 il ministero ha pubblicato un documento dal titolo «Strategia di 
revisione dell'attuazione dell'Annesso 7 di Dayton», la parte degli Accordi di 
Pace che stabilisce il diritto di tutti i profughi a fare ritorno alle proprie 
case. La strategia fissa il 2014 come data entro la quale garantire il diritto 
a tornare per quanti ancora desiderino farlo. Entro la stessa data dovranno 
essere risolti i problemi ancora pendenti di compensazione per coloro che hanno 
avuto le proprietà distrutte. Una serie di componenti aggiuntive, che includono 
salute, scuola, lavoro, sminamento e infrastrutture, completano il documento.
Nel descriverci la strategia, Nenadic sottolinea uno dei successi ottenuti 
dalla Bosnia Erzegovina nell'affrontare questo tsunami demografico: la 
risoluzione della questione dei diritti di proprietà, massicciamente violati 
nel corso degli anni '90. «Nel corso di questi enormi spostamenti di 
popolazione - ci spiega - le proprietà occupate illegalmente sono state 
225.000. Ad oggi siamo riusciti a restituirne il 99,9%, praticamente tutte». Il 
processo di restituzione delle proprietà, tuttavia, non è stato indolore. 
Spesso chi occupava una casa, e non voleva o poteva tornare nella propria, 
veniva trasferito in un alloggio temporaneo per lasciare spazio ai legittimi 
proprietari. Questi alloggi temporanei, tuttavia, con il tempo sono divenuti 
definitivi e oggi in Bosnia Erzegovina ci sono ancora più di 8.000 persone che 
vivono in circa 150 centri collettivi di piccole e medie dimensioni. Molti di 
loro sono vittime degli sgomberi fatti in conseguenza del meccanismo di 
restituzione delle proprietà.
Non tutti i Paesi della regione, inoltre, hanno affrontato allo stesso modo la 
questione dei diritti di proprietà. La Croazia, ad esempio, diversamente dalla 
Bosnia Erzegovina, ha negato ai profughi il diritto di riprendere possesso 
degli immobili quando si trattava di appartamenti in «proprietà sociale», una 
forma di proprietà vigente nella Jugoslavia socialista. In Bosnia, dunque, per 
lo più in RS, ci sono oggi ancora circa 7.000 rifugiati che provengono dalla 
Croazia, in particolare dalla Krajna, e che non possono riottenere la proprietà 
delle case in cui vivevano prima della guerra. Molti di questi sono in alloggi 
temporanei o centri collettivi (1).
Il nuovo esodo
A poche decine di metri dalla sede del governo bosniaco, dall'altro lato della 
Zmaja od Bosne, si trovano gli uffici dell'Unhacr, l'organizzazione alla quale 
gli accordi di Dayton hanno affidato il compito di sovrintendere al ritorno di 
profughi e sfollati. L'Unhcr stima di avere speso circa 800 milioni di dollari 
per adempiere al proprio compito in Bosnia. La cifra spesa per sostenere il 
processo di ritorno, tuttavia, è certamente molto più alta. Nessuno tuttavia 
dispone di un quadro complessivo della materia, dato che i finanziamenti sono 
avvenuti spesso in maniera bilaterale, tramite gli Stati e varie organizzazioni 
internazionali, governative o no, e senza coinvolgere il governo centrale. 
Scott Pohl, Senior Protection Officer per l'Unhcr in Bosnia Erzegovina, 
conferma sostanzialmente i dati relativi ai ritorni forniti dal ministero. 
Secondo l'Unhcr, tuttavia, il milione e più di ritornanti sarebbe suddiviso in 
circa 550.000 che sono tornati a vivere in luoghi dove la propria etnia è 
maggioranza, e 450.000 tornati dove oggi rappresentano la minoranza. «Noi 
pensiamo che i ritorni di maggioranze siano stati assolutamente sostenibili - 
afferma Pohl - e che quelle persone siano rimaste a vivere dove sono rientrate. 
I ritorni delle minoranze, invece, sono stati molto più difficili. È possibile 
che una parte di questi abbia trovato troppo difficile restare nei luoghi di 
origine, dopo avere riottenuto la proprietà, e abbia deciso di vendere. È anche 
possibile che abbiano venduto il proprio immobile immediatamente dopo averlo 
riottenuto, o che abbiano deciso di tornare solo durante i week end. Non ci 
sono stime su quanti di questi siano riusciti a rimanere, dopo il ritorno». Il 
prossimo censimento, programmato per l'aprile del 2013 (ma forse slitterà 
addirittura ad ottobre), al termine di lunghe discussioni tra le principali 
forze politiche del Paese, potrebbe dunque riservare delle sorprese. I 
ritornanti, secondo i dati ufficiali, sono poco più di un milione. Se tuttavia 
solo la metà di questi, 550.000, sono davvero ritornati, nel 2013 la Bosnia 
Erzegovina, che nel 1991 contava 4.300.000 abitanti, e che ha avuto 100.000 
vittime durante la guerra, rischia di scoprire di essere un Paese spopolato. 
Inoltre, se gli unici effettivi ritorni sono quelli delle maggioranze, il 
censimento potrebbe fotografare una Bosnia ufficialmente divisa in tre zone 
sostanzialmente omogenee dal punto di vista etnico: una serba, una croata e una 
bosgnacca.
Fine del melting pot
«Il progetto di pulizia etnica, purtroppo, ha avuto successo», sostiene Srecko 
Latal, analista dell'International Crisis Group a Sarajevo. «Il grande melting 
pot che la Bosnia Erzegovina rappresentava prima della guerra, specie nelle 
aree urbane, non esiste più. La BiH oggi è una somma di comunità locali, 
cantoni, regioni prevalentemente monoetniche. Anche le grandi città, come 
Sarajevo o Banja Luka, sono abitate essenzialmente da un gruppo etnico. Il 
processo di restituzione delle proprietà è stato condotto in maniera efficace, 
ha avuto successo quasi per il 100% dei casi. Spesso però i proprietari, dopo 
aver riottenuto la casa, l'hanno venduta o scambiata per restare dove erano 
maggioranza». Secondo Latal, è stata la tempistica dei ritorni ad essere 
sbagliata. «I primi anni dopo la guerra sono stati il momento in cui la vera 
opportunità è stata persa. Dopo un primo periodo, in cui esisteva una 
fortissima volontà di ritorno da parte dei profughi, hanno cominciato ad essere 
sempre più importanti fattori diversi, quali la possibilità di trovare impiego. 
Quanti hanno trovato un lavoro all'estero, o in altre zone del Paese, hanno 
deciso di restare. Oggi, con un tasso di disoccupazione intorno al 40%, è molto 
difficile attendersi ancora ritorni, per lo meno in numeri significativi. Ci 
sono ormai circa un milione di persone che hanno trovato una nuova vita, 
famiglia, lavoro altrove, e che tornano in BiH solo per le vacanze estive o 
invernali. Le loro vite, i loro figli, purtroppo la Bosnia li ha persi».
«Il problema - spiega Armin Hoso, assistant field officer dell'Unhcr, 
organizzazione per la quale lavora dal 1993 - è che nel '96, '97 era difficile 
anche solo menzionare la parola ritorno. Era molto rischioso, specie in alcuni 
comuni, anche per il nostro staff. Bisognava fare un passo alla volta. A Dayton 
erano tutti d'accordo, tutte e tre le parti hanno firmato l'Annesso 7 
dichiarando il diritto al ritorno. Sul campo, però, la situazione era diversa. 
Gli stessi che erano al potere nel periodo della pulizia etnica rivestivano la 
carica di sindaco, capo della polizia, funzionario comunale. Ci sono voluti 2 
anni solo per cominciare a implementare le leggi di proprietà».
La vittoria dei nazionalisti
Uno degli obiettivi principali dei nazionalisti, durante la guerra, era quello 
di spostare la gente da un lato all'altro del Paese con il terrorismo e la 
pulizia etnica. Dopo la guerra, l'obiettivo è diventato quello di impedire il 
ritorno delle minoranze, mantenendo sul proprio territorio le persone 
appartenenti alla maggioranza che vi erano sfollate. Nonostante Dayton, e gli 
sforzi profusi dalla comunità internazionale, in Bosnia i nazionalisti sembrano 
aver vinto sia la guerra che il dopoguerra. «È comprensibile che il ritorno sia 
avvenuto solo sulla carta», sottolinea Vera Jovanovic, direttrice dell'Helsinki 
Committee for Human Rights a Sarajevo. «Quando la gente ritornava, molto spesso 
doveva affrontare attacchi terroristici, bombe contro le proprie macchine o 
davanti alle case. Il progetto era spaventarli perché non tornassero o, se 
tornavano, farli ripartire. Il minimo che si può dire è che i ritornanti erano 
accolti in maniera molto poco amichevole. Bisogna considerare che cercavano di 
rientrare in luoghi da cui erano stati scacciati, e dove vivevano quelli che 
avevano commesso i crimini. La situazione era particolarmente difficile in RS, 
dove ancora oggi il ritorno è estremamente debole, ma non solo lì. Per questo 
la maggior parte delle persone, forse l'80%, ha chiesto di riottenere le 
proprietà solo per rivenderle».
Alcuni politici, secondo Vera Jovanovic, hanno svolto un ruolo determinante 
nel far fallire il processo di ritorno, negli anni immediatamente successivi 
alla firma degli Accordi di Pace. «Ricordo ad esempio, nel '96, Momcilo 
Krajisnik (rappresentante serbo dell'Ufficio di Presidenza bosniaco) che 
organizzava il trasferimento dei serbi da Sarajevo, convincendoli a spostare 
anche i propri cimiteri, e spiegando loro che non era possibile continuare a 
vivere lì. Organizzava comizi a Ilidza, a Vogosca (quartieri di Sarajevo, ndr) 
facendo in modo che lasciassero la città. Contemporaneamente arrivavano i 
bosgnacchi della Bosnia dell'est, organizzati con gli autobus, e occupavano gli 
appartamenti vuoti. Io al tempo ero ombudsman, noi che lavoravamo per i diritti 
umani ci siamo resi conto che c'era evidentemente un accordo, che la pulizia 
etnica era concordata tra i cosiddetti 'nemici mortali', ognuno era interessato 
ad avere territori etnicamente puliti».
Colonie
Dopo la guerra, in tutta la Bosnia sono stati utilizzati simboli religiosi e 
nazionali, soprattutto croci e bandiere, chiese e moschee, per marcare i 
territori e segnare le appartenenze. In alcuni casi, però, sono stati anche 
avviati importanti programmi di opere pubbliche, in particolare edificazione di 
case, per permettere agli sfollati di rimanere dove erano maggioranza, creando 
delle sorte di colonie.
Lasciando Sarajevo da Grbavica, dopo aver attraversato il parco monumentale di 
Vraca, si entra nel comune di Istocno Novo Sarajevo, in Republika Srpska. Il 
vicepresidente del consiglio comunale, Vojislav Milinkovic, ci ricorda che, 
anche solo nell'ultimo periodo, sono state costruite 2.500 nuove abitazioni per 
i serbi di Sarajevo.
Nella capitale, secondo l'Unhcr, sono state restituite 33.000 proprietà, 
all'incirca il 90% di quelle che erano state occupate. Questo dato naturalmente 
non corrisponde a quello dei ritorni in città, per i quali nessuno dispone di 
dati precisi. Secondo diversi osservatori, la capitale della Bosnia Erzegovina 
sarebbe oggi una città quasi completamente bosgnacca. In un appartamento di 
Marijin Dvor, però, incontriamo una signora di nazionalità serba che 
contraddice il quadro generale, raccontando la propria storia.
La forza di lottare
«Sono nata a Sarajevo - dice Varja - ho sempre vissuto qui, in centro. Dopo 
che hanno bombardato la nostra casa, il 26 maggio del '92, mio figlio è partito 
e, qualche mese dopo, anch'io l'ho raggiunto all'estero. Sono tornata nel 
gennaio del '96, appena è finita la guerra. Ho bussato alla porta del mio 
appartamento ma non mi hanno fatta entrare, era occupato. Dato che nessuno mi 
ascoltava, e le autorità non mi sostenevano, ho deciso di citare tutti in 
tribunale: il Comune, la Federazione, lo Stato. Ci ho messo tre anni, ma alla 
fine ci sono riuscita. Io non ho mai avuto dubbi, la mia città è la mia città, 
e non volevo seguire il destino dei serbi che se ne andavano, abbandonando le 
case». Interrogata sul presente e il futuro della città, Varja approfondisce il 
suo punto di vista: «Io mi sono sempre sentita bene qui, non mi manca niente. 
Molti che tornano per brevi periodi si lamentano, hanno un atteggiamento 
diverso, dicono che Sarajevo non è più quella che era. Io dico che i 
responsabili sono proprio loro. Se ne sono andati, sono tornati solo per 
vendere le loro case e sono partiti di nuovo. È stata una loro scelta, io non 
la condivido. Bisogna appartenere ad un luogo, bisogna lottare, non è così?».
Venti anni dopo l'inizio della guerra, la Bosnia Erzegovina è uno strano 
Paese. Da un lato gli Accordi di Pace di Dayton hanno certificato la divisione 
etnica in ogni aspetto della vita politica e sociale. Dall'altro, hanno cercato 
di ricostruire il quadro demografico preesistente alla guerra, e di ricreare 
quello che la Bosnia ha sempre rappresentato nella storia europea, l'unione 
nella diversità. Oggi, però, il fatto di appartenere ad una maggioranza o ad 
una minoranza, nelle diverse parti del Paese, non è indifferente, e la sintesi 
tra i contraddittori aspetti della pace non è ancora stata possibile. Per 
questo, ci sarebbe bisogno di una nuova classe politica, in grado di riformare 
la Costituzione, e di una nuova società. Fantascienza, nell'attuale scenario 
politico bosniaco ed europeo.
Per il momento, resta l'esempio di chi ha voluto fare ritorno. Si tratta di 
persone che hanno dimostrato uno straordinario coraggio, oltre ad un fortissimo 
attaccamento alla propria terra. Persone come Varja, Muhamed, Dusko. L'anno 
prossimo, dopo il primo censimento della popolazione dalla fine della guerra, 
sapremo quanti hanno fatto la loro stessa scelta. Il futuro aspetto della 
Bosnia Erzegovina dipende in gran parte da loro.

* Osservatorio Balcani e Caucaso
(1) Una conferenza di donatori, svoltasi a Sarajevo alla fine di aprile, ha 
tuttavia innescato un processo regionale virtuoso che coinvolge, oltre alla 
Bosnia Erzegovina, anche Croazia, Serbia e Montenegro. I 4 Paesi hanno firmato 
un accordo ministeriale che dovrebbe permettere di assistere circa 70.000 
persone grazie ad un finanziamento di 265 milioni di euro, in gran parte donati 
dall'Ue, per tutelare almeno i casi più vulnerabili a partire da questo 
autunno.


KOSOVO L' Amnesty: chi ha commesso i crimini di guerra allora?
Aja: Haradinay «non colpevole». La sentenza dopo l'uccisione e la sparizione 
di molti testimoni
La fine del 2012 si è caratterizzata come pietra tombale su quel poco di 
giustizia internazionale annunciata dai tanti, troppi, tribunali ad hoc - come 
quello dell'Aja per i crimini nell'ex Jugoslavia. A fine novembre c'è stata la 
sentenza di assoluzione - dopo una condanna precedente a più di venti anni - 
per Ante Gotovina, responsabile della pulizia etnica di 300mila serbi dalla 
Krajina e di efferate stragi di migliaia di persone commesse nei giorni 
dell'«Operazione Tempesta» da lui guidata nell'agosto 1995. Ma, a quanto pare, 
non bastava. A inizio dicembre è arrivata anche l'assoluzione per un altro 
criminale dei Balcani, il kosovaro albanese Ramush Haradinaj, già leader 
militare dell'Uck, assolto con altri due comandanti. Uno smacco, che ripiomba i 
Balcani nell'incertezza del diritto e di una memoria condivisa, e nel 
«vittimismo» alla radice d'ogni nazionalismo. Tanto che, dopo l'assoluzione da 
parte del Tribunale penale per l'ex Jugoslavia, Amnesty International ha 
ribadito la richiesta che vi sia giustizia per tutte le vittime della guerra 
del 1998-1999 in Kosovo, cosi come per i loro familiari.
L'ex primo ministro ed ex comandante dell'Uck Ramush Haradinaj, suo zio nonché 
ex comandante Lahi Brahimaj e l'ex vicecomandante Idriz Balaj, sono stati 
giudicati non colpevoli del reato di aver portato avanti una comune impresa 
criminale nei confronti di serbi, rom, egiziani e albanesi del Kosovo 
sospettati di collaborare con le autorità di Belgrado o comunque di non 
sostenere l'Uck. I tre imputati sono stati anche assolti dalle singole 
imputazioni relative ai crimini di guerra di omicidio, trattamento crudele e 
tortura nei confronti delle minoranze e degli albanesi sospettati di 
collaborare coi serbi, commessi nella base dell'Uck di Jablanica/Jablanic.
«Il verdetto ha fatto emergere questa domanda: se, come ha stabilito il 
Tribunale, i tre ex alti esponenti dell'Uck non sono colpevoli, chi ha commesso 
allora quei crimini? Ci sarà mai qualcuno che sarà portato di fronte alla 
giustizia? Sono le domande che fanno e continueranno a fare le vittime e i loro 
parenti, fino a quando non sarà stata fatta giustizia» ha dichiarato John 
Dalhuisen, direttore ddel Programma Europa e Asia centrale di Amnesty 
International.
Circa 800 appartenenti alle minoranze del Kosovo vennero sequestrati e uccisi 
dall'Uck. Solo una piccola parte dei loro corpi è stata ritrovata, esumata e 
consegnata alle famiglie per la sepoltura. In una regione, il Kosovo, che 
grazie all'intervento militare della Nato che bombardò per 78 giorni 
«umanitariamente» l'ex Jugoslavia, si è proclamato unilateralmente indipendente 
dalla Serbia. Che non lo riconosce, come non lo riconoscono molti paesi europei 
e la maggior parte dei paesi dell'Onu, Consiglio di sicurezza compreso.
Secondo i capi d'accusa che riguardavano anche Haradinaj, le vittime di questi 
crimini comprendevano kosovari di etnia serba, kossovari di etnia rom ed 
egiziana, un kosovaro di etnia albanese di religione cattolica così come altri 
kossovari di etnia albanese. Sebbene il Tribunale avesse stabilito che alcune 
di queste persone furono sottoposte a maltrattamenti e torture, ha concluso che 
una sola persona era stata uccisa all'interno della base dell'Uck.
Nel 2009, la Camera d'appello del Tribunale aveva ordinato un nuovo processo 
perché il giudizio precedente «non aveva tenuto in considerazione quanto gravi 
fossero, rispetto all'integrità del processo, le intimidazioni subite dai 
testimoni» e «non aveva preso misure sufficienti per contrastare il clima 
d'intimidazione che aveva pervaso il processo». Nel nuovo processo, sono 
comparsi solo due testimoni. «I sequestri di appartenenti alle minoranze e di 
albanesi considerati traditori dell'Uck sono crimini di guerra e in alcuni casi 
crimini contro l'umanità. Devono essere indagati come tali e sia l'Eulex che le 
autorità del Kosovo devono fare tutto ciò che è in loro potere per garantire 
che i responsabili siano portati di fronte alla giustizia» ha proseguito nella 
sua denuncia Dalhuisen. A oggi, ciò è accaduto in ben poche occasioni. L'Eulex, 
la missione di polizia e giustizia dell'Unione europea, ha l'incarico di 
indagare e perseguire i crimini di diritto internazionale, compresi i crimini 
di guerra e i crimini contro l'umanità. Ciò nonostante, nel 2009, ha trasferito 
alle procure locali kosovare le inchieste su tutti e 62 i casi di sequestro di 
membri delle minoranze e lì sono rimasti fermi, senza ulteriori indagini o 
processi. «Le autorità del Kosovo - accusa Dalhuisen - hanno mostrato la totale 
mancanza della volontà politica di sostenere le indagini e i processi per 
questi sequestri, come è emerso con evidenza nel corso di quest'anno, quando il 
primo ministro Hasim Thaqi ha sfidato il diritto dell'Eulex di arrestare un ex 
comandante dell'Uck e l'ex ministro del Trasporto Fatmir Limaj, accusati di 
sequestro, detenzione e omicidio di kosovari serbi e albanesi». «Di fronte a 
questa clamorosa interferenza politica sul corso della giustizia da parte del 
governo kosovaro, è doveroso che l'Eulex riporti sotto la sua giurisdizione 
questi 62 casi, per assicurare che giustizia potrà essere fatta in Kosovo» ha 
concluso Dalhuisen. Niente da fare, ingiustizia è fatta.