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[Disarmo] il Manifesto oggi su nucleare civile e militare



Importanti articoli relativi alla problematica antinucleare nella quale siamo impegnati apparsi sul "Manifesto" di oggi (23 giugno 2014):

1- Sulle "atomiche d'Italia" di Manlio Dinucci

2- Sul Libro Bianco della Difesa della Pinotti

3- Confusione legislativa sulle scorie nucleari di Giorgio Ferrari

4- Percorso tortuoso per il deposito delle scorie nucleari di Giorgio Ferrari

(Omettiamo l'inchiesta su Borgo Sabotino).

Importante per chi partecipa al Coordinamento europeo di Bure (Francia) contro i trasporti nucleari - 28/29 giugno 2014

Ricordiamo di firmare on line l'appello per ESIGERE un disarmo nucleare totale.


Vai alla URL: http://www.petizioni24.com/esigiamo

 

 

Per i siti militari la sicurezza è off limits
Atomiche d'Italia. È silenzio sulle 70-90 ogive nucleari presenti ad Aviano e Ghedi

—Manlio Dinucci, 23.6.2014



La decantata «trasparenza» si opacizza quando si entra nel regno del nucleare militare. Si stima che gli Stati uniti mantengano in Germania, Italia, Belgio, Olanda e Turchia circa 200 bombe nucleari B-61, che si aggiungono alle oltre 500 testate francesi e britanniche pronte al lancio. Secondo una stima al ribasso, in Italia ve ne sono 70–90, stoccate ad Aviano e Ghedi-Torre. Ma ce ne potrebbero essere di più, anche in altri siti. Tantomeno si conosce quante armi nucleari sono a bordo delle unità della Sesta flotta e altre navi da guerra che approdano nei nostri porti.

Quello che ufficialmente si sa è che ora le B-61 saranno trasformate da bombe a caduta libera in bombe «intelligenti», che potranno essere sganciate a grande distanza dall’obiettivo. Le nuove bombe nucleari B61-12 a guida di precisione, il cui costo è previsto in 8–12 miliardi di dollari per 400–500, avranno una potenza media di 50 kiloton (circa quattro volte la bomba di Hiroshima).

Washington ribadisce che «anche se la Nato si accordasse con la Russia per una riduzione delle armi nucleari in Europa, avremmo sempre l’esigenza di completare il programma della B61-12». Essa si configura come un’arma polivalente che svolgerà la funzione di più bombe, comprese quelle progettate per «decapitare» il paese nemico, distruggendo i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee in un first strike nucleare. A tale scopo la B61-12 «sarà integrata col caccia F-35 Joint Strike Fighter». I piloti italiani – che oggi vengono addestrati all’uso delle B-61 con i caccia Tornado, saranno tra non molto preparati all’attacco nucleare con gli F-35 armati con le B61-12. In tal modo l’Italia continuerà a violare il Trattato di non-proliferazione.

Nel 2008, l’inchiesta della U.S. Air Force Blue Ribbon Review ha appurato che la maggior parte dei siti, in cui sono stoccate le armi nucleari Usa in Europa, non corrisponde ai requisiti di sicurezza statunitensi. In altre parole, sottolinea la Federazione degli scienziati americani, essi «non sono abbastanza sicuri». Per risolvere i problemi di sicurezza, sono stati investiti nel 2011-12 63 milioni di dollari, provenienti dal Fondo infrastrutture della Nato (ossia anche dalle nostre tasche), ai quali vengono aggiunti nel 2014–15 altri 154 milioni. E, con l’arrivo delle B61-12 si prevede un ulteriore forte aumento di tali costi.

Altri problemi di sicurezza derivano dalle portaerei, i sottomarini e altre navi da guerra a propulsione nucleare, soprattutto statunitensi, che approdano in Italia. I «porti nucleari», ufficialmente idonei per l’attracco di tali unità, sono Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellammare di Stabia, Gaeta, La Spezia, Livorno, Napoli, Taranto, Trieste, Venezia. La presenza di reattori nucleari, a bordo delle unità militari, espone a gravi rischi tali zone densamente popolate. I piani di emergenza, che dovrebbero essere attuati in caso di incidente, risultano inadeguati. Essendo tali piani coperti in gran parte da segreto militare, la popolazione è tenuta all’oscuro dei rischi e quindi impreparata ad affrontare una emergenza, tipo una rapida evacuazione in caso di incidente a un reattore nucleare a bordo di una nave da guerra alla fonda nel porto o nei pressi della costa.

Difesa, ecco il libro nero della ministra Pinotti

— Manlio Dinucci, 24.6.2014 IL MANIFESTO


Dopo aver ricevuto l’imprimatur del Consiglio supremo di difesa, convocato dal presidente Napolitano, la ministra Pinotti ha pubblicato le linee guida del futuro «Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa», che traccerà «la strategia evolutiva delle Forze armate sull’orizzonte dei prossimi 15 anni». Strategia che, come indicano le linee guida, continuerà a seguire il solco aperto nel 1991, subito dopo che la Repubblica italiana aveva combattuto nel Golfo, sotto comando Usa, la sua prima guerra. Sulla falsariga del riorientamento strategico del Pentagono, il ministero della difesa del governo Andreotti annunciò un «nuovo modello di difesa». Violando la Costituzione, esso stabiliva che compito delle Forze armate è «la tutela degli interessi nazionali, nell’accezione più vasta di tali termini, ovunque sia necessario» e definiva l’Italia «elemento centrale dell’area che si estende dallo Stretto di Gibilterra al Mar Nero, collegandosi, attraverso Suez, col Mar Rosso, il Corno d’Africa e il Golfo Persico».

Questo «modello di difesa» è passato da un governo all’altro, da una guerra all’altra sempre sotto comando Usa (Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia), senza mai essere discusso in quanto tale in parlamento. Tantomeno lo sarà ora: la ministra della Difesa — ha deciso il Consiglio supremo presieduto da Napolitano — invierà le linee guida ai presidenti delle commissioni Esteri e Difesa dei due rami del parlamento, «affinché ne possano eventualmente venire valutazioni e suggerimenti utili alla definizione del Libro bianco, di cui il governo si è assunto l’iniziativa e la responsabilità».

Resta dunque immutato l’indirizzo di fondo, che non può essere messo in discussione. Compito delle forze armate — si ribadisce nelle linee guida — è non tanto la difesa del territorio nazionale, oggi molto meno soggetto a minacce militari tradizionali, quanto la difesa degli «interessi nazionali», soprattutto gli «interessi vitali», in particolare la «sicurezza economica». Sicurezza che consiste nella «possibilità di usufruire degli spazi e delle risorse comuni globali senza limitazioni», con «particolare riferimento a quelle energetiche». A tal fine l’Italia dovrà operare nel «vicinato orientale e meridionale dell’Unione europea, fino ai paesi del cosiddetto vicinato esteso» (compreso il Golfo Persico). Per la salvaguardia degli «interessi vitali» — si chiarisce — «il Paese è pronto a fare ricorso a tutte le energie disponibili e ad ogni mezzo necessario, compreso l’uso della forza o la minaccia del suo impiego».

Nel prossimo futuro le Forze armate saranno chiamate a operare per il conseguimento di obiettivi sempre più complessi, poiché «rischi e minacce si svilupperanno all’interno di estese e frammentate aree geografiche, sia vicine sia lontane dal territorio nazionale». Riferendosi in particolare a Iraq, Libia e Siria, il Consiglio supremo sottolinea che «ogni Stato fallito diviene inevitabilmente un polo di accumulazione e di diffusione globale dell’estremismo e dell’illegalità». Ignorando che il «fallimento» di questi e altri Stati deriva dal fatto che essi sono stati demoliti con la guerra dalla Nato, con l’attiva partecipazione delle Forze armate italiane. Secondo le linee guida, esse devono essere sempre più trasformate in «uno strumento con ampio spettro di capacità, integrabile in dispositivi multinazionali», da impiegare «in ogni fase di un conflitto e per un protratto periodo di tempo».
Le risorse economiche da destinare a tale scopo, stabilisce il Consiglio supremo di difesa, «non dovranno scendere al di sotto di livelli minimi invalicabili» (che diverranno sempre più alti) poiché — si sottolinea nelle linee guida — «lo strumento militare rappresenta per il paese una assicurazione e una garanzia per il suo stesso futuro». A tal fine si preannuncia una legge di bilancio quinquennale per i maggiori investimenti della Difesa (come l’acquisizione del nuovo caccia F-35), così da fornire «l’indispensabile stabilità di risorse».

Occorre inoltre «spingere l’industria a muoversi secondo traiettorie tecnologiche e industriali che possano rispondere alle esigenze delle Forze armate». In altre parole, si deve dare impulso all’industria bellica, puntando sull’innovazione tecnologica, «resa necessaria dall’esigenza di un continuo adeguamento dei sistemi», ossia dal fatto che i sistemi d’arma devono essere continuamente ammodernati. È necessario allo stesso tempo non solo un migliore addestramento dei militari, ma un generale elevamento dello «status del personale militare», attraverso adeguamenti giuridici e normativi.

Poiché nasce dalla «esigenza di tutelare i legittimi interessi vitali della comunità», si afferma nelle linee guida, «la Difesa non può essere considerata un tema di interesse essenzialmente dei militari, quanto della comunità tutta». La ministra Pinotti invita quindi tutti gli italiani a inviare «eventuali suggerimenti» alla casella di posta elettronica librobianco@​difesa.​it. Speriamo che i lettori del manifesto lo facciano in tanti.

Scorie nucleari, la confusione che emerge dalla legislazione

La scheda. La guida Ispra fissa i criteri per individuare il sito nazionale dei rifiuti radioattivi

Giorgio Ferrari, il manifesto • 23 giugno 14

La guida tecnica n.29 dell’Ispra è un documento che fissa i criteri di selezione per la scelta del sito dove costruire il deposito nazionale dei rifiuti nucleari. I criteri scelti, suddivisi in criteri di esclusione e criteri di approfondimento, rispecchiano –nell’impostazione– le linee guida che l’Aiea ha sviluppato in materia, ma solo limitatamente alla prima e seconda fase di selezione delle aree ritenute idonee dalle quali, con una successiva terza fase, si dovrebbe effettuare la selezione/caratterizzazione del sito finale.
Questa lacuna non è casuale e rispecchia la confusione di ruoli e la non chiarezza della legislazione italiana in materia di sicurezza nucleare. Abrogata l’Agenzia per la sicurezza nucleare a seguito del referendum del 2011, le competenze sono tornate all’Ispra (di qui l’emanazione della guida tecnica n.29) ma con evidenti contraddizioni rispetto al ruolo di Sogin a cui sono rimaste le seguenti competenze: effettuare le indagini tecniche, definire la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee fino alla individuazione del sito finale, svolgere il seminario per il coinvolgimento degli enti locali, definire il progetto del deposito e dell’annesso parco tecnologico , realizzarlo e gestirne il funzionamento.
A complicare ulteriormente le cose il D.lgs 45/2014 istituisce l’Isin (Ispettorato nazionale sicurezza nucleare) che però non è ancora operativo e comunque non intacca lo strapotere di Sogin alla quale dovrebbe almeno essere sottratta tutta la parte riguardante la selezione/caratterizzazione delle aree e del sito. Entrando nel merito della formulazione dei criteri di esclusione c’è da osservare che questi avevano avuto un primo inquadramento nel 1999 con la risoluzione del Gruppo di lavoro costituito presso la protezione civile presieduto da Carlo Bernardini.
Successivamente l’Enea, che già lavorava al progetto deposito nazionale, ne affinava la definizione in un rapporto del 2003 che includeva anche la carta delle aree potenzialmente idonee a cui si era arrivati applicando una procedura analoga a quella descritta nella guida tecnica n.29.
Confrontando i criteri di esclusione di questi due ultimi documenti si scopre che parecchi di quelli elencati nella guida tecnica 29 sono meno stringenti di quelli del rapporto Enea: l’altitudine massima consentita è passata da 600 a 700 m; la pendenza consentita è stata raddoppiata dal 5% al 10%; la distanza minima da autostrade e superstrade è stata dimezzata da 2Km a 1Km; non sono più quantificate le distanze minime da centri abitati rispetto alla numerosità della popolazione (15 Km per popolazione maggiore di 100.000 abitanti e 2 Km per insediamenti di 200 abitanti); le isole con l’eccezione di Stromboli, Ischia, Lipari, Vulcano, Panarea, Isola Ferdinandea e Pantelleria non sono più escluse a priori.
Questo rilassamento nei criteri di esclusione è preoccupante perché allarga significativamente il numero e l’estensione delle aree potenzialmente idonee senza nessuna giustificazione: a differenza del rapporto Enea, dove ogni criterio di esclusione era motivato da ragioni di progetto ispirate alla cautela, la guida tecnica n.29 non fornisce alcuna spiegazione. L’esempio più eclatante riguarda le isole: si escludono quelle elencate perché "presentano apparati vulcanici attivi o quiescenti" (come se in assenza di questi fenomeni sarebbe stato possibile concepire un deposito di scorie nucleari ad Ischia, Lipari etc per non parlare dell’Isola Ferdinandea che praticamente non esiste!) ma si reintroducono Sicilia e Sardegna che erano state escluse per evitare di trasportare via mare i rifiuti. Infine va sottolineato che è scomparsa qualsiasi quantificazione della estensione di terreno necessaria per costruire il deposito e, non va dimenticato, il Parco Tecnologico (delle cui finalità non si sa nulla, ma evidentemente fa gola) che precedentemente era stata valutata tra un minimo di 100 e un massimo di 300 ettari.

L'INCHIESTA
Deposito per le scorie nucleari, guida a un percorso tortuoso
Rifiuti. Una situazione imbarazzante per l’Italia. Il governo metta le carte in tavola. C’è bisogno di informazione e trasparenza

— Giorgio Ferrari, 23.6.2014


Questa volta ci siamo. L’iter per la realizzazione del deposito nazionale per i rifiuti nucleari, si è messo in moto formalmente con la pubblicazione della Guida Tecnica n.29 dell’Ispra che stabilisce i criteri per l’individuazione del sito su cui costruirlo, unitamente all’annesso (e misterioso) Parco Tecnologico.

Questo passaggio decisivo si è imposto, più che per lungimiranza istituzionale, per l’atteggiamento francese che ha rifiutato di accettare altro combustibile nucleare dall’Italia destinato al riprocessamento, fino a quando non si avrà evidenza che il nostro paese intende effettivamente costruire il deposito nazionale.

In parole povere: dato che gli accordi italo-francesi prevedono il rientro in Italia, tra il 2020–2025, dei rifiuti ad alta attività risultanti dal riprocessamento, la Francia non vuole trovarsi nelle condizioni di sentirsi chiedere dall’Italia dilazioni in questi programmi di rientro motivati dalla mancanza di strutture idonee a recepirli.

Una situazione imbarazzante per l’ottava potenza industriale del mondo su cui però, oltre le critiche (doverose) e il sarcasmo (facoltativo), sarebbe opportuno interrogarsi anche come antinucleari. Negli anni trascorsi abbiamo sempre sottolineato la mancanza di soluzioni organiche e strutturali al problema dei rifiuti, con le situazioni intollerabili di Saluggia e Trisaia, ma evitando di prendere di petto il problema del deposito nazionale anche perché rifiutato a furor di popolo lucano nel 2003.
E non poteva essere altrimenti date le modalità di decisione allora adottate e il progetto scelto (geologico). Ma il problema restava e dopo 11 anni è diventato ancora più grande per l’insipienza delle classi dirigenti e degli addetti ai lavori ed oggi non ci sono più margini di tempo a disposizione.

Anche a non voler tener conto dei vincoli che ci vengono dalle direttive europee in materia di sicurezza nucleare, anche a non voler considerare un male che si interrompano i trasporti in Francia per il riprocessamento, resta il fatto che le 30 tonnellate di combustibile che giacciono nelle piscine di Trino e di Avogadro e le 2 tonnellate che si trovano alla Trisaia (per non parlare dei rifiuti Cemex e Itrec),vanno assolutamente rimosse.

Dove metterle? E in quale stato? così come sono (che ne comporta la sistemazione in una cinquantina di contenitori per il combustibile), oppure farle riprocessare? ma allora in qualche modo ci devono arrivare in Francia! (meno quelli della Trisaia che non possono essere riprocessati).
Siamo stretti in una tenaglia costituita, da un lato, da esigenze oggettive di sicurezza e dall’altro dalla inevitabile diffidenza verso tutti coloro che fin’ora hanno detto di operare per garantirla, ma con effetti controproducenti.

Troviamo il modo di uscirne. Innanzitutto con il richiedere al governo di mettere tutte le carte in tavola: la Guida Tecnica 29 fissa dei criteri per la selezione del sito, ma non indica le procedure con cui metterli in pratica, e tutta la materia riguardante l’istruttoria tecnica e socio-ambientale per giungere alla scelta finale del sito è appena abbozzata nei D.Lgs. n. 31/2010 e 45/2014 che per quanto riguarda il coinvolgimento delle popolazioni locali si limitano alla partecipazione di comuni, provincie e regioni ad un seminario tenuto da Sogin.

Al di là dei ruoli specifici dei singoli attori in campo (Sogin, Ispra e Ministeri competenti), qui va posto da subito un problema di effettivo trasferimento di informazioni e di confronto che va sottratto alla logica dei tavoli della trasparenza e delle conferenze stato-regioni perché spostano l’attenzione sugli aspetti negoziali (misure di compensazione economiche, opere accessorie, etc) a scapito di quelli relativi alla sicurezza dell’opera.

Certo non è facile concepire, sviluppare e ancor più far accettare alle istituzioni un modus operandi che consenta alle popolazioni interessate di esprimere un giudizio paritario sugli aspetti dirimenti della questione, dalla scelta del sito alla realizzazione del deposito, e l’unico esempio che mi viene in mente –quello del Third Party Engineer– è del tutto sconosciuto in Italia, ma se si vuole uscire dalla tenaglia di cui sopra non basterà limitarsi ad assecondare il più che probabile rifiuto delle popolazioni locali.