[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

[Disarmo] Il dossier degli scienziati greci: «Distruzione letale per l’ecosistema»



Silvio Messinetti, il manifesto


È una rela­zione shock, che sbu­giarda i nostri gover­nanti. Un’informativa che getta un’ombra ancor più fosca sull’arsenale siriano che farà rotta verso il porto di Gioia Tauro tra qual­che giorno. È Pino Romeo, urba­ni­sta, coor­di­na­tore del tavolo tec­nico di tutela ambien­tale della Piana, tra i fon­da­tori del comi­tato con­tro il rigas­si­fi­ca­tore di San Fer­di­nando, a con­se­gnarla al mani­fe­sto dopo averla espo­sta suc­cin­ta­mente nell’infuocata assem­blea di lunedì sera, alla pre­senza dei sin­daci in par­tenza per Roma. Dove ieri “l’operazione Gioia Tauro” ha avuto il via libera del governo. Un atto d’imperio, un sopruso. Con­tro la popo­la­zione. In spre­gio alla legge ita­liana e alla Con­ven­zione di Aarhus, rati­fi­cata dall’Italia con la legge 108 del 2001, che mette al cen­tro di ogni pro­cesso deci­sio­nale la par­te­ci­pa­zione. E lo sce­na­rio è alquanto tetro, secondo quanto emerge dalle carte in nostro pos­sesso. «Siamo entrati in con­tatto con gli alti espo­nenti della comu­nità scien­ti­fica di Demo­cri­tos (gli omo­lo­ghi del Cnr, ndr) di Atene e del Poli­tec­nico di Creta, che par­lano di com­pleta distru­zione dell’ecosistema che gra­vita intorno al Medi­ter­ra­neo cau­sato dalla distru­zione delle ogive» spiega Romeo. La neu­tra­liz­za­zione delle armi siriane, insomma, avrà effetti letali, a due passi da noi. Per­chè, una volta scelto Gioia Tauro, come porto su cui effet­tuare il tra­sbordo, la que­stione ancora irri­solta, su cui Bonino, Lupi, Mauro, Orlando e Letta prima o poi dovranno dar conto, riguarda il luogo dove verrà distrutto l’arsenale mediante idro­lisi. E gli studi degli scien­ziati greci ras­si­cu­rano ben poco. «L’armamento sarà distrutto nella zona di mare ad ovest di Creta, con la con­ni­venza delle auto­rità gre­che, ita­liane e mal­tesi» ha detto a chiare let­tere il col­la­bo­ra­tore scien­ti­fico di Demo­cri­tos, ed ex pre­si­dente dell’Unione dei chi­mici greci, Nikos Katsa­ros. «Se tale neu­tra­liz­za­zione sarà effet­tuata tra­mite il pro­cesso di idro­lisi, non c’è da stare tran­quilli. Si tratta di un metodo estre­ma­mente peri­co­loso, con con­se­guenze impre­ve­di­bili per l’ambiente medi­ter­ra­neo e i popoli vicini». Gli effetti saranno la necrosi com­pleta dell’ambiente inte­res­sato e l’inquinamento marino tra il mar Libico ed il mar di Creta. Il pesce sarà avve­le­nato dalla con­ta­mi­na­zione, al pari della popo­la­zione che lo con­su­merà. Di seri rischi parla il pro­fes­sor Evan­ge­los Gida­ra­kos, del Poli­tec­nico di Creta, che ha lan­ciato l’allarme alle auto­rità gre­che, che per ora pre­fe­ri­scono tacere. «Que­ste sostanze chi­mi­che sono miscele di agenti peri­co­losi e tos­sici» sot­to­li­nea.
Secondo gli annunci uffi­ciali, le armi chi­mi­che, dopo essere tra­spor­tate dalla Siria, saranno cari­cate nel porto di Gioia nel reci­piente di tita­nio della nave ame­ri­cana Cape Ray. «E poi saranno distrutte col pro­cesso di idro­lisi in acque inter­na­zio­nali tra l’Italia e la Gre­cia, nel tratto di mare tra Malta, Libia e Creta». Sulla con­si­stenza dell’arsenale, i greci danno poi ben altri numeri rispetto a quelli for­niti da Lupi. Gida­ra­kos ha rife­rito che, da fonti atten­di­bili, esi­ste­reb­bero 1.250 ton­nel­late di arma­menti prin­ci­pali ad effetto mor­tale, come i gas sarin e i gas mostarda, ed altre 1.230 ton­nel­late di sostanze pre­cur­sori, uti­liz­zate per la fab­bri­ca­zione delle armi vere e pro­prie, prin­ci­pal­mente com­po­sti chi­mici di cloro e fluoro, di per sé alta­mente tos­si­che. E poi esi­ste una gamma di altre sostanze acqui­state da Dama­sco dopo l’embargo, di pro­ve­nienza e natura ignota. A met­tere inquie­tu­dine è, non­di­meno, l’ultimo punto dello stu­dio del Poli­tec­nico cre­tese. Sostiene Gida­ra­kos che l’idrolisi pro­durrà una terza com­po­nente tos­sica che sarà for­mata diret­ta­mente nelle acque marine. Per­ché l’idrolisi non è più un pro­cesso rela­ti­va­mente sicuro (durante la distru­zione delle armi chi­mi­che al largo del Giap­pone nel secondo dopo­guerra, ad esem­pio) in quanto oggi pro­duce anche scarti in forma liquida, cosa che non suc­ce­deva in pas­sato. Gli atti­vi­sti della Piana, peral­tro, scon­fes­sano Lupi anche in merito al tran­shi­p­ment delle armi nel porto di Gioia. «A Roma si vuol annac­quare il vino con l’acqua usando tec­ni­ci­smi per creare volu­ta­mente con­fu­sione. I por­tuali del Sul, al pari di altri lavo­ra­tori, ci hanno con­fer­mato che è vero che mate­riale tos­sico di que­sta cate­go­ria ne è pas­sato negli anni lungo le ban­chine gio­iesi, ma sostanze letali mai. Sarebbe la prima volta» con­clude Romeo. Il porto cala­brese si tro­ve­rebbe, dun­que, in una situa­zione di ecce­zio­nale e pro­lun­gata peri­co­lo­sità visto che l’imminente carico di gas siriani equi­vale all’intero movi­mento di un anno. In una zona, che secondo la Pro­te­zione civile, è «in piena allerta sismica». Nei due giorni fati­dici Gioia dovrà così smal­tire un carico di sostanze peri­co­lose che di solito assorbe (da nave a nave) in un anno intero. Pos­si­bile? Man­te­nendo suf­fi­cienti e «ordi­nari» stan­dard di sicu­rezza? Agli atti­vi­sti e ai por­tuali il dub­bio rimane.