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Re: Il business delle risorse minerarie e quello degli aiuti umanitari



se apriamo gli occhi vediamo

a) il puro caso che fa sì che uno per volta tutti gli stati di questo pianeta vanno in frantumi fra guerra civile, crisi economica e crisi ecologica (golfo del messico, centrali nucleari che saltano)

b) un piano ben orchestrato per creare caos e scompiglio, morte e distruzione un po' ovunque e quindi presto o tardi anche qui da noi

chi si illude che tutto avvenga per caso dorma sonni tranquilli e si prepari a risvegli inquietanti

chi conosce il calcolo delle probabilità e sa che quanto avviene adesso non è frutto del caso si ricordi che la rivoluzione francese fu orchestrata da una oligarchia che mirava ad un profondo cambiamento ma non certo alla libertà

il popolo fu usato come carne da macello e spinto verso le guerre dell'impero

la cospirazione è evidente

chi guarda il cielo capisce
chi guarda le suole delle scarpe ha paura


-----Messaggio originale----- From: rossana123 at libero.it
Sent: Wednesday, January 16, 2013 5:21 PM
To: disarmo at peacelink.it
Subject: Il business delle risorse minerarie e quello degli aiuti umanitari

Mali, crociata per le risorse - Parigi combatte i jihadisti. Che lasciano le
città del Nord. Ma minacciano le miniere di uranio, i bacini di gas e
petrolio.
http://www.lettera43.it/economia/macro/mali-crociata-per-le-risorse_4367579792.
htm

La Francia continua la sua azione di guerra contro le basi dei guerriglieri
islamisti in Mali, oramai diventato il «secondo fronte» della Libia, anch’essa
sostanzialmente instabile dopo le azioni Nato contro Gheddafi. In Repubblica
Centro Africana i ribelli del Nord hanno sospeso la loro avanzata verso la
capitale Bangui per partecipare ai colloqui che dovrebbero finalmente portare
al loro reinserimento nei ranghi dell’esercito governativo, come promesso
oramai tre anni or sono. In Repubblica Democratica del Congo l’alternanza tra scoppi di guerriglia, in questo momento gestita dal movimento M23, e relativi
cessate il fuoco, destabilizza perennemente la regione dei Grandi Laghi, che
vanta anche il triste primato della presenza dell’Esercito di Liberazione del
Signore di Joseph Kony, in continua azione in Uganda.
Il quadro, già preoccupante di per sé, si estende al Sud Sudan e al Ciad,
creando una vastissima area di crisi permanente in cui le cancellerie europee,
ma anche quella statunitense, non sembrano aver voglia di intervenire se non
sporadicamente, e con azioni che risolvono i problemi creati da loro stessi,
generandone così di nuovi.
E infatti, come detto, la crisi maliana è diretta filiazione di quella libica, così come, se ripercorriamo a ritroso le vicende del Congo e della Repubblica
Centro Africana, troviamo sempre la stessa formula «afgana». In altre parole
creare un movimento di guerriglia, o sostenere un dittatore, per sconfiggere il
nemico di turno, per poi doversela vedere con lui qualche anno dopo. Ora la
domanda è: chi ha interesse a creare questa vasta area di instabilità nel cuore
dell’Africa sub sahariana? A chi giovano queste continue guerriglie, con il
seguente corteo di tentativi di colpi di Stato, rifugiati esterni e interni,
traffico d’armi e via enumerando? La risposta è a molti livelli, tutti però
strettamente connessi tra di loro.
Il primo livello è certamente quello degli Stati e dei Governi ex coloniali,
Francia ed Inghilterra in testa, ma anche Belgio, che possono così continuare a condizionare le economie delle loro terre d’oltremare attraverso il controllo militare dei territori. Anche gli Usa con il Comando Africa (Africom) vorrebbe fare lo stesso, ma ancora non sono riusciti a stabilirsi solidamente sul suolo
africano. I secondi protagonisti di questa tragedia continentale sono le
multinazionali minerarie, diamantifere e del legno, che possono concludere
accordi con i gruppi di guerriglia per la fornitura di ciò che vogliono, al
prezzo più conveniente. Non dimentichiamo che Lumumba, così come Kabila padre, furono uccisi proprio perché esigevano prezzi più equi sulle materie prime del
loro Paese. E poi, ancora, ci sono i fornitori di armi leggere e meno.
Nella crisi maliana, ovviamente in modo propagandistico, viene evidenziata la
supposta origine iraniana delle armi automatiche dei guerriglieri islamici,
senza menzionare l’origine occidentale dell’arsenale di Gheddafi e dunque della gran parte delle armi usate in Mali. Ultimi «beneficiari» della situazione sono
certamente gli enti internazionali che gestiscono i rifugiati interni ed
esterni, e che spingono sui donatori per avere i fondi necessari. Ora se
pensiamo che le Nazioni Unite sono in deficit permanente di sostegno, e che le promesse occidentali per realizzare gli Obiettivi di sviluppo del Millennio non
sono state onorate, si capisce anche quanto una crisi importante,
mediaticamente significativa, possa aiutare le esangui casse dell’Onu. Ma non
finisce qui. In realtà il quadro generale è molto più ampio e ci ricorda che
questa parte d’Africa è la più soggetta alle ferree leggi della biopolitica,
cioè alla necessità, come diceva Foucault, del liberismo di governare le nude
vite al fine di ricavarne la massina plusvalenza. In altre parole, se noi
europei e nordamericani abbiamo un’impronta ecologica che ci costa il doppio
della terra di cui disponiamo, dove trovare queste risorse se non nel
continente africano? E quale modo migliore che la permanente instabilità di una zona del mondo estremamente ricca? Certo un po’ di cooperazione e specialmente
di aiuto umanitario non si nega a nessuno, ma mai tanto da sostenere vere
democrazie e i diritti umani, sennò da noi la crisi porterebbe i movimenti di
guerriglia dalle sabbie del Sahara a Place de la Concorde.

Raffaele K. Salinari - il manifesto

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