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Guerre nel mondo. Tutti i numeri del 2012



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Nel 2012 nel mondo ci sono stati meno conflitti armati, ma più morti. A 
rilevarlo è uno studio condotto dal PRIO – International Peace Research 
Institute di Oslo – in collaborazione con l’UCDP – Uppsala Conflict Data 
Program – dell’università svedese di Uppsala. Ad incidere sui numeri del report 
annuale pubblicato dai due istituti è l’escalation del conflitto in Siria. 
Delle 37.941 vittime nei teatri di guerra che si contano nella tabella 
complessiva, 15.055 si trovano nella colonna della Siria.

Numeri e tipologia dei conflitti

Nel 2012, i conflitti armati attivi nel mondo sono 32, a fronte dei 37 
registrati nell’anno precedente. Per conflitto armato – come da definizione 
riportata dall’istituto svedese -  si intende l’utilizzo di forze armate tra 
due parti – dove almeno uno dei due attori è il governo di uno Stato – che 
provochi la morte di almeno 25 persone in un anno. Ad eccezione degli scontri 
tra il Sudan e la regione indipendente dal 9 luglio 2011 del Sudan del Sud, i 
conflitti attivi sono tutti interni ai confini degli stati. Tra questi, otto 
sono internazionalizzati ovvero vedono il coinvolgimento di stati esterni: 
Afghanistan, Azerbaijan, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del 
Congo, Ruanda, Somalia, Stati Uniti (supporto della Francia alla lotta ad Al 
Qaeda) e Yemen.

Vittime e conflitti più intensi nel 2012

Nel 2012 l’Uppsala Conflict Data Program stima che ci siano state 37.941 
vittime nel mondo legate a guerre armate. Un numero così alto nei ventiquattro 
anni trascorsi dalla fine della guerra fredda si era registrato soltanto altre 
sei volte. Ed è un numero che si spiega con l’escalation di violenza che si è 
avuta in Medio Oriente nelle regioni di Siria, Afghanistan, Somalia, Pakistan 
Yemen e Sudan.

Il conflitto in Siria nell’ultimo anno ha fatto registrare oltre 15.000 
vittime, uno scenario sempre più complesso dovuto anche all’azione di diversi 
gruppi di ribelli. Il principale gruppo di opposizione al regime di Bashar Al 
Assad continua ad essere l’FSA - Free Syrian Army – che si compone di diverse 
fazioni. Nel corso dell’anno altri gruppi armati si sono rafforzati, e una 
delle strategie del governo per contrastare la crescente resistenza armata è 
stato stata quella di impiegare gruppi di miliziani locali, comunemente 
conosciuti come Shabiha.

Il 2012 è stato un anno nero anche per il conflitto in Afghanistan, con almeno 
7400 vittime registrate. Le violenze si sono concentrate attorno le roccaforti 
talebane nel sud e nell’est del paese, nelle province di Helmans, Kandahar, 
Nangarhar, Ghazni e Konar.

In Somalia il conflitto tra il governo e il gruppo affiliato ad Al Qaeda di Al-
Shabaab ha causato nel 2012 più di 2600 morti, picco massimo per gli scontri 
nella regione. Un dato molto vicino a quello della Somalia si registra in 
Pakistan, dove i conflitti interni hanno causato più di 2700 vittime. Contro il 
governo pakistano nel 2012 – oltre al principale gruppo di ribelli del Tehrik-i-
Taleban Pakistan – si sono attivati altri due gruppi: il Tariq Afridi faction – 
una fazione del TTP – e l’organizzazione militare islamica Lashkar-e-Islam.

In Yemen gli scontri tra governo e cellule attive di Al Qaeda nell’ultimo anno 
hanno fatto registrare 2300 vittime, un numero più che raddoppiato rispetto all’
anno precedente. Il dato si spiega con la politica del nuovo regime – dopo 
trenta anni di governo di Ali Abullah Saleh – di lanciare una nuova offensiva a 
maggio con l’intento di riprendere il controllo delle regioni perse durante gli 
scontri con i ribelli del 2011. Anche con il cambio alla guida del regime, gli 
Stati Uniti nel 2012 hanno continuato a supportare il governo yemenita nella 
sua lotta ad Al Qaeda, con raid di droni che hanno contribuito a far aumentare 
le stime sul numero delle vittime, anche tra i civili.

Nuovi conflitti 

Nel 2012 sono scoppiati tre nuovi conflitti in India, Mali e Sudan.

Il primo caso si riferisce allo stato indiano del Megahalaya. Nella regione 
operano i ribelli del GNLA – Garo National Liberation Army – che spingono per 
la creazione di uno stato autonomo nell’ovest del paese. Il gruppo opera dal 
2009, ma soltanto nel 2012 gli scontri con l’esercito hanno superato le 25 
vittime, così da rientrare nei parametri ed essere considerato un vero e 
proprio conflitto armato.

La situazione di instabilità in Mali si trascina dal 1990, con i gruppi attivi 
nel paese uniti dal comune desiderio di stabilire lo stato indipendente di 
Azawad nel nord del paese. Nel 2012, questo conflitto si è riproposto e il Mali 
ha dovuto affrontare una nuova realtà, quella della forte presenza degli 
islamisti del gruppo ribelle Ansar Dine, che ha portato al colpo di stato del 
22 marzo e ad una conseguente instabilità nel paese che si trascina fino a 
oggi.

In Sudan invece, da quando nel luglio del 2011 il Sudan del Sud ha ottenuto l’
indipendenza, si è aperto un nuovo fronte di tensioni e guerriglia legati alla 
delimitazione dei confini alla frontiera. Una situazione che nel marzo del 2012 
si è spostata sulla contesa della zona di Heglig, una zona ricca di petrolio.

Conflitti non più attivi

Undici sono i conflitti registrati nel 2011 che non risultano più in corso nel 
2012. C’è ad esempio  la disputa tra Cambogia e Tailandia sulla questione della 
frontiera,  terminatao nel maggio del 2011.  C’è il conflitto interno in Iran 
dove a luglio del 2011 è stata lanciata una offensiva su larga scala da parte 
del governo contro i curdi del gruppo ribelle dei Pjak – Party for a Free Life 
in Kurdistan – che li ha spinti a tornare in Iraq, con un solo caso di 
incidente registrato nel 2012, che ha causato 4 morti. C’è anche la Costa d’
Avorio, dove se l’instabilità dovuta agli scontri  che hanno portato all’
arresto dell’ex-presidente Laurent Gagbo imperversa ancora nel paese,  nel 2012 
secondo il report non sono emersi casi di violenza legati a gruppi sovversivi. 
A completare il quadro ci sono la Libia del dopo Gheddafi, la Mauritania dove 
le attività del gruppo legato ad Al Qaeda degli AQIM si spostano verso il Mali, 
gli stati di Karen e Shan in Myanmar dove per la prima volta dal 2004 gli 
scontri non superano le 25 vittime, il Senegal dove il governo ha firmato un 
accordo con i ribelli del MFDC – Movement of the Democratic Forces of the 
Casamance – per il cessate il fuoco. E ancora  il Sudan dove gli scontri si 
sono riaccesi da quando i ribelli del sud hanno formato uno stato indipendente 
(e non si tratta più quindi di scontro interno ma tra due stati sovrani) , in 
Tajikistan dove dopo due anni di violenza nel paese bel 2012 non si sono 
registrati scontri tra il governo e i ribelli dell’IMU, sigla che sta per 
Islamic Movement of Uzbekistan. E in ultimo in Uganda, dove gli scontri tra 
esercito governativo e i ribelli di LRA – Lord’s Resistence Army – e di ADF – 
Allied Democratic Forces – nell’ultimo anno si sono attenuati e non si 
registrano più di 25 vittime.

Accordi di Pace nel 2012

Durante l’anno sono stati inoltre firmati quattro accordi di pace. Il primo 
nella Repubblica Centrafricana, è stato siglato tra il governo e i ribelli del 
CPJP – Convention of Patriots for Justice and Peace – che hanno accettato di 
sottoscrivere un programma di disarmo e di trasformarsi in partito politico.   
Il secondo nelle Filippine, siglato tra governo e i ribelli del gruppo MILF – 
Moro Islamic Liberation Front – che ha portato ad un compromesso sulla 
questione della regione di Bangsamoro.  Un altro accordo è stato siglato nel 
2012 nel Sudan del Sud tra il governo del nuovo paese indipendente e i ribelli 
del gruppo SSDM – South Sudan Dem cratic Movement/Army – dove si garantisce un 
ruolo ai ribelli nelle decisioni di governo. Un ultimo accordo di pace è stato 
siglato invece tra i due paesi confinanti – Sudan e Sudan del Sud – che il 27 
settembre del 2012 hanno firmato un accordo di cooperazione ad Addis Ababa dove 
si stabiliva una zona demilitarizzata e i principi di demarcazione dei confini.

Quattro accordi di pace in un anno sono un numero positivo – dal 2009 non si 
sono siglati più due due accordi all’anno – ma come sottolineano gli analisti 
dell’Uppsala Conflict Data Program, rappresenta soltanto il primo passo di un 
percorso di pace stabile. Si tratta di un numero indicativo solo se 
contestualizzato nel lungo periodo.