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Manipolazione dell'informazione Guerra e conflitti



>Da: elpagani at libero.it

La costruzione mediatica del nemico: dalla Siria ai NO TAV – Nanni Salio
settembre 20, 2013 

Non è una novità: giornali, TV e media in generale sono usati a man bassa per 
plasmare e manipolare l’opinione pubblica.
Pochi sono coloro che cercano di applicare rigorosamente i principi del 
“giornalismo di pace” proposti da Johan Galtung (www.transcend.
org/tms/2009/12/italian-giornalismo-di-pace-cos%E2%80%99e-e-perche-si-
contrappone-alla-pratica-corrente ).

Dalla Siria ai NO TAV lo stile è lo stesso: uno schema manicheo amico/nemico, 
colpevole/innocente; giusto/sbagliato. Il mondo in bianco e nero, senza 
sfumature, demonizzando l’avversario.
Assad, e prima di lui Saddam Hussein, è il nuovo Hitler. Lo si ritiene 
colpevole dell’uso di armi chimiche (che pure possiede, come altri paesi, da 
Israele agli USA che ne hanno fatto ampio uso in Vietnam), senza aspettare 
prove concrete e senza procedere a una eventuale incriminazione alla Corte 
Penale Internazionale.

Qualcosa di analogo succede per il movimento NO TAV. Le accuse di “terrorismo” 
sono grottesche, come ha diligentemente argomentato sul piano giuridico Livio 
Pepino (http://www.notav.info/top/la-guerra-preventiva/). Ma è un problema più 
vasto. Noam Chomsky sostiene che negli USA si intende per “terrorismo quello 
che gli altri fanno a noi”, non quello che “noi facciamo agli altri”. C’è un 
terrorismo dall’alto (degli stati) e uno dal basso. Entrambi da condannare, se 
si cercano metodi di lotta e soluzioni che si ispirino alla cultura della 
nonviolenza.

In ogni situazione concreta di conflitto e di lotta, dal movimento Occupy alle 
cosiddette “Primavere Arabe”, dalla guerra in Siria ai NO TAV/NO MUOS/NO F35, e 
via NOdicendo, si ripropone e si riapre il dibattito su violenza e nonviolenza, 
su quali siano i rapporti tra mezzi e fini, su quali siano i mezzi 
autenticamente nonviolenti e le strategie coerenti con una concezione 
nonviolenta della politica e più in generale dell’ “imparare a vivere insieme” 
in questo mondo.
A questo proposito, pochi hanno letto con attenzione e conoscono le 198 
tecniche elencate da Gene Sharp nel suo fondamentale lavoro “Politica dell’
azione nonviolenta”, che risale ormai a più di quarant’anni fa (ed. it. in 3 
voll. pubblicata da EGA, Torino 1985-1997; l’elenco è riportato in: palabre.
altervista.org/fare/198.shtml? ). Tra queste tecniche rientra sicuramente il 
boicottaggio, utilizzato sia da Gandhi durante le lotte in India, sia nelle 
lotte contro l’apartheid e per i diritti civili negli USA (Martin Luther King), 
in Sudafrica (Nelson Mandela) e in Israele.

E il sabotaggio? La risposta è più sfumata, perché dipende dal significato 
preciso che si dà a questo termine e dal modo con cui è impostata l’azione. 
Sono azioni di sabotaggio quelle compiute dal movimento antinucleare 
“plowshare” fondato dai fratelli Berrigan negli USA e attivo tuttora? Entrare 
in una base nucleare, tagliando le recinzioni o scavalcandole, come fecero i 
movimenti femminili antinucleari a Greenham Commons o gli attivisti italiani a 
Comiso, e a Niscemi (NO MUOS), distruggendo, anche solo simbolicamente, 
apparecchiature militari destinate allo sterminio nucleare, come ha fatto anche 
Turi Vaccaro nella base olandese di Eindhoven, rientra o meno nelle tecniche di 
azione nonviolenta?
Nel rispondere a questo interrogativo, occorre precisare che queste forme di 
boicottaggio, sabotaggio, azioni dirette nonviolente vengono compiute a “viso 
aperto” e gli attivisti non fuggono, ma si lasciano arrestare, per fare anche 
del momento processuale una occasione di protesta, propaganda, informazione, 
denuncia. E’ la nonviolenza del forte, del coraggioso, di chi è disposto a 
pagare di persona per una causa che ritiene particolarmente importante.

Come si può ben capire, altra cosa sono le azioni di distruzione e sabotaggio 
avvenute ultimamente in Val di Susa, attribuite frettolosamente, quasi sempre 
senza prove e senza che le indagini si siano concluse, al movimento NO TAV nel 
suo insieme, con lo scopo di delegittimarlo. Ma di questo parla ampiamente e 
meglio Livio Pepino nei suoi articoli (“La suggestione del ‘terrorista’, Il 
Manifesto, 20 settembre 2013).

La lotta nonviolenta è una operazione strategica, che mira a coinvolgere 
settori sempre più ampi dell’opinione pubblica, per riequilibrare i rapporti di 
potere e innescare quello che Gene Sharp chiama “ju-jitsu politico”. E’ il 
“potere dei senza potere” di cui parlava Vaclav Havel, che ha permesso di 
operare la più grande transizione nel sistema di relazioni internazionali, 
culminata nel 1989 nell’Europa dell’Est, senza sparare un solo colpo di fucile.
Per far questo e ottenere risultati concreti e duraturi occorre operare con 
intelligenza, evitando derive verso forme di azioni facilmente classificabili, 
a torto o a ragione, come violente, che rischiano di delegittimare, agli occhi 
di molti, i movimenti. Sono cose ben note alle forze di polizia e ai militari, 
che si trovano molto più a loro agio di fronte a lotte violente che di fronte a 
lotte nonviolente. La violenza è “pane per i loro denti” e quando non c’è 
cercano di crearla con infiltrati, provocatori, violenze gratuite sui 
manifestanti (vedi il lancio di lacrimogeni CS e non solo).

E’ probabile che ufficiali di polizia e dell’esercito abbiano letto con molta 
attenzione i manuali di lotta nonviolenta. Forse conoscono i lavori di Gene 
Sharp molto meglio di quanto non li conoscano gli attivisti. E per questo 
troppe volte le lotte dei movimenti di base non hanno successo.
La nonviolenza si impara, ma occorre anche studiare e sperimentare.
http://serenoregis.org/2013/09/20/la-costruzione-mediatica-del-nemico-dalla-
siria-ai-no-tav-nanni-salio/


Allegato Rimosso
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