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[Disarmo] Quanto ci costa il Def della Nato



 Manlio Dinucci

Mentre nella «spending review» il governo promette una riduzione di 300-500 
milioni nel bilancio della difesa, l’Italia sta assumendo nella Nato crescenti 
impegni che portano a un inevitabile aumento della spesa militare, diretta e 
indiretta. La Nato non conosce crisi. Si sta costruendo un nuovo quartier 
generale a Bruxelles, il cui costo, previsto in 460 milioni di euro, è quasi 
triplicato salendo a 1,3 miliardi.

Lo stesso è stato fatto in Italia, dove si sono spesi 200 milioni di euro per 
costruire a Lago Patria una nuova sede per il Jfc Naples: il Comando interforze 
Nato agli ordini dell’ammiraglio statunitense Bruce Clingan – allo stesso tempo 
comandante delle Forze navali Usa in Europa e delle Forze navali Usa per l’
Africa – a sua volta agli ordini del Comandante supremo alleato in Europa, 
Philip Breedlove, un generale statunitense nominato come di regola dal 
presidente degli Stati uniti.

Tali spese sono solo la punta dell’iceberg di un colossale esborso di denaro 
pubblico, pagato dai cittadini dei paesi dell’Alleanza. Vi è anzitutto la spesa 
iscritta nei bilanci della difesa dei 28 stati membri che, secondo i dati Nato 
del febbraio 2014, supera complessivamente i 1000 miliardi di dollari annui 
(circa 750 miliardi di euro), per oltre il 70% spesi dagli Stati uniti. La 
spesa militare Nato, equivalente a circa il 60% di quella mondiale, è aumentata 
in termini reali (al netto dell’inflazione) di oltre il 40% dal 2000 ad oggi.

Sotto pressione degli Stati uniti, il cui budget della difesa (735 miliardi di 
dollari) è pari al 4,5% del prodotto interno lordo, gli alleati si sono 
impegnati nel 2006 a destinare al bilancio della difesa come minimo il 2% del 
loro pil. Finora, oltre agli Usa, lo hanno fatto solo Gran Bretagna, Grecia ed 
Estonia. L’impegno dell’Italia a portare la spesa militare al 2% del pil è 
stato sottoscritto nel 2006 dal governo Prodi. Secondo i dati Nato, essa 
ammonta oggi a 20,6 miliardi di euro annui, equivalenti a oltre 56 milioni di 
euro al giorno. Tale cifra, si precisa nel budget, non comprende però diverse 
altre voci. In realtà, calcola il Sipri, la spesa militare italiana (al decimo 
posto su scala mondiale) ammonta a circa 26 miliardi di euro annui, pari a 70 
milioni al giorno. Adottando il principio del 2%, questi salirebbero a oltre 
100 milioni al giorno.

Agli oltre 1000 miliardi di dollari annui iscritti nei 28 bilanci della 
difesa, si aggiungono i «contributi» che gli alleati versano per il 
«funzionamento della Nato e lo sviluppo delle sue attività». Si tratta per la 
maggior parte di «contributi indiretti», tipo le spese per «le operazioni e 
missioni a guida Nato». Quindi i molti milioni di euro spesi per far 
partecipare le forze armate italiane alle guerre Nato nei Balcani, in 
Afghanistan e in Libia costituiscono un «contributo indiretto» al budget dell’
Alleanza.

Vi sono poi i «contributi diretti», distribuiti in tre distinti bilanci. 
Quello «civile», che con fondi forniti dai ministeri degli esteri copre le 
spese per lo staff dei quartieri generali (4000 funzionari solo a Bruxelles). 
Quello «militare», composto da oltre 50 budget separati, che copre i costi 
operativi e di mantenimento della struttura militare internazionale. Quello di 
«investimento per la sicurezza», che serve a finanziare la costruzione dei 
quartieri generali, i sistemi satellitari di comunicazione e intelligence, la 
creazione di piste e approdi e la fornitura di carburante per le forze 
impegnate in operazioni belliche.

Circa il 22% dei «contributi diretti» viene fornito dagli Stati uniti, il 14% 
dalla Germania, l’11% da Gran Bretagna e Francia. L’Italia vi contribuisce per 
circa l’8,7%: quota non trascurabile, nell’ordine di centinaia di milioni di 
euro annui.  

Vi sono diverse altre voci nascoste nelle pieghe dei bilanci. Ad esempio l’
Italia ha partecipato alla spesa per il nuovo quartier generale di Lago Patria 
sia con la quota parte del costo di costruzione, sia con il «fondo per le aree 
sottoutilizzate» e con uno erogato dalla Provincia, per un ammontare di circa 
25 milioni di euro (mentre mancano i soldi per ricostruire L’Aquila).

Top secret resta l’attuale contributo italiano al mantenimento delle basi Usa 
in Italia, quantificato l’ultima volta nel 2002 nell’ordine del 41% per l’
ammontare di 366 milioni di dollari annui. Sicuramente oggi tale cifra è di 
gran lunga superiore.

Si continua così a gettare in un pozzo senza fondo enormi quantità di denaro 
pubblico, che sarebbero essenziali per interventi a favore dell’occupazione, 
dei servizi sociali, delle zone terremotate. E i tagli di 6,6 miliardi, 
previsti per il 2014, potrebbero essere evitati tagliando quanto si spende nel 
militare in tre mesi.  
 
(il manifesto, 10 aprile 2014)