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[Disarmo] A Molfetta un mare di bombe chimiche



3 articoli interessentati del Manifesto: A Molfetta un mare di bombe chimiche, Ecco tutte le località diventate cimiteri di veleni di guerra e Siamo preoccupati vogliamo la verità


A Molfetta un mare di bombe chimiche

 

Angela Mayr, 20.1.2014

 

Mentre a Gioia Tauro protestano per l’arrivo delle ogive del disarmo siriano, nel porto pugliese da anni affiorano migliaia di ordigni: è l’arsenale chimico delle 17 navi alleate affondate nel 1943 nel bombardamento nazista di Bari. I pescatori tra i più colpiti dalla tossicità dei pericolosi residuati. Ora è nato un Comitato

 

La "cassa di colmata" nel porto di Molfetta

 

Mol­fetta, città mari­nara, 60mila abi­tanti, 25 km a nord di Bari. Qui tutti, più o meno con­sa­pe­vol­mente dor­mono su una grande «ato­mica» chi­mica. Anche il più ano­malo e ori­gi­nale mol­fet­tese, il cit­ta­dino del mondo Capa­rezza, è seduto su un vul­cano di sco­rie bel­li­che, e lo sa bene visto che, come ci ha rac­con­tato, lo ha denun­ciato nel suo con­certo auto­fi­nan­ziato di fronte al mare già nel 2009.

 È così, ìl mare davanti a Mol­fetta, è una delle più grandi disca­ri­che di bombe chi­mi­che dis­se­mi­nate di tutto l’occidente. «Mol­fet­ta­mina» can­tava Capa­rezza, al secolo Michele Sal­ve­mini, «la sostanza che mi balla nella pan­cia quando perdo la spe­ranza». Tra le onde, qua e là, non si sa esat­ta­mente dove, manca una rico­gni­zione pre­cisa, balla la mina iprite, cari­cata in ogive ormai cor­rose, può len­ta­mente fuo­ru­scire. Peri­co­losa quanto le sostanze impie­gate dalla guerra in Siria in arrivo nel porto di Gioia Tauro.

 In tempi di pace le spe­ri­men­tano i pesca­tori, quando le reti che tirano su si impi­gliano in qual­che ordi­gno. «È suc­cesso anche oggi (sabato nda) — ci dice il dot­tor Guglielmo Fac­chini che ha in cura molti pesca­tori– e accade tutti i giorni». 239 sono i feriti gra­ve­mente e 5 i morti accer­tati uffi­cial­mente dal 1946 alla fine degli anni 90. I nume­rosi e con­ti­nui inci­denti recenti non sono stati ancora riconosciuti.

 Arri­viamo al porto che l’altro mol­fet­tese Sal­ve­mini, il famoso sto­rico Gae­tano, descri­veva come due brac­cia pro­tese verso il mare e l’orizzonte. Eccolo con le sue brac­cia, in mezzo solo una cin­quan­tina di pesche­recci ancora in atti­vità. Città di con­ta­dini e di pesca­tori, arma­tori e emi­granti, Mol­fetta era stato il più impor­tante porto di pesca d’Italia dopo Maz­zaro del Vallo. Adesso l’orizzonte di Sal­ve­mini è spez­zato, sbar­rato dall’ eco­mo­stro, il nuovo porto com­mer­ciale, costruito in un letto pieno di bombe. In una situa­zione di tale era un pro­getto del tutto irrea­li­stico che non doveva mai ini­ziare e non potrà mai finire ha scritto la pro­cura di Trani che l’ottobre scorso ha seque­strato la grande opera, non ter­mi­nata, già costata 70 milioni di euro. Intanto è stato distrutto un pano­rama unico che era sot­to­po­sto a vin­colo sto­rico pae­sag­gi­stico. Ed è spa­rita un alga pre­ziosa e rara la posei­do­nia che si tro­vava in quelle acque, una pianta pro­tetta, sop­pian­tata da un altra, l’alga tos­sica come ha denun­ciato Legam­biente nel 2009 con un esposto.

 Ecco, addosso al vec­chio, il mega-porto nuovo, voluto dal fu ràs di Ber­lu­sconi Anto­nio Azzo­lini, sin­daco e domine asso­luto di Mol­fetta dal 2006 al mag­gio 2013, e insieme pre­si­dente della com­mis­sione bilan­cio del senato, (carica che tut­tora occupa, ma ora è nel gruppo di Alfano). Usando il dop­pio inca­rico il sena­tore sin­daco apriva — e a tutt’oggi apre — il rubinetto-porto per finan­ziare qua­lun­que atti­vità e spese cor­renti come emerge dagli atti della pro­cura di Trani che ha rin­viato a giu­di­zio Azzo­lini per asso­cia­zione a delin­quere, truffa a danno dello stato, con­cus­sione e altri reati l’ottobre scorso. Tra i 63 rin­viati a giu­di­zio anche la Coo­pe­ra­tiva Mura­tori e Cemen­ti­sti (Cmc) di Ravenna, per asso­cia­zione a delin­quere, che è anche la mag­giore azio­ni­sta dei lavori per la Tav della Val di Susa. Il 6 marzo a Trani ini­zierà la pro­ce­dura probatoria.

 Ci accom­pa­gnano Mat­teo d’Ingeo coor­di­na­tore del movi­mento civico Libe­ra­to­rio poli­tico che da anni si batte per un ’ope­ra­zione verità sul porto e sulle bombe chi­mi­che a mare, «la nostra Ilva, solo che non si vede», e Mauro Mon­gelli di Alter­na­tiva comu­ni­sta, (un gruppo pre­sente in modo signi­fi­ca­tivo tra i cas­sain­te­grati della Om di Bari e alla Cico­lella di Mol­fetta). «…e aggiustn e sfa­scn e aggiustn e sfa­scn » (Mol­fet­ta­mina, Capa­rezza): tutto il porto? Sul suo futuro il dibat­tito è per ora rin­viato. D’Ingeo, autore di nume­rosi espo­sti, ci indica le «zone rosse» del can­tiere, così chia­mate per­chè par­ti­co­lar­mente affol­late di bombe tanto da ren­dere impos­si­bile il lavoro di dra­gag­gio e ancor prima di rico­gni­zione pre­li­mi­nare: Il motivo per cui la ditta inca­ri­cata a farla, la Loca­telli di Trie­ste ha rimesso l’incarico. Il dra­gag­gio poi ha stuz­zi­cato le bombe dis­se­mi­nate creando una disca­rica nella disca­rica, la cosid­detta cassa di col­mata dove fini­vano scarti vari mischiati a ordigni.

 

I lavori di boni­fica dello Sdai (nucleo della Marina mili­tare addetto allo smi­na­mento) ini­ziati nel 2008 si basa­vano su una rico­gni­zione solo par­ziale, non siste­ma­tica. 15 mila sono sti­mate le sole bombe cari­cate di sostanze chi­mi­che come l’iprite, chia­mato anche gas mustarda, il fosfo­gene, la lewi­site, gas tos­sici e vesci­canti con­te­nuti in fusti e dami­giane — creati per ucci­dere e per durare — , oltre a decine di migliaia di ordi­gni con­ven­zio­nali affon­dati nel mare davanti a Mol­fetta. È l’arsenale chi­mico che si tro­vava nelle stive delle 17 navi inglesi e ame­ri­cane che nel 1943 furono sven­trate da un feroce bom­bar­da­mento nazi­sta nel porto di Bari. Fu una notte d’ inferno, con la città illu­mi­nata a giorno dalle fiamme, una seconda Pearl Har­bour per la flotta ame­ri­cana, coperto da un silen­zio durato per decenni. Il porto di Bari andava libe­rato in fretta le bombe smal­tite a largo di Mol­fetta. Ma, non sem­pre alle tre miglia e a 600 o 800 metri di pro­fon­dità pre­vi­ste arri­va­rano, affi­dati a coo­pe­ra­tive di pesca­tori pagati a tratta fini­rono spesso in acque più vicine. Non bastava, nel basso Adria­tico, a Mol­fetta sono state sgan­ciate anche le bombe Nato della guerra del Kosovo. Nel 2009 l’ Accordo di pro­gramma per la boni­fica del basso Adria­tico tra mini­stero dell’ambiente e regione Puglia riguar­dava la zona da Vie­ste a Otranto, ma ha finito a con­cen­trarsi su Mol­fetta e sulla sola zona del porto. «Alle nume­rose inter­ro­ga­zioni all’Arpa Puglia sui risul­tati e moni­to­rag­gio delle boni­fi­che non c’è stata rispo­sta. Dal sito della regione è spa­rito dal 2010 l’argomento boni­fica», accusa d’Ingeo dal canto suo pro­mo­tore di un sito molto ben docu­men­tato, libe​ra​to​rio​.alter​vi​sta​.org. Adesso i soldi per la boni­fica sono finiti. «Biso­gna rico­no­scere Mol­fetta come zona di disa­stro ambien­tale» insi­ste. Per toc­carlo con mano il disa­stro tor­niamo ai pesca­tori, ricat­tati tra salute e lavoro. Incon­triamo Vitan­to­nio Tede­sco, 43 anni, sen­tito anche dalla pro­cura di Trani. È della Coo­pe­ra­tiva pic­cola pesca, «la più antica coo­pe­ra­tiva di pesca­tori in Ita­lia», dice orgo­glioso, «si è for­mata nel lon­tano 1893». «Fin dal ’98 mi imbatto in tracce di Iprite, ci rac­conta,- da quando è ini­ziata la boni­fica di Torre Gavetone».

 I primi segni? «arros­sa­menti, con­giun­ti­viti, pro­blemi respi­ra­tori, forti ustioni alle mani, per il con­tatto coll’acqua sal­pando la rete». Il picco nel 2008, in coin­ci­denza con i lavori di boni­fica nell’area del porto. «Una mat­tina mi sono sve­gliato con gli occhi grandi come due palle da ten­nis. Il poli­cli­nico di Bari mi ha dia­gno­sti­cato una sem­plice con­giun­ti­vite, senza con­si­de­rare il nesso con l’ iprite». Era suc­cesso così anche nel ’43, alle vit­time baresi del bom­bar­da­mento, per l’assoluta segre­tezza stesa sulla pre­senza di armi chi­mi­che. «Non riu­scivo più a gui­dare, e a tratti spa­riva la vista. Tre volte sono sve­nuto a bordo per le esa­la­zioni degli ordi­gni che esplo­de­vano men­tre tiravo su la rete». I pesca­tori col­piti dagli stessi inci­denti e sin­tomi non denun­ciano l’accaduto, costretti anche dagli arma­tori al silen­zio accusa Vitan­to­nio, che per averlo fatto ha subìto pesanti ritor­sioni. Nel 2008 dopo gli sve­ni­menti a bordo, Vitan­to­nio e gli altri quat­tro pescator<CW-8>i della coo­pe­ra­tiva hanno fatto degli esami tos­si­co­lo­gici al poli­cli­nico di Bari senza mai rice­verne il risul­tato. Alla fine nel 2010 un altro medico, Guglielmo Fac­chini, inda­gando sulla salute dei 5 pesca­tori ha riscon­trato con­di­zioni uguali di referti e lastre, tutti con i pol­moni «morti», al 50% come Vitan­to­nio fino al 90% il caso peg­giore. Come si sente quando va a pescare? «Ogni giorno ho paura di quello che si può tro­vare nella rete. Decine e decine di volte è capi­tato che una bomba imbri­gliata si incen­diava con una puzza incre­di­bile». Solo in con­clu­sione la domanda fati­dica. Ma quel pesce si può man­giare? Il sì è una­nime. Tracce di veleno sono state tro­vate, ma negli organi interni e non nella carne bianca, argo­men­tano . Però anche muta­zioni gene­ti­che sono state tro­vate dai ricer­ca­tori dell’Icram (Isti­tuto cen­trale per la ricerca scien­ti­fica appli­cata al mare, oggi Ispra). Il pesce non viene pescato a riva ma a largo fa pre­sente Mat­teo d’Ingeo che non ci rinun­cia: «Cosa dob­biamo fare, andar­cene da Mol­fetta?», mi fa. Così a cena mi arrendo anch’io, anzi esa­gero, anti­pa­sto, primo e secondo, il locale del gestore cuoco ex di Lotta con­ti­nua deci­sa­mente merita…

 Il posto più insi­dioso della costa mol­fet­tese è Tor Gave­tone, al con­fine con Gio­vi­nazzo. Acqua color tur­chese che nasconde il più alto con­cen­trato di bombe chi­mi­che. È l’unica spiag­gia pub­blica di Mol­fetta, per­ciò nes­suno regi­stra lo sbrin­del­lato car­tello di divieto di bal­nea­zione e di pesca. Tutti si fanno il bagno lì. «Abbiamo chie­sto alla nuova giunta comu­nale di far rispet­tare il divieto, ma non è stato fatto» accusa d’Ingeo che al bagno rinun­cia dal 2011. Allora indi­vi­duò in prima per­sona insieme ad un foto­grafo subac­queo un ordi­gno a cari­ca­mento chi­mico a pochi metri dalla riva. «Quando lo segna­lammo alla capi­ta­ne­ria del porto il fatto fu accolto con estremo fasti­dio». A Tor Gave­tone, tra il 74 e il 77 furono “decon­fen­zio­nati” decine di migliaia di ordi­gni bel­lici per recu­pe­rarne i metalli. Secondo la docu­men­ta­zione dell’Icram sui fon­dali del mare davanti a Tor Gave­tone si tro­vano cen­ti­naia di migliaia di resi­duati bel­lici e per­sino bombe chi­mi­che cemen­tate nella roc­cia. Una zona così, piena di bagnanti, è stato esclusa dal pia</CW><CW1>no di boni­fica, con­vo­gliando tutte le risorse, sulla zona por­tuale, in fun­zione dell’aberrante porto com­mer­ciale. (I mol­fet­tesi non pos­sono nep­pure ripie­gare sull’altra spiaggia,

 Tor Cal­de­rina, l’abbiamo visi­tata, molto bella, un’oasi natu­rale senza cemento, con gli uli­veti che arri­vano fino a riva. Pec­cato che qui in piena oasi l’acqua sia mar­rone, per­ché vi arri­vano diret­ta­mente in mare gli sca­ri­chi di Mol­fetta e paesi limi­trofi, il depu­ra­tore rotto è sotto sequestro)

In riva due ragazzi stanno pescando. Non sapete che qui vicino ci sono delle bombe? Chie­diamo. Sì, no, lo sanno e non lo sanno, le hanno tolte, ci sono, sor­ri­dono e con­ti­nuano a pescare. Li prendi per sprov­ve­duti, ma il punto non è que­sto. Al più tardi quando parli con Beppe Sasso, can­tante del Sunny Cola con­nec­tion, il gruppo paral­lelo locale di Capa­rezza, che è anche diri­gente regio­nale di Rifon­da­zione comu­ni­sta e socio­logo. «Da bam­bino a Torre Gave­tone gio­ca­vamo con le mic­cette facen­dole scop­piare» dice e riba­di­sce, «io il bagno lì me lo farò sem­pre». Forse non è dispo­sto a farsi togliere il mare, ecco il punto. Infatti sono le bombe che se ne devono andare. Già è stato tolto il tra­monto, per via del porto com­mer­ciale. «Prima da Torre Gave­tone e dalla cat­te­drale si vedeva il tra­monto tutta l’estate, ora lo si vede solo per 10 giorni. Col tra­monto, con la bel­lezza, i bam­bini cre­scono meglio». Mol­fetta è cam­biata. La zona porto e il cen­tro si sono svuo­tati rac­conta Sasso, Azzo­lini ha fatto per­sino chiu­dere i par­chi. E che fine ha fatto la gente ? «È finita a rin­chiu­dersi in un gigan­te­sco cen­tro com­mer­ciale, costruito abbat­tendo un’intera zona di uli­veti seco­lari». Un modello di svi­luppo ricorda Sasso che aveva già imboc­cato anche il cen­tro­si­ni­stra, «anche se distin­guo tra le diverse respon­sa­bi­lità». La prima pen­sata del pro­getto porto era del cen­tro sini­stra, con Tom­maso Miner­vini, sin­daco dal 1994 al 2000.

 Dome­nica si è costi­tuito a Mol­fetta il «Comi­tato cit­ta­dino per la boni­fica marina. A tutela del diritto alla salute e all’ambiente salu­bre». Chiede «la verità sul tipo di ordi­gni pre­senti sui fon­dali del nostro mare. La boni­fica com­pleta dal porto a Torre Gave­tone. Un moni­to­rag­gio ambien­tale del mare nelle zone inte­res­sate dalla pre­senza di ordi­gni a cari­ca­mento chi­mico per veri­fi­carne la bal­nea­bi­lità del mare e la com­me­sti­bi­lità del pesce. Infor­ma­zione tra­spa­rente e aggior­nata da parte di tutte le isti­tu­zioni coin­volte nelle atti­vità di boni­fica». Sito di rife­ri­mento per ora libe​ra​to​rio​.alter​vi​sta​.org.

 

Ecco tutte le località diventate cimiteri di veleni di guerra


Mol­fetta non è certo un caso iso­lato: «Tutta l’Italia è piena di cimi­teri che ospi­tano crea­ture mostruose» così scrive Gian­luca Di Feo nel libro inchie­sta «Veleni di stato» (Bur 2009), «Da oltre mezzo secolo fanno finta di dor­mire e intanto, come dra­ghi in letargo con il ven­tre pieno di veleni, semi­nano le loro uova letali nell’acqua, nel ter­reno, nell’aria». Si tratta di veleni creati per ucci­dere e per durare. Col pas­sare del tempo, cor­ro­den­dosi i con­te­ni­tori, diven­tano più peri­co­losi. Il gior­na­li­sta dell’espresso ha stu­diato migliaia di docu­menti d’archivio bri­tan­nici, ame­ri­cani e tede­schi rico­struendo per primo la map­pa­tura di un’eredità taciuta e silen­ziata.. Sull’onda del lavoro di Di Feo si è costi­tuito il Coor­di­na­mento per la boni­fica delle armi chi­mi­che al quale ha ade­rito anche Legam­biente. Una prima brec­cia nella con­giura del silen­zio si deve ai lavori di Gior­gio Rochat e Angelo Del Boca che hanno rive­lato l’impiego di gas letali durante l’invasione dell’Etiopia.

Il retag­gio bel­lico: in Puglia, zona di rifor­ni­mento via mare per l’ottava armata in com­bat­ti­mento con­tro le truppe hitle­riane, e in Cam­pa­nia a fine guerra gli ame­ri­cani si sono libe­rati degli armi che non ser­vi­vano più. A Man­fre­do­nia sul Gar­gano sono state affon­date migliaia di ordi­gni a cari­ca­mento chi­mico a largo, in una fossa pro­fonda. Ma una delle navi che le cari­ca­vano è affon­data dis­se­mi­nando le bombe un po’ ovun­que, del resto pos­sono rie­mer­gere anche da una fossa sot­to­ma­rina pro­fonda. Stra­na­mente per le disca­ri­che di bombe chi­mi­che si sono scelti i posti più belli. Pia­nosa, la più lon­tana delle isole Tre­miti è una riserva natu­rale inte­grale, in realtà è una pat­tu­miera di ordi­gni bel­lici. Il golfo di Napoli è stato tea­tro di mas­sicci smal­ti­menti di arse­nali chi­mici. Tra Ischia e Capri, nell’abisso che si spa­lanca tra le due isole sono state sca­ri­cate decine di migliaia di bombe al fosgene, all’iprite e al clo­ruro di cia­nuro. Nei fon­dali di Pesaro sono finite le armi abban­do­nate dalle truppe tede­sche in riti­rata: 84 ton­nel­late di testate all’arsenico e 1316 ton­nel­late di iprite. Non manca il nord, a Mon­fal­cone vicino a Trie­ste, durante i lavori di amplia­mento del porto sono state recu­pe­rate dai som­moz­za­tori dello Sdai (corpo della marina militare)150 ordi­gni all’iprite.

Un capi­tolo con cui a tutt’oggi nes­sun governo ita­liano ha voluto fare i conti è il gigan­te­sco arse­nale di armi chi­mi­che e bat­te­rio­lo­gi­che pro­dotto dal fasci­smo. Tren­ta­mila ton­nel­late ogni anno pre­ve­de­vano i piani di Mus­so­lini. Un’eredità coperta da segreti e silenzi. Un arse­nale nasco­sto nei boschi della Tuscia, la che­mi­cal city costruita nel 1940 vicino a Ron­ci­glione è stata sco­perta nel 1996 quando una nube tos­sica colpì un cicli­sta. Nel bun­ker si tro­va­vano 150 ton­nel­late di iprite. Nel vicino lago di Vico, riserva natu­rale piena di veleni, cre­sce l’alga tos­sica, come nel mare di Mol­fetta. Ma dei labo­ra­tori del duce si tro­va­vano anche in pieno cen­tro di Roma, negli scan­ti­nati del Celio, ospe­dale militare.

A Col­le­ferro vicino a Roma nell’area indu­striale si pro­du­cono armi con­ven­zio­nali e chi­mi­che dal 1912 for­nite nel ’80 all’Iraq di Sad­dam Hus­sein. A Bussi nell’Abruzzo lungo il fiume Pescara che dis­seta metà Abbruzzo , vicino alla fab­brica di iprite,solo nel 2007 è stata sco­perta la più grande disca­rica di rifiuti tos­sici nasco­sti nel dopo­guerra. A Mele­gnano alle porte di Milano, dove si è regi­strato un forte aumento di tumori, delle vil­lette sono state costruite sopra e intorno una exfab­brica di veleni, la Sele­nio, nei pozzi dell’acquedotto tro­vate tracce ele­va­tis­sime di arse­nico. Sono solo alcuni esempi. Le fab­bri­che e depo­siti di veleni hanno lasciato le loro tracce in tanti posti: da Fog­gia, con la Saro­nio, ultimo impianto creato dal fasci­smo, a Car­rara, da Napoli a Milano, da Roma a Verbania.

 

Siamo preoccupati vogliamo la verità

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