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[Disarmo] Perché NO agli F35? Intervista a Gianni Alioti



In realtà le alternative esistono, come dimostrano le scelte di Francia e Germania e della maggioranza dei paesi dell’Unione Europea, con i quali dovremmo essere impegnati a costruire una Difesa comune. Se la Francia ha puntato ai suoi caccia Rafale prodotti dalla Dassault, la Germania sta sviluppando una nuova versione del caccia multi-ruolo Typhoon Eurofighter per coprire, oltre le funzioni di intercettazione (terra-aria) anche quelle di attacco al suolo (aria-terra). - See more at: http://confini.blog.rainews.it/2014/03/28/perche-no-agli-f35-intervista-a-gianni-alioti/#sthash.QUkoNlTW.dpuf
In realtà le alternative esistono, come dimostrano le scelte di Francia e Germania e della maggioranza dei paesi dell’Unione Europea, con i quali dovremmo essere impegnati a costruire una Difesa comune. Se la Francia ha puntato ai suoi caccia Rafale prodotti dalla Dassault, la Germania sta sviluppando una nuova versione del caccia multi-ruolo Typhoon Eurofighter per coprire, oltre le funzioni di intercettazione (terra-aria) anche quelle di attacco al suolo (aria-terra). - See more at: http://confini.blog.rainews.it/2014/03/28/perche-no-agli-f35-intervista-a-gianni-alioti/#sthash.QUkoNlTW.dpuf

Perché NO agli F35? Intervista a Gianni Alioti
Perché NO agli F35? Intervista a Gianni Alioti

C’è una frase in questa intervista che mi lascia perplessa almeno per due motivi:

1) non si capisce bene perchè uomini, donne e bambini possano essere ammazzati con gli EFA piuttosto che con gli F-35

2) ciò che dice della Germania non è esatto. La nuova configurazione di attacco al suolo varrà tanto per la Germania che per l'Italia, Inghilterra (che ne ha già una sua versione usata contro la guerra in Libia), Arabia Saudita (che ha la stessa versione dell'Inghilterra) e tutti i paesi dove sarà venduto.


Dunque, come comunemente si fa, per i test di integrazione dei missili Taurus/KEPD  si è usato un esemplare di preserie tedesco. C’è però un problema:

Germany Canceling Eurofighter Jet Order Narrows Field of Buyers. Europe's Largest Defense Program Looks to Middle East and Asia for Sales http://online.wsj.com/news/articles/SB10001424052702303636404579393103247459842

Intervista a Gianni Alioti che parla di un Efa d'attacco alternativo agli F-35


"In realtà le alternative esistono, come dimostrano le scelte di Francia e Germania e della maggioranza dei paesi dell’Unione Europea, con i quali dovremmo essere impegnati a costruire una Difesa comune. Se la Francia ha puntato ai suoi caccia Rafale prodotti dalla Dassault, la Germania sta sviluppando una nuova versione del caccia multi-ruolo Typhoon Eurofighter per coprire, oltre le funzioni di intercettazione (terra-aria) anche quelle di attacco al suolo (aria-terra)".

http://confini.blog.rainews.it/2014/03/28/perche-no-agli-f35-intervista-a-gianni-alioti/

Perché NO agli F35? Intervista a Gianni Alioti

IMG_4455 Si ritorna a parlare di F35, il caccia bombardiere della Locked,messo sotto accusa per i costi eccessivi e, per alcuni esperti, anche per la scarsa affidabilità. Il programma tocca ovviamente molteplici punti per l’italia : da quello politico militare a quello economico. Ne parliamo con il sindacalista Gianni Alioti, responsabile dell’Ufficio Internazionale della Fim-Cisl (il sindacato dei metalmeccanici della Cisl).

Alioti, quali sono i costi del programma “Joint Strike Fighter” (F35)?

Gli “F35” – sviluppati e prodotti dalla Lockheed Martin – sono il programma più costoso di tutti i tempi nella storia degli armamenti convenzionali. Ad ogni monitoraggio da parte del Government Accountability Office (Goa), la sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti d’America dedita all’auditing e alla valutazione, i costi del programma si moltiplicano. Nell’ultimo rapporto del Goa, pubblicato il 24 marzo 2014, i costi di sviluppo e produzione degli F35 sforano le previsioni iniziali di ben 160 miliardi di dollari (circa il 75% in più). Se guardiamo all’intero ciclo di vita del programma (che include la gestione, le manutenzioni e le riconfigurazioni ecc.) il Congresso Usa stima un costo totale di mille e cinquecento miliardi di dollari. Una follia per i contribuenti americani! Un bancomat – a ricarica illimitata – per la Lockheed Martin………..

Eppure molte persone si sono scandalizzate “ideologicamente” quando l’amministrazione Obama è intervenuta, ad esempio, con risorse pubbliche per salvare l’industria dell’auto dalla bancarotta. Le stesse, però, non s’interrogano su come lo Stato americano interviene nell’economia e nelle politiche industriali attraverso le ingenti spese militari. Con un’aggravante! Nel caso di GM e Chrysler, i soldi ricevuti in prestito dal Governo sono stati restituiti – in pochi anni – con gli interessi. Eppure nel caso di Lockheed Martin e dell’intero complesso militare-industriale i soldi erogati dal Pentagono alimentano un “pozzo senza fondo”. Se si analizza, infatti, l’andamento crescente delle spese militari e del debito pubblico negli Usa – da metà degli anni’90 al 2012 – le due curve coincidono.

In Italia i costi della nostra partecipazione al programma dipenderanno dalla scelta finale d’acquisto. Se fosse confermato l’ordinativo di 90 aerei, ai costi attuali, finiremmo per spendere oltre 14 miliardi di euro. Ma la stima totale dei costi per l’intero ciclo di vita del programma supera i 52 miliardi di euro (circa 70 miliardi di dollari).

Quanto ha già speso l’Italia per gli F35?

Sono stati già spesi ad oggi 3 miliardi e 400 mila euro. La cifra ha riguardato – dal 1998 ad oggi – la partecipazione alla fase di ricerca e sviluppo del prodotto, la realizzazione di una linea di assemblaggio dedicata agli F35 a Cameri (intorno agli 800 milioni di euro equivalente all’investimento di Fiat a Pomigliano) e l’acquisto dei primi 6 aerei. E’ di questi giorni la notizia che il Segretariato Generale della Difesa – senza aspettare le decisioni di Camera e Senato per la conferma dei contratti definitivi d’acquisto – ha firmato l’ordinativo per parti, materiali e componenti dei lotti di produzione 8 e 9. Significa predeterminare l’acquisizione di altri otto o quattro aerei, in aggiunta ai primi sei. In pratica il Governo Renzi, al momento, si è limitato a bloccare l’iter di contrattazione preliminare con gli Stati Uniti per gli aerei del 10° lotto annuale di produzione.

Quali sono i limiti strategici del programma? A quale di modello di Difesa fa riferimento il programma?

Il Joint Strike Fighter F35 è un aereo con caratteristiche stealth, in pratica invisibile ai radar. E’ stato concepito negli anni’90 come un unico caccia-bombardiere in grado di sostituire – con tre versioni differenti – altre tipologie di aerei da combattimento in uso alle forze armate americane (aeronautica, marina e marines).

Non ho competenza alcuna per giudicare il programma dal punto di vista strategico militare…….. Ma per quel poco che ho letto esistono molti dubbi – anche in ambienti militari – che questo programma rifletta il mutato contesto strategico e risponda coerentemente alle reali minacce alla sicurezza presenti su scala mondiale. Se, però, valutiamo i ritardi accumulati (sette anni), i tantissimi problemi tecnici non risolti e l’aumento esponenziale dei costi, mi sento di affermare che la decisione di continuare a investire negli F35 dimostra – ancora una volta – che non sono gli scenari geo-politici emergenti a decidere la struttura delle forze armate e quali sistemi d’arma debbano essere sviluppati dall’industria militare, ma viceversa.

Uscendo dal programma si rischia di pagare costose “penali”?

La Rete Disarmo ha dimostrato – documenti alla mano – che l’uscita dal programma non comporta alcun pagamento di penali………….Se si decidesse di uscire ora dal programma F35, l’Italia dovrà rispondere solo dei contratti firmati per l’acquisto definitivo dei primi sei aerei e di questo ennesimo pasticcio sui lotti di produzione 8 e 9.

Quali sono le ripercussioni sul piano occupazionale?

A distanza di anni un consuntivo sulle ricadute occupazionali del programma JSF F35 può essere fatto. La prospettiva di creazione di due mila posti di lavoro subito e dieci mila a regime, principale argomento usato per convincere politica e parlamentari a sostenere l’entrata dell’Italia nel programma, si è rivelata falsa. Erano stati nel 2007 l’ex-sottosegretario alla Difesa, Forcieri, l’ex-ministro Parisi e il generale Tricarico, allora capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica italiana, a sbandierare questi numeri.

Nel 2012 l’ex-ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola ha ridato i numeri, mai smentiti dal suo successore Mauro. Aveva sostenuto che il programma degli F35 significava una crescita operativa, tecnologica e occupazionale notevole: 10mila posti di lavoro in 40 aziende, con particolari effetti positivi sulla base militare di Cameri, in provincia di Novara”. L’unica differenza con i dati del 2007 è che non si parlava più di nuovi posti di lavoro, ma di sostituzione. Il calo di migliaia di occupati nell’industria aeronautica italiana non poteva nel 2012 essere più occultato. Uno dei pilastri della politica bipartisan a sostegno degli F35 si è sgretolato miseramente. E l’argomento occupazione a sostegno del programma F35 si è rivelato un boomerang contro coloro che lo hanno lanciato.

A distanza di 7 anni, nonostante una spesa di 3,4 miliardi di euro le persone impegnate direttamente a Cameri sono solo alcune centinaia (in maggioranza trasferite da Torino) e fino al 2018 non supereranno le 600 unità. Secondo fonti industriali si parla – nell’ipotesi più ottimistica – di un impiego a regime dopo il 2018 di circa 1.600 persone a Cameri (circa il 70% della fabbricazione delle ali + assemblaggio finale dei F35 italiani e olandesi), a cui bisogna aggiungere circa 700 persone tra Caselle, Foggia e Nola + l’outsourcing (alcune centinaia di addetti in aziende di componentistica elettronica, elettrica, idraulica ecc.). Non si supererebbero, nel totale di 20-40 aziende coinvolte, i 2.500 addetti complessivi. Secondo nostre fonti, più realistiche, non si supererebbero i 1.500 addetti. Tranne alcune nuove assunzioni a Cameri, parliamo di lavoratori già occupati – nelle aziende coinvolte – spostati sul programma F35.

Quante sono le aziende italiane impegnate nel programma?

Se ci atteniamo alle cifre dichiarate nelle audizioni parlamentari dal Segretariato Generale della Difesa e da Finmeccanica, le imprese italiane coinvolte nel progetto sarebbero circa 90 con contratti finora stipulati per complessivi 715 milioni di dollari, 565 dei quali da aziende di Finmeccanica. In comunicazioni dirette della Rete Disarmo con l’ufficio Lockheed Martin in Italia risulta che “il totale delle aziende della supply chain italiana a cui sono stati assegnati dei contratti di fornitura direttamente dall’azienda americana (senza contare i contratti di subfornitura assegnati da altri partner del programma) è pari a 27”. Di queste solo 14 hanno, in questo momento, contratti attivi sul programma F35 (molto meno delle stime diffuse dalla Difesa).

Secondo un rapporto della campagna “Taglia le ali alle armi” il ritorno industriale, rispetto agli investimenti, sarebbe del 19 %. Troppo poco per un programma dai costi esorbitanti. E’ Cosi?

L’analisi prodotta dalla Rete Disarmo non è stata smentita. Tiene conto del totale dei contratti sottoscritti dalla Lockheed Martin con le aziende italiane, per una valore totale di 667 milioni di dollari, circa 530 milioni di euro. Per la linea di assemblaggio di Cameri si tratta di soli 136 milioni di dollari (circa 110 milioni di euro) che potranno crescere solo con ulteriori acquisti italiani di F35 o di eventuale inizio di produzione degli aerei olandesi. Siamo, pertanto, di fronte ad un ritorno inferiore ai 700 milioni di euro, a fronte di una spesa già effettuata di circa 3,4 miliardi di euro (fasi di sviluppo + primi acquisti) con un ritorno del 19%.

I vantaggi industriali e occupazionali attesi sono nei fatti molto meno di quanto si è sostenuto in ambito politico e militare a sostegno della partecipazione italiana al programma. La prima “vittima” è stata l’Avio -partner di Rolls-Royce – che con la scelta americana di utilizzare un solo motore – quello della canadese Pratt&Whitney – rimane esclusa. La seconda è la Selex ES (l’azienda di elettronica per la difesa di Finmeccanica) che porterà a casa “solo della minutaglia”. Solo adesso molti si accorgono che il ruolo di partner di 2°livello per l’industria italiana nel programma F35 significa essere semplicemente dei sub-fornitori (spesso marginali), lontani dal ruolo primario giocato nel programma Eurofighter.

Qual è la posizione del sindacato sugli F35?

La domanda andrebbe declinata al plurale, nel senso che nei sindacati esistono – come è ovvio – diverse posizioni. Come ufficio internazionale della Fim-Cisl abbiamo da subito “fatto le pulci” al programma F35. Non solo con uno sguardo critico allo spreco di risorse pubbliche, ma anche dal punto di vista delle ricadute industriali, ingegneristiche, tecnologiche e occupazionali. Abbiamo smontato le reiterate bugie sui nuovi posti di lavoro e abbiamo chiesto – a tutti gli attori coinvolti – di ripristinare verità e responsabilità. Siamo stati parte attiva nel lavoro della Rete Disarmo (di cui siamo – insieme alla Fiom-Cgil – tra i promotori) e della campagna “Taglia le ali alle armi”. Non senza contraddizioni e differenti opinioni al nostro interno, specie con alcune strutture territoriali. Non senza divisioni tra le diverse sigle sindacali. Ma non abbiamo mai perso la “bussola”…… dei nostri valori statutari. E il tempo ha confermato che le nostre critiche – mai ideologiche – erano fondate su solidi argomenti e su un’analisi/conoscenza della realtà. Devo, però, ammettere che nel 2006-2007 e negli anni successivi non è stato per nulla facile, da sindacalisti metalmeccanici, compromettersi con il No agli F35.

Esistono alternative al Programma F35? Quale modello di Difesa è più adatto al nostro Paese?

E’ sempre più frequente che ci vengano imposte scelte economiche, politiche e militari con l’argomento che non esistono alternative. E’ successo anche per giustificare la partecipazione italiana al programma F35. Quante volte ci siamo sentiti dire che l’uscita da questo programma equivarrebbe a rinunciare all’’aeronautica militare italiana? Oppure che l’F35 è l’unica alternativa per sostituire 160 aerei (Tornado, Amx e Av-8b Harrier) che – nell’arco di 15 anni saranno dismessi? O che sono indispensabili, nella versione a decollo verticale, per le nostre portaerei?

In realtà le alternative esistono, come dimostrano le scelte di Francia e Germania e della maggioranza dei paesi dell’Unione Europea, con i quali dovremmo essere impegnati a costruire una Difesa comune. Se la Francia ha puntato ai suoi caccia Rafale prodotti dalla Dassault, la Germania sta sviluppando una nuova versione del caccia multi-ruolo Typhoon Eurofighter per coprire, oltre le funzioni di intercettazione (terra-aria) anche quelle di attacco al suolo (aria-terra).

L’elaborazione di un nuovo modello di Difesa italiano dovrebbe – pertanto – inquadrarsi nell’impegno europeo, finalizzato a una politica di sicurezza e di difesa comune. Ciò dovrebbe valere anche per le politiche di approvvigionamento delle forze armate di ciascun paese, nella prospettiva di una maggiore integrazione e razionalizzazione dello strumento militare. L’orizzonte dentro il quale misurare e valutare le scelte del nostro paese, anche in materia di sistemi d’arma e di politiche industriali, non può che essere il rafforzamento dell’identità europea della Difesa. L’opposto della scelta compiuta con la partecipazione al programma F35!

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Perché NO agli F35? Intervista a Gianni Alioti

IMG_4455 Si ritorna a parlare di F35, il caccia bombardiere della Locked,messo sotto accusa per i costi eccessivi e, per alcuni esperti, anche per la scarsa affidabilità. Il programma tocca ovviamente molteplici punti per l’italia : da quello politico militare a quello economico. Ne parliamo con il sindacalista Gianni Alioti, responsabile dell’Ufficio Internazionale della Fim-Cisl (il sindacato dei metalmeccanici della Cisl).

Alioti, quali sono i costi del programma “Joint Strike Fighter” (F35)?

Gli “F35” – sviluppati e prodotti dalla Lockheed Martin – sono il programma più costoso di tutti i tempi nella storia degli armamenti convenzionali. Ad ogni monitoraggio da parte del Government Accountability Office (Goa), la sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti d’America dedita all’auditing e alla valutazione, i costi del programma si moltiplicano. Nell’ultimo rapporto del Goa, pubblicato il 24 marzo 2014, i costi di sviluppo e produzione degli F35 sforano le previsioni iniziali di ben 160 miliardi di dollari (circa il 75% in più). Se guardiamo all’intero ciclo di vita del programma (che include la gestione, le manutenzioni e le riconfigurazioni ecc.) il Congresso Usa stima un costo totale di mille e cinquecento miliardi di dollari. Una follia per i contribuenti americani! Un bancomat – a ricarica illimitata – per la Lockheed Martin………..

Eppure molte persone si sono scandalizzate “ideologicamente” quando l’amministrazione Obama è intervenuta, ad esempio, con risorse pubbliche per salvare l’industria dell’auto dalla bancarotta. Le stesse, però, non s’interrogano su come lo Stato americano interviene nell’economia e nelle politiche industriali attraverso le ingenti spese militari. Con un’aggravante! Nel caso di GM e Chrysler, i soldi ricevuti in prestito dal Governo sono stati restituiti – in pochi anni – con gli interessi. Eppure nel caso di Lockheed Martin e dell’intero complesso militare-industriale i soldi erogati dal Pentagono alimentano un “pozzo senza fondo”. Se si analizza, infatti, l’andamento crescente delle spese militari e del debito pubblico negli Usa – da metà degli anni’90 al 2012 – le due curve coincidono.

In Italia i costi della nostra partecipazione al programma dipenderanno dalla scelta finale d’acquisto. Se fosse confermato l’ordinativo di 90 aerei, ai costi attuali, finiremmo per spendere oltre 14 miliardi di euro. Ma la stima totale dei costi per l’intero ciclo di vita del programma supera i 52 miliardi di euro (circa 70 miliardi di dollari).

Quanto ha già speso l’Italia per gli F35?

Sono stati già spesi ad oggi 3 miliardi e 400 mila euro. La cifra ha riguardato – dal 1998 ad oggi – la partecipazione alla fase di ricerca e sviluppo del prodotto, la realizzazione di una linea di assemblaggio dedicata agli F35 a Cameri (intorno agli 800 milioni di euro equivalente all’investimento di Fiat a Pomigliano) e l’acquisto dei primi 6 aerei. E’ di questi giorni la notizia che il Segretariato Generale della Difesa – senza aspettare le decisioni di Camera e Senato per la conferma dei contratti definitivi d’acquisto – ha firmato l’ordinativo per parti, materiali e componenti dei lotti di produzione 8 e 9. Significa predeterminare l’acquisizione di altri otto o quattro aerei, in aggiunta ai primi sei. In pratica il Governo Renzi, al momento, si è limitato a bloccare l’iter di contrattazione preliminare con gli Stati Uniti per gli aerei del 10° lotto annuale di produzione.

Quali sono i limiti strategici del programma? A quale di modello di Difesa fa riferimento il programma?

Il Joint Strike Fighter F35 è un aereo con caratteristiche stealth, in pratica invisibile ai radar. E’ stato concepito negli anni’90 come un unico caccia-bombardiere in grado di sostituire – con tre versioni differenti – altre tipologie di aerei da combattimento in uso alle forze armate americane (aeronautica, marina e marines).

Non ho competenza alcuna per giudicare il programma dal punto di vista strategico militare…….. Ma per quel poco che ho letto esistono molti dubbi – anche in ambienti militari – che questo programma rifletta il mutato contesto strategico e risponda coerentemente alle reali minacce alla sicurezza presenti su scala mondiale. Se, però, valutiamo i ritardi accumulati (sette anni), i tantissimi problemi tecnici non risolti e l’aumento esponenziale dei costi, mi sento di affermare che la decisione di continuare a investire negli F35 dimostra – ancora una volta – che non sono gli scenari geo-politici emergenti a decidere la struttura delle forze armate e quali sistemi d’arma debbano essere sviluppati dall’industria militare, ma viceversa.

Uscendo dal programma si rischia di pagare costose “penali”?

La Rete Disarmo ha dimostrato – documenti alla mano – che l’uscita dal programma non comporta alcun pagamento di penali………….Se si decidesse di uscire ora dal programma F35, l’Italia dovrà rispondere solo dei contratti firmati per l’acquisto definitivo dei primi sei aerei e di questo ennesimo pasticcio sui lotti di produzione 8 e 9.

Quali sono le ripercussioni sul piano occupazionale?

A distanza di anni un consuntivo sulle ricadute occupazionali del programma JSF F35 può essere fatto. La prospettiva di creazione di due mila posti di lavoro subito e dieci mila a regime, principale argomento usato per convincere politica e parlamentari a sostenere l’entrata dell’Italia nel programma, si è rivelata falsa. Erano stati nel 2007 l’ex-sottosegretario alla Difesa, Forcieri, l’ex-ministro Parisi e il generale Tricarico, allora capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica italiana, a sbandierare questi numeri.

Nel 2012 l’ex-ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola ha ridato i numeri, mai smentiti dal suo successore Mauro. Aveva sostenuto che il programma degli F35 significava una crescita operativa, tecnologica e occupazionale notevole: 10mila posti di lavoro in 40 aziende, con particolari effetti positivi sulla base militare di Cameri, in provincia di Novara”. L’unica differenza con i dati del 2007 è che non si parlava più di nuovi posti di lavoro, ma di sostituzione. Il calo di migliaia di occupati nell’industria aeronautica italiana non poteva nel 2012 essere più occultato. Uno dei pilastri della politica bipartisan a sostegno degli F35 si è sgretolato miseramente. E l’argomento occupazione a sostegno del programma F35 si è rivelato un boomerang contro coloro che lo hanno lanciato.

A distanza di 7 anni, nonostante una spesa di 3,4 miliardi di euro le persone impegnate direttamente a Cameri sono solo alcune centinaia (in maggioranza trasferite da Torino) e fino al 2018 non supereranno le 600 unità. Secondo fonti industriali si parla – nell’ipotesi più ottimistica – di un impiego a regime dopo il 2018 di circa 1.600 persone a Cameri (circa il 70% della fabbricazione delle ali + assemblaggio finale dei F35 italiani e olandesi), a cui bisogna aggiungere circa 700 persone tra Caselle, Foggia e Nola + l’outsourcing (alcune centinaia di addetti in aziende di componentistica elettronica, elettrica, idraulica ecc.). Non si supererebbero, nel totale di 20-40 aziende coinvolte, i 2.500 addetti complessivi. Secondo nostre fonti, più realistiche, non si supererebbero i 1.500 addetti. Tranne alcune nuove assunzioni a Cameri, parliamo di lavoratori già occupati – nelle aziende coinvolte – spostati sul programma F35.

Quante sono le aziende italiane impegnate nel programma?

Se ci atteniamo alle cifre dichiarate nelle audizioni parlamentari dal Segretariato Generale della Difesa e da Finmeccanica, le imprese italiane coinvolte nel progetto sarebbero circa 90 con contratti finora stipulati per complessivi 715 milioni di dollari, 565 dei quali da aziende di Finmeccanica. In comunicazioni dirette della Rete Disarmo con l’ufficio Lockheed Martin in Italia risulta che “il totale delle aziende della supply chain italiana a cui sono stati assegnati dei contratti di fornitura direttamente dall’azienda americana (senza contare i contratti di subfornitura assegnati da altri partner del programma) è pari a 27”. Di queste solo 14 hanno, in questo momento, contratti attivi sul programma F35 (molto meno delle stime diffuse dalla Difesa).

Secondo un rapporto della campagna “Taglia le ali alle armi” il ritorno industriale, rispetto agli investimenti, sarebbe del 19 %. Troppo poco per un programma dai costi esorbitanti. E’ Cosi?

L’analisi prodotta dalla Rete Disarmo non è stata smentita. Tiene conto del totale dei contratti sottoscritti dalla Lockheed Martin con le aziende italiane, per una valore totale di 667 milioni di dollari, circa 530 milioni di euro. Per la linea di assemblaggio di Cameri si tratta di soli 136 milioni di dollari (circa 110 milioni di euro) che potranno crescere solo con ulteriori acquisti italiani di F35 o di eventuale inizio di produzione degli aerei olandesi. Siamo, pertanto, di fronte ad un ritorno inferiore ai 700 milioni di euro, a fronte di una spesa già effettuata di circa 3,4 miliardi di euro (fasi di sviluppo + primi acquisti) con un ritorno del 19%.

I vantaggi industriali e occupazionali attesi sono nei fatti molto meno di quanto si è sostenuto in ambito politico e militare a sostegno della partecipazione italiana al programma. La prima “vittima” è stata l’Avio -partner di Rolls-Royce – che con la scelta americana di utilizzare un solo motore – quello della canadese Pratt&Whitney – rimane esclusa. La seconda è la Selex ES (l’azienda di elettronica per la difesa di Finmeccanica) che porterà a casa “solo della minutaglia”. Solo adesso molti si accorgono che il ruolo di partner di 2°livello per l’industria italiana nel programma F35 significa essere semplicemente dei sub-fornitori (spesso marginali), lontani dal ruolo primario giocato nel programma Eurofighter.

Qual è la posizione del sindacato sugli F35?

La domanda andrebbe declinata al plurale, nel senso che nei sindacati esistono – come è ovvio – diverse posizioni. Come ufficio internazionale della Fim-Cisl abbiamo da subito “fatto le pulci” al programma F35. Non solo con uno sguardo critico allo spreco di risorse pubbliche, ma anche dal punto di vista delle ricadute industriali, ingegneristiche, tecnologiche e occupazionali. Abbiamo smontato le reiterate bugie sui nuovi posti di lavoro e abbiamo chiesto – a tutti gli attori coinvolti – di ripristinare verità e responsabilità. Siamo stati parte attiva nel lavoro della Rete Disarmo (di cui siamo – insieme alla Fiom-Cgil – tra i promotori) e della campagna “Taglia le ali alle armi”. Non senza contraddizioni e differenti opinioni al nostro interno, specie con alcune strutture territoriali. Non senza divisioni tra le diverse sigle sindacali. Ma non abbiamo mai perso la “bussola”…… dei nostri valori statutari. E il tempo ha confermato che le nostre critiche – mai ideologiche – erano fondate su solidi argomenti e su un’analisi/conoscenza della realtà. Devo, però, ammettere che nel 2006-2007 e negli anni successivi non è stato per nulla facile, da sindacalisti metalmeccanici, compromettersi con il No agli F35.

Esistono alternative al Programma F35? Quale modello di Difesa è più adatto al nostro Paese?

E’ sempre più frequente che ci vengano imposte scelte economiche, politiche e militari con l’argomento che non esistono alternative. E’ successo anche per giustificare la partecipazione italiana al programma F35. Quante volte ci siamo sentiti dire che l’uscita da questo programma equivarrebbe a rinunciare all’’aeronautica militare italiana? Oppure che l’F35 è l’unica alternativa per sostituire 160 aerei (Tornado, Amx e Av-8b Harrier) che – nell’arco di 15 anni saranno dismessi? O che sono indispensabili, nella versione a decollo verticale, per le nostre portaerei?

In realtà le alternative esistono, come dimostrano le scelte di Francia e Germania e della maggioranza dei paesi dell’Unione Europea, con i quali dovremmo essere impegnati a costruire una Difesa comune. Se la Francia ha puntato ai suoi caccia Rafale prodotti dalla Dassault, la Germania sta sviluppando una nuova versione del caccia multi-ruolo Typhoon Eurofighter per coprire, oltre le funzioni di intercettazione (terra-aria) anche quelle di attacco al suolo (aria-terra).

L’elaborazione di un nuovo modello di Difesa italiano dovrebbe – pertanto – inquadrarsi nell’impegno europeo, finalizzato a una politica di sicurezza e di difesa comune. Ciò dovrebbe valere anche per le politiche di approvvigionamento delle forze armate di ciascun paese, nella prospettiva di una maggiore integrazione e razionalizzazione dello strumento militare. L’orizzonte dentro il quale misurare e valutare le scelte del nostro paese, anche in materia di sistemi d’arma e di politiche industriali, non può che essere il rafforzamento dell’identità europea della Difesa. L’opposto della scelta compiuta con la partecipazione al programma F35!

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Perché NO agli F35? Intervista a Gianni Alioti

IMG_4455 Si ritorna a parlare di F35, il caccia bombardiere della Locked,messo sotto accusa per i costi eccessivi e, per alcuni esperti, anche per la scarsa affidabilità. Il programma tocca ovviamente molteplici punti per l’italia : da quello politico militare a quello economico. Ne parliamo con il sindacalista Gianni Alioti, responsabile dell’Ufficio Internazionale della Fim-Cisl (il sindacato dei metalmeccanici della Cisl).

Alioti, quali sono i costi del programma “Joint Strike Fighter” (F35)?

Gli “F35” – sviluppati e prodotti dalla Lockheed Martin – sono il programma più costoso di tutti i tempi nella storia degli armamenti convenzionali. Ad ogni monitoraggio da parte del Government Accountability Office (Goa), la sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti d’America dedita all’auditing e alla valutazione, i costi del programma si moltiplicano. Nell’ultimo rapporto del Goa, pubblicato il 24 marzo 2014, i costi di sviluppo e produzione degli F35 sforano le previsioni iniziali di ben 160 miliardi di dollari (circa il 75% in più). Se guardiamo all’intero ciclo di vita del programma (che include la gestione, le manutenzioni e le riconfigurazioni ecc.) il Congresso Usa stima un costo totale di mille e cinquecento miliardi di dollari. Una follia per i contribuenti americani! Un bancomat – a ricarica illimitata – per la Lockheed Martin………..

Eppure molte persone si sono scandalizzate “ideologicamente” quando l’amministrazione Obama è intervenuta, ad esempio, con risorse pubbliche per salvare l’industria dell’auto dalla bancarotta. Le stesse, però, non s’interrogano su come lo Stato americano interviene nell’economia e nelle politiche industriali attraverso le ingenti spese militari. Con un’aggravante! Nel caso di GM e Chrysler, i soldi ricevuti in prestito dal Governo sono stati restituiti – in pochi anni – con gli interessi. Eppure nel caso di Lockheed Martin e dell’intero complesso militare-industriale i soldi erogati dal Pentagono alimentano un “pozzo senza fondo”. Se si analizza, infatti, l’andamento crescente delle spese militari e del debito pubblico negli Usa – da metà degli anni’90 al 2012 – le due curve coincidono.

In Italia i costi della nostra partecipazione al programma dipenderanno dalla scelta finale d’acquisto. Se fosse confermato l’ordinativo di 90 aerei, ai costi attuali, finiremmo per spendere oltre 14 miliardi di euro. Ma la stima totale dei costi per l’intero ciclo di vita del programma supera i 52 miliardi di euro (circa 70 miliardi di dollari).

Quanto ha già speso l’Italia per gli F35?

Sono stati già spesi ad oggi 3 miliardi e 400 mila euro. La cifra ha riguardato – dal 1998 ad oggi – la partecipazione alla fase di ricerca e sviluppo del prodotto, la realizzazione di una linea di assemblaggio dedicata agli F35 a Cameri (intorno agli 800 milioni di euro equivalente all’investimento di Fiat a Pomigliano) e l’acquisto dei primi 6 aerei. E’ di questi giorni la notizia che il Segretariato Generale della Difesa – senza aspettare le decisioni di Camera e Senato per la conferma dei contratti definitivi d’acquisto – ha firmato l’ordinativo per parti, materiali e componenti dei lotti di produzione 8 e 9. Significa predeterminare l’acquisizione di altri otto o quattro aerei, in aggiunta ai primi sei. In pratica il Governo Renzi, al momento, si è limitato a bloccare l’iter di contrattazione preliminare con gli Stati Uniti per gli aerei del 10° lotto annuale di produzione.

Quali sono i limiti strategici del programma? A quale di modello di Difesa fa riferimento il programma?

Il Joint Strike Fighter F35 è un aereo con caratteristiche stealth, in pratica invisibile ai radar. E’ stato concepito negli anni’90 come un unico caccia-bombardiere in grado di sostituire – con tre versioni differenti – altre tipologie di aerei da combattimento in uso alle forze armate americane (aeronautica, marina e marines).

Non ho competenza alcuna per giudicare il programma dal punto di vista strategico militare…….. Ma per quel poco che ho letto esistono molti dubbi – anche in ambienti militari – che questo programma rifletta il mutato contesto strategico e risponda coerentemente alle reali minacce alla sicurezza presenti su scala mondiale. Se, però, valutiamo i ritardi accumulati (sette anni), i tantissimi problemi tecnici non risolti e l’aumento esponenziale dei costi, mi sento di affermare che la decisione di continuare a investire negli F35 dimostra – ancora una volta – che non sono gli scenari geo-politici emergenti a decidere la struttura delle forze armate e quali sistemi d’arma debbano essere sviluppati dall’industria militare, ma viceversa.

Uscendo dal programma si rischia di pagare costose “penali”?

La Rete Disarmo ha dimostrato – documenti alla mano – che l’uscita dal programma non comporta alcun pagamento di penali………….Se si decidesse di uscire ora dal programma F35, l’Italia dovrà rispondere solo dei contratti firmati per l’acquisto definitivo dei primi sei aerei e di questo ennesimo pasticcio sui lotti di produzione 8 e 9.

Quali sono le ripercussioni sul piano occupazionale?

A distanza di anni un consuntivo sulle ricadute occupazionali del programma JSF F35 può essere fatto. La prospettiva di creazione di due mila posti di lavoro subito e dieci mila a regime, principale argomento usato per convincere politica e parlamentari a sostenere l’entrata dell’Italia nel programma, si è rivelata falsa. Erano stati nel 2007 l’ex-sottosegretario alla Difesa, Forcieri, l’ex-ministro Parisi e il generale Tricarico, allora capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica italiana, a sbandierare questi numeri.

Nel 2012 l’ex-ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola ha ridato i numeri, mai smentiti dal suo successore Mauro. Aveva sostenuto che il programma degli F35 significava una crescita operativa, tecnologica e occupazionale notevole: 10mila posti di lavoro in 40 aziende, con particolari effetti positivi sulla base militare di Cameri, in provincia di Novara”. L’unica differenza con i dati del 2007 è che non si parlava più di nuovi posti di lavoro, ma di sostituzione. Il calo di migliaia di occupati nell’industria aeronautica italiana non poteva nel 2012 essere più occultato. Uno dei pilastri della politica bipartisan a sostegno degli F35 si è sgretolato miseramente. E l’argomento occupazione a sostegno del programma F35 si è rivelato un boomerang contro coloro che lo hanno lanciato.

A distanza di 7 anni, nonostante una spesa di 3,4 miliardi di euro le persone impegnate direttamente a Cameri sono solo alcune centinaia (in maggioranza trasferite da Torino) e fino al 2018 non supereranno le 600 unità. Secondo fonti industriali si parla – nell’ipotesi più ottimistica – di un impiego a regime dopo il 2018 di circa 1.600 persone a Cameri (circa il 70% della fabbricazione delle ali + assemblaggio finale dei F35 italiani e olandesi), a cui bisogna aggiungere circa 700 persone tra Caselle, Foggia e Nola + l’outsourcing (alcune centinaia di addetti in aziende di componentistica elettronica, elettrica, idraulica ecc.). Non si supererebbero, nel totale di 20-40 aziende coinvolte, i 2.500 addetti complessivi. Secondo nostre fonti, più realistiche, non si supererebbero i 1.500 addetti. Tranne alcune nuove assunzioni a Cameri, parliamo di lavoratori già occupati – nelle aziende coinvolte – spostati sul programma F35.

Quante sono le aziende italiane impegnate nel programma?

Se ci atteniamo alle cifre dichiarate nelle audizioni parlamentari dal Segretariato Generale della Difesa e da Finmeccanica, le imprese italiane coinvolte nel progetto sarebbero circa 90 con contratti finora stipulati per complessivi 715 milioni di dollari, 565 dei quali da aziende di Finmeccanica. In comunicazioni dirette della Rete Disarmo con l’ufficio Lockheed Martin in Italia risulta che “il totale delle aziende della supply chain italiana a cui sono stati assegnati dei contratti di fornitura direttamente dall’azienda americana (senza contare i contratti di subfornitura assegnati da altri partner del programma) è pari a 27”. Di queste solo 14 hanno, in questo momento, contratti attivi sul programma F35 (molto meno delle stime diffuse dalla Difesa).

Secondo un rapporto della campagna “Taglia le ali alle armi” il ritorno industriale, rispetto agli investimenti, sarebbe del 19 %. Troppo poco per un programma dai costi esorbitanti. E’ Cosi?

L’analisi prodotta dalla Rete Disarmo non è stata smentita. Tiene conto del totale dei contratti sottoscritti dalla Lockheed Martin con le aziende italiane, per una valore totale di 667 milioni di dollari, circa 530 milioni di euro. Per la linea di assemblaggio di Cameri si tratta di soli 136 milioni di dollari (circa 110 milioni di euro) che potranno crescere solo con ulteriori acquisti italiani di F35 o di eventuale inizio di produzione degli aerei olandesi. Siamo, pertanto, di fronte ad un ritorno inferiore ai 700 milioni di euro, a fronte di una spesa già effettuata di circa 3,4 miliardi di euro (fasi di sviluppo + primi acquisti) con un ritorno del 19%.

I vantaggi industriali e occupazionali attesi sono nei fatti molto meno di quanto si è sostenuto in ambito politico e militare a sostegno della partecipazione italiana al programma. La prima “vittima” è stata l’Avio -partner di Rolls-Royce – che con la scelta americana di utilizzare un solo motore – quello della canadese Pratt&Whitney – rimane esclusa. La seconda è la Selex ES (l’azienda di elettronica per la difesa di Finmeccanica) che porterà a casa “solo della minutaglia”. Solo adesso molti si accorgono che il ruolo di partner di 2°livello per l’industria italiana nel programma F35 significa essere semplicemente dei sub-fornitori (spesso marginali), lontani dal ruolo primario giocato nel programma Eurofighter.

Qual è la posizione del sindacato sugli F35?

La domanda andrebbe declinata al plurale, nel senso che nei sindacati esistono – come è ovvio – diverse posizioni. Come ufficio internazionale della Fim-Cisl abbiamo da subito “fatto le pulci” al programma F35. Non solo con uno sguardo critico allo spreco di risorse pubbliche, ma anche dal punto di vista delle ricadute industriali, ingegneristiche, tecnologiche e occupazionali. Abbiamo smontato le reiterate bugie sui nuovi posti di lavoro e abbiamo chiesto – a tutti gli attori coinvolti – di ripristinare verità e responsabilità. Siamo stati parte attiva nel lavoro della Rete Disarmo (di cui siamo – insieme alla Fiom-Cgil – tra i promotori) e della campagna “Taglia le ali alle armi”. Non senza contraddizioni e differenti opinioni al nostro interno, specie con alcune strutture territoriali. Non senza divisioni tra le diverse sigle sindacali. Ma non abbiamo mai perso la “bussola”…… dei nostri valori statutari. E il tempo ha confermato che le nostre critiche – mai ideologiche – erano fondate su solidi argomenti e su un’analisi/conoscenza della realtà. Devo, però, ammettere che nel 2006-2007 e negli anni successivi non è stato per nulla facile, da sindacalisti metalmeccanici, compromettersi con il No agli F35.

Esistono alternative al Programma F35? Quale modello di Difesa è più adatto al nostro Paese?

E’ sempre più frequente che ci vengano imposte scelte economiche, politiche e militari con l’argomento che non esistono alternative. E’ successo anche per giustificare la partecipazione italiana al programma F35. Quante volte ci siamo sentiti dire che l’uscita da questo programma equivarrebbe a rinunciare all’’aeronautica militare italiana? Oppure che l’F35 è l’unica alternativa per sostituire 160 aerei (Tornado, Amx e Av-8b Harrier) che – nell’arco di 15 anni saranno dismessi? O che sono indispensabili, nella versione a decollo verticale, per le nostre portaerei?

In realtà le alternative esistono, come dimostrano le scelte di Francia e Germania e della maggioranza dei paesi dell’Unione Europea, con i quali dovremmo essere impegnati a costruire una Difesa comune. Se la Francia ha puntato ai suoi caccia Rafale prodotti dalla Dassault, la Germania sta sviluppando una nuova versione del caccia multi-ruolo Typhoon Eurofighter per coprire, oltre le funzioni di intercettazione (terra-aria) anche quelle di attacco al suolo (aria-terra).

L’elaborazione di un nuovo modello di Difesa italiano dovrebbe – pertanto – inquadrarsi nell’impegno europeo, finalizzato a una politica di sicurezza e di difesa comune. Ciò dovrebbe valere anche per le politiche di approvvigionamento delle forze armate di ciascun paese, nella prospettiva di una maggiore integrazione e razionalizzazione dello strumento militare. L’orizzonte dentro il quale misurare e valutare le scelte del nostro paese, anche in materia di sistemi d’arma e di politiche industriali, non può che essere il rafforzamento dell’identità europea della Difesa. L’opposto della scelta compiuta con la partecipazione al programma F35!

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