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Quel che resta del colonialismo



di Lucio Caracciolo

 Se sei stato un impero, come nel caso della Francia, il passato non passa 
mai. Parigi in Mali difende il proprio rango, memore della propria "missione 
civilizzatrice". La Françafrique è stata ripudiata a parole, ma nei fatti è 
ancora lì.

Se sei stato un impero, non finisci mai di esserlo. Se poi eri l'impero 
francese, che all'alba della Seconda guerra mondiale si estendeva per 12 
milioni e mezzo di chilometri quadrati (ben più dell'intera Europa, venticinque 
volte l'Esagono, inferiore solo al Commonwealth britannico), il passato non 
passa mai. Nel caso lo dimenticassimo, ce lo ricorda l'attualità.

Oggi l’élite delle forze armate tricolori si sta battendo nel cuore del 
Sahara/Sahel per impedire che alcune bande di terroristi s’impadroniscano di 
quel che resta del Mali, già Sudan francese. Siamo in piena ex Africa 
occidentale francese, enorme spazio coloniale che, insieme al corrispettivo 
territorio africano-equatoriale componeva fino a tre generazioni fa il sistema 
imperiale gestito da Parigi nel Continente nero, abbracciandone più di un 
terzo.

A ogni impero corrisponde un’ideologia. Da Napoleone in avanti, per la Francia 
si tratta(va) della «missione civilizzatrice». Non solo conquista di territori 
e sottomissione di popoli, a colorare di proprie tinte i planisferi. E neanche 
puro sfruttamento economico - la politica coloniale come figlia della politica 
industriale. Molto di più. Si tratta(va) di fertilizzare il mondo 
disseminandovi i valori universali della Francia rivoluzionaria. Come diceva 
Jules Ferry, che ai tempi della Terza Repubblica battezzò la scuola laica 
gratuita e obbligatoria, «le razze superiori hanno diritto di civilizzare le 
razze inferiori». (Quando François Hollande vorrà ricordare Ferry nel suo primo 
discorso pubblico, alle Tuileries, non mancherà di condannarne questo «errore 
morale e politico».) Solo gli Stati Uniti vorranno poi, con superiori mezzi, 
seguire un analogo percorso missionario, suscitando perciò una competizione 
squilibrata ma persistente con l’universalismo francese.

Sicché oggi deve costare molto all’Eliseo chiamare in soccorso la Casa Bianca 
per garantire le coperture satellitari, logistiche e di intelligence di cui il 
proprio corpo di spedizione in Mali non può disporre. Di più, il colonialismo 
francese non si fondava sulla geopolitica delle teste di ponte costiere, alla 
portoghese, né tantomeno sul dominio indiretto, all’inglese, ma sul principio 
dell’assimilazione. L’impero come estensione del territorio metropolitano, 
anche sotto il profilo amministrativo. Le classi dirigenti locali venivano 
(vengono) educate sui manuali e con le tecniche distillate nei laboratori del 
grandioso apparato statale centrato su Parigi e di lì irradiato nei 
dipartimenti, africani inclusi.

Dopo la strana vittoria del 1945 - e sotto la pressione degli Stati Uniti, che 
volevano concentrare tutte le energie occidentali nel contenimento dell’
imperialismo sovietico - la Repubblica francese è costretta a cedere, pezzo per 
pezzo, il grosso dei suoi domini extraeuropei. Ne rimane oggi pallida traccia, 
sotto forma di regioni, dipartimenti e altre entità d’oltremare, da Mayotte 
alla Riunione, dalla Nuova Caledonia alla Polinesia, da Martinica alla Guyana. 
Ciò che contribuisce a difendere il rango mondiale della Francia, sigillato dal 
titolo di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e 
dall’arsenale nucleare. Rango cui Parigi tiene moltissimo, anche per bilanciare 
la crescita della potenza tedesca in Europa.

Quanto all’Africa, dopo il lutto non ancora elaborato della guerra d’Algeria, 
la Francia ha saputo mantenervi una sfera d’influenza che ricomprende grosso 
modo le sue antiche terre imperiali. A fondarla contribuisce lo strumento 
linguistico-culturale, istituzionalizzato nella francofonia, per marcare il 
senso geopolitico della difesa dell’idioma nazionale. Insieme, un reticolo di 
relazioni politico-economiche, a lungo centrato sulla “cellula africana” dell’
Eliseo, diretta fino a pochi anni fa da Jacques Foccart.

È la Françafrique, termine divenuto peggiorativo per la penna di François-
Xavier Verschave, che la denunciò nel 1998 come organizzazione criminale 
segreta incistata nelle alte sfere della politica e dell’economia transalpina. 
Basata sulla corruzione, sui rapporti personali con questo o quel 
dittatore/padrone (franco)africano, sugli interessi dei “campioni nazionali” 
dell’industria transalpina, specie nel settore energetico e minerario. Una 
macchina da soldi, infatti ribattezzata France-à-fric da giornalisti malevoli.

Sarkozy prima e Hollande poi hanno preso le distanze dalla Françafrique, ma 
chiunque voglia vederle ne trova ancora forti tracce nei territori africani già 
inglobati nell’impero tricolore. Vi restano anzitutto i privilegi della grande 
industria, che incarna interessi strategici irrinunciabili (per esempio, lo 
sfruttamento dell’uranio nigerino da parte di Areva, vitale per la produzione 
energetica nazionale).

Parigi non rinuncia al ruolo di gendarme nella “sua” Africa - anche oltre, 
come dimostra il caso libico. Nel Continente nero restano schierati in 
permanenza circa 7.500 soldati francesi. Nel solo teatro maliano, il ministero 
della Difesa prevede di impegnarne a breve 2.500, e forse non basteranno per 
evitare l’insabbiamento della missione antiterrorismo. Certo, l’epoca dell’
“unilateralismo” è passata, oggi Parigi cerca (e talvolta non trova) il 
sostegno degli alleati occidentali e dei paesi africani più vicini alle zone di 
crisi.

Più che una scelta, il “multilateralismo” - ossia l’impiego di risorse altrui 
per fini propri, o almeno il tentativo di farlo - è una necessità. Alla fine, 
quel che conta è proteggere il rango dell’Esagono nel mondo, la grandezza della 
Francia. Anche per questo, nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria 
dell’ex (?) impero campeggia vivissima.