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Re: [Disarmo] Moni Ovadia oggi sul Fatto Quotidiano



Ultimamente si esprime bene sulla recente politica coloniale sionista. Ma cade spesso in errori forse non voluti, con il rischio di far passare l'idea dell''Ebreo buono', se non del 'Sionista moderato'. Su questo, commento nel testo proposto da Davide, qui sotto. Inoltre su Ovadia permane la 'macchiolina' dell'implicita adesione all'intervento in Libia, nella sottoscrizione all'appellp 'umanitario' proposto nel 2011 da Tavola della pace e altri pacifinti, adesione mai più commentata e/o ritrattata.

Jure

Il 29/08/2014 23:28, Davide Bertok ha scritto:
Grande Moni in questo articolo!
Davide

Io, ebreo e i diritti dei palestinesi

di Moni Ovadia

in “il Fatto Quotidiano” del 29 agosto 2014

Il conflitto israelo-palestinese è uno dei problemi centrali del nostro
tempo sul piano reale ma ancor
di più sul piano della percezione simbolica, anche se tutto sommato
riguarda un numero limitato di
persone rispetto alle moltitudini dei grandi scacchieri incandescenti.
Perché è tanto importante? A
mio parere perché, oltre alle ragioni fattuali che lo definiscono, evoca
ripetutamente nella
dimensione fantasmatica, lo spettro dell’antisemitismo, quello del suo
esito catastrofico, la Shoah,
ma anche quello del suo doppio negativo, la vittima che diventa
carnefice. La Shoah non solo ha
espresso in sé il male assoluto, ma ha cambiato definitivamente la
nostra visione antropologica del
mondo e ha sconvolto le categorie del pensiero e del linguaggio. Oggi,
la memoria della Shoah
entra nel conflitto sul piano dell’immaginario producendo rebound
psicopatologici che mettono in
scacco non solo il dialogo fra posizioni diverse, ma la possibilità
stessa di elaborare un approccio
critico senza provocare reazioni isteriche o furiose.

Molti ebrei in Israele e nella diaspora, reagiscono psicologicamente a
ogni riflessione severa come
se, invece di vivere a Tel Aviv o a Parigi nel 2014, vivessero a Berlino
nel 1935. Ora, essendo ebreo
anch’io, per dovere di onestà intellettuale è giusto che dichiari la mia
posizione perché essa è
tutt’altro che neutrale. Sostengo con piena adesione i diritti del
popolo Palestinese, non contro
Israele, ma perché il loro riconoscimento è, a mio parere, precondizione
per ogni trattativa che porti
alla pace. Ritengo che la responsabilità principale (non unica)
dell’attuale disastro, abbia origine
nella cinquantennale occupazione da parte dell’esercito e dell’Autorità
israeliana e la relativa
illegittima colonizzazione delle terre che appartengono ai palestinesi
secondo i decreti della legalità
internazionale.

Cinquantennale? La Nakba (non so se scrivo bene, in ogni caso sta per 'il disastro', in arabo) per il popolo palestinese risale al 1948, e fanno 70 annii e non 50, data della nascita per autoproclamazione dello Stato ebraico e la cacciata manu militare di oltre 1.000.000 di palestinesi dalla loro terra, contemporaneamente al disimpegno dell'esercito inglese occupante, e garante fino allora, assieme a tutte le potenze coloniali mondiali pre-II guerra mondiale, del Sionismo in Palestina. Ma l'invasione era iniziata ben prima, prima del '39, anche con la collaborazione e il finanziamento nazista. Ovadia pospone tutto, come se tutto fosse iniziato nel dopoguerra, tirando in ballo i sensi di colpa 'occidentali' ciechi o co-promotori della Shoa. Supportando così, forse involontariamente, la comoda e legittimante tesi corrente che Israele sia nata come risposta allo sterminio nazista (fascista no?) e sostenuta dai sensi di colpa suddetti. Ma le cose non stanno così. Parlare poi in questo contesto di 'decreti della legalità internazionale' è del tutto fuori luogo, visto il ruolo giocato in M.O. all'epoca dalla Società delle Nazioni e dalle potenze coloniali che la esprimevano, a partire dal primo dopoguerra - pur se il sionismo nasce ancor prima dell''inutile strage'. Poi nel II dopoguerra, riformata come ONU secondo le regole imposte dai vincitori, la SdN si è comportata come le tre scimmiette: lo Stato palestinese pur da essa concesso formalmente non è mai potuto nascere, lasciando trascinare la questione fino al disastro attuale, con Israele sempre pronta e libera di porre l'Onu man mano davanti all'ennesimo 'fatto computo' (cui fa cenno qui sotto pure M. Ovadia). Avete mai visto l'Onu intervenire direttamente, dal '48 ad oggi, in difesa dei diritti dei popoli palestinesi? Di quale 'legalità internazionale' andiamo cianciando?

Su Gaza, l’“occupazione” è esercitata sempre da parte
dell’autorità civile e militare
di Israele con un ininterrotto assedio e comporta il totale controllo
dell’entrata e uscita delle merci e
delle persone, dello spazio aereo, marittimo, delle risorse idriche,
energetiche e persino
dell'anagrafe. I tunnel, in qualche misura, sono una risposta a questo
stato di cose. I missili lanciati
contro la popolazione civile di Israele sono atto di guerra illegale
secondo le convenzioni
internazionali, ma non si può far finta di dimenticare che un assedio è
esso stesso atto di guerra.

È stata pratica sistematica degli ultimi governi israeliani il
mantenimento dello status quo attraverso
la politica dei fatti compiuti e il mantenimento dello status quo
impedisce, de facto, ogni altro
sbocco come quello della trattativa. Lo dimostra il reiterato nulla di
fatto con Abu Mazen che, in
cambio della sua superdisponibilità a trattare, ha ricevuto solo
umiliazioni anche dal finto mediatore
statunitense. Ora, la politica dello status quo significa
contestualmente il suo peggioramento e
l’ineludibile scoppio dei ciclici conflitti con Hamas che terminano con
la devastazione di Gaza, una
micidiale conta di vittime civili palestinesi e, fortunatamente sul
piano umanitario, un esiguo
numero di vittime israeliane, soprattutto militari. Ciò non significa
che non siano vittime e che la
loro morte non sia un lutto.

GLI ZELOTI pro israeliani quando ascoltano o leggono queste mie opinioni
critiche, reagiscono
immancabilmente con insulti, maledizioni e invettive. Il genere è: “Sei
un rinnegato, nemico del
popolo ebraico, ebreo antisemita o ebreo che odia se stesso”. La critica
da parte di un ebreo della
diaspora alla politica di governi israeliani può essere considerata
tradimento, antisemitismo od odio
verso se stessi solo se collocata nel quadro di un’identificazione
nazionalista di ebreo, israeliano,
popolo ebraico, popolo d’Israele, Stato d'Israele, suo governo e “terra
promessa”. Ma se qualcuno
osa fare notare, da posizioni critiche, tale pericolosa identificazione,
ecco arrivare addosso
all’incauto le accuse infamanti di antisemita o antisionista, che, per
molti “amici di Israele” – anche
persone di indiscutibile livello culturale –, sono la stessa cosa. Il
carattere fantasmatico della
percezione della critica come minaccia innesca irrazionali reazioni
furiose che producono alluvioni
di tweet, di email rivolte agli organi di stampa e di esternazioni su
Facebook dove il diritto
all’incontinenza mentale è garantita dell’indipendenza della Rete.

L’ossessione della nuova Shoah dietro la porta scatena processi di
permanente vittimizzazione che
si sinergizzano con i complessi di colpa occidentali, legittimando
un’“industria dell’Olocausto” che
fa un uso strumentale e ricattatorio della memoria dell’immane
catastrofe per fini di propaganda,
come bene spiega un saggio fondamentale di Norman Finkielstein, uno
scrittore ebreo statunitense.

Questa, a mio parere, è una delle derive più allarmanti e ciniche della
memoria stessa a cui si
prestano non pochi politici europei reazionari o ex-post fascisti,
magari facendosi intervistare
all’uscita da una visita al memoriale di un lager nazista per
dichiarare: “Mi sento israeliano!”.
Questo è un modo per trarre “profitto” dall’orrore a vantaggio degli
eredi delle classi politiche
europee che non si opposero allora al nazismo e all’antisemitismo e oggi
lasciano sguazzare
indisturbati, nell’Europa comunitaria, neonazisti di ogni risma.
L’infame Europa del mainstream
delle sue classi dirigenti conservatrici allora stette a guardare lo
sporco lavoro dei nazisti
collaborando o, nel migliore dei casi, rimanendo indifferenti. Dopo la
guerra questi signori hanno
progressivamente trattato “il problema ebraico” “esportandolo” con
piglio colonialista in
medioriente. Oggi cercano credibilità e verginità israelianizzando tout
court l’ebreo con una
mortificante omologazione.

A questa operazione si prestano purtroppo le dirigenze della gran parte
delle istituzioni ebraiche,
come ha dimostrato il caso della cantante Noa. L’artista israeliana
doveva tenere un concerto a
Milano organizzato dall’Adei Wizo, un’organizzazione femminile ebraica.
Ma Noa, per il solo fatto
di avere espresso l’opinione che la colpa dell’ultimo conflitto di Gaza
era degli estremisti delle due parti,

Qua Ovadia raggiunge il climax dell'ebreo buono: la colpa della guerra (??? Quale guerra? Mortaretti contro Mekava ed F18???) non è dell'occupazione e della politica coloniale israeliana sostenuta, nei fatti, da tutto l'Occidente, bensì 'degli estremisti delle due parti!!! Alla faccia della 'dichiarazione equilibrata'! Complimenti, Ovadia!

si è vista cancellare il concerto. Questo episodio dimostra che
neppure una dichiarazione
equilibrata, neanche se fatta da una cittadina israeliana, sia
accettabile per chi vuole omologare
l’ebreo all’israeliano, salvo poi infuriarsi indignato con chi smaschera
l’intento. Dall’altra parte,
> ultras “filopalestinesi” si esercitano nella gratificante impresa di
fare di Auschwitz, del nazismo e
della svastica, oggetti contundenti da scagliare contro l’ebreo in
Israele e spesso contro l’ebreo tout
court, ma soprattutto contro il vagheggiato ebreo onnipotente della
mitica lobby ebraica. L’intento è
quello di dimostrare che Israele è come la Germania di Hitler e che
ebrei si comportano come SS.

Sotto sotto c’è la vocazione impossibile e sconcia di pareggiare i conti
per neutralizzare il deterrente
della Memoria. Ma questa sottocultura pseudopolitica, prima di
scandalizzare, colpisce per la sua
deprimente rozzezza. Sarebbe facile dimostrare l’assurdità di simili
farneticazioni, inoltre finisce
sempre per rivelarsi una sorta di boomerang che danneggia la causa
palestinese. Tutto ciò poco
interessa a chi deve placare il proprio narcisismo militante, inoltre,
questo tipo di militanza che si
esprime con slogan di “estrema sinistra” e di roghi di bandiere ha
inquietanti punti di contatto con
quella dei neonazisti che, pur di soddisfare la loro inestinguibile sete
di antisemitismo, si iscrivono
fra gli ultras filopalestinesi.

Qui se non altro Ovadia spiega bene a cosa serve l'infiltrazione 'rossobruna' o decisamente nazifascista nel movimento di sostegno alla causa palestinese, e per estensione ad iniziative su altri scenari, ad esempio il Donbass.

Per denunciare l’oppressione del popolo
palestinese ci sono un
linguaggio puntuale e concetti giuridici elaborati dal diritto
internazionale. È dissennato proiettare
l’immaginario della memoria della Shoah in paragoni inaccettabili. Anche
i proclami di
antisionismo sono poco sensati, poco centrati e non tengono conto delle
articolazioni del fenomeno.
A mio parere, il sionismo in quanto tale si è estinto da un pezzo. Anche
di esso sono rimaste
proiezioni fantasmatiche mentre nella realtà l’ideologia della destra
reazionaria dominante in Israele
è un ultranazionalismo del “grande Israele” compromesso con il fanatismo
religioso. Del sionismo è
rimasto lo spirito dell’equivoco slogan delle origini: “Un popolo senza
terra per una terra senza
popolo”.

Qui si ha l'impressione, ma andrebbe chiesto direttamente a Ovadia perchè è poco chiaro, di una accettazione del, se non adesione al, principio sionista, poi divenuto progetto portato a termine, del ritorno degli Ebrei nella Terra promessa, esposto come dato 'lecito', comprensibile, praticabile, e forse perfino condivisibile e 'giusto'. Mentre il disastro conseguente, Nakba compresa, guerre passate e attuali (notare: guerra tra Hamas e Israele, non tra Israele e Palestinesi, scrive Ovadia) andrebbe imputato non al sionismo in sé, ma all''ultranazionalismo della destra dominante', come se esso non fosse la conseguenza pratica del protervo e criminale disegno originale di Herzl. A parte il rimasuglio, oggi mal praticato dall'ultradestra, del 'popolo senza terra', sembra dire Ovadia, il resto del progetto sionista delle origini non era malaccio... Mi par di sentire i neofascisti che se ne escono col 'in fondo, all'inizio, il fascismo delle origini aveva delle buone idee e delle buone intenzioni, poi purtroppo sono arrivati i gerarchi, e gli estremisti... Come, di nuovo, le condizioni iniziali non potessero far capire dove poi si sarebbe andati a parare, così come è avvenuto con il sionismo.

La finisco qui e vi saluto


Jure

Ancora oggi, a distanza di più di un secolo, la destra
reazionaria di Netanyahu ha re-
imbracciato quella miopia militante che vorrebbe cancellare nei
palestinesi lo status di nazione e di
popolo. Ma in questi ultimi giorni perfino il falco Bibi, mettendo la
mordacchia ai più falchi di lui
nel suo governo, ha intuito che nella sanguinosa polveriera
mediorientale una tregua “duratura e
permanente” con Hamas è più auspicabile che far scempio di civili
innocenti. Secondo me, ciò di
cui c’è vitale bisogno in Israele è che la sua classe dirigente si armi
di coscienza critica e di
lungimirante pragmatismo per dismettere vittimizzazione e propaganda e
ascoltare anche le critiche
più dure come un contributo e non come un pericolo. Certo, una tregua
non fa primavera né la fa
una manifestazione della fragile opposizione che in giorni recenti è
coraggiosamente tornata a
mostrarsi in piazza Rabin per fare ascoltare una lingua diversa da
quella dello sciovinismo militare.
Ma sono barlumi di una possibile alternativa all’asfissia della guerra.





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