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[Disarmo] Gli Usa, i radar di Niscemi e il passaggio a Tunisi



NEW YORK «Finalmente lo hanno capito anche loro». Negli ambienti diplomatici raccontano che gli americani abbiano letto con un soprassalto di interesse il documento conclusivo sulla Tunisia approvato dal Consiglio dei ministri degli esteri della Ue, lunedì 20 luglio. Ormai non ci speravano più. Gli europei si impegnano a «mobilitare l’insieme degli strumenti a loro disposizione nella lotta contro il terrorismo». I ministri danno mandato a Federica Mogherini, Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza comune, «di esplorare tutte le opzioni possibili e di portarle all’esame del Consiglio il più presto possibile». L’Ue conta di essere pronta con un pacchetto di misure concrete per settembre, mentre gli Stati Uniti hanno già offerto a Tunisi quei droni armati che nell’aprile scorso il presidente Barack Obama aveva rifiutato al premier Matteo Renzi.
Il punto è che l’amministrazione Usa sente di essere già in ritardo. Gli specialisti del Pentagono e dell’intelligence considerano la Tunisia un Paese prossimo al collasso e quindi facile preda dei terroristi: dopo la fase dei «lupi solitari» potrebbero arrivare presto le bandiere nere dell’Isis. Il governo americano lo ripete agli europei da settimane: dobbiamo precipitarci ad aiutare Tunisi. Occorrono armi, mezzi militari, intelligence. Prima stronchiamo le cellule terroristiche, poi parleremo di affari, di gas, di passaporti, di olio d’oliva. Quanto sia acuto il senso di urgenza è apparso chiaro nei giorni scorsi, quando si è diffusa la voce che il Pentagono potrebbe trasferire altrove la base Muos (Mobile User Objective System) della Marina militare in costruzione a Niscemi, nel centro della Sicilia: una struttura di vitale importanza per gli Usa e i Paesi occidentali. L’installazione di una nuova piattaforma radar nel pieno del Mediterraneo completerebbe la rete globale di protezione satellitare che fa perno sugli insediamenti in Virginia, nelle Hawaii e in Australia.
Niscemi è stata prescelta nel 2011, ma i lavori, quasi finiti, sono stati bloccati diverse volte per una serie di contenziosi collegati all’impatto sulla salute e sulla riserva naturale orientata Sughereta. L’ultimo stop è stato imposto dal Tar che il 13 febbraio 2015 ha accolto il ricorso degli ambientalisti. Ora il Consiglio di Giustizia amministrativa per la Regione siciliana (equivalente del Consiglio di Stato) ha appena cominciato l’esame dell’appello presentato dal ministero della Difesa che dovrebbe concludersi a settembre.
In caso di un «no» definitivo, Washington punterà su tre opzioni: Tunisia innanzitutto, poi Grecia o Spagna.
Ma per gli Usa neanche con Tunisi è semplice collaborare. L’analisi sul terrorismo elaborata dal premier secolarista Hadib Essid non convince fino in fondo il Pentagono. Il governo tunisino sostiene di trovarsi di fronte a una minaccia alimentata soprattutto dalla Libia: da lì provengono i jihadisti, lì si addestrano, qualunque sia la loro nazionalità. La soluzione, quindi, è costruire un muro lungo i 160 chilometri di frontiera che attraversano il deserto da Ras Jedir fino a Dehiba. L’intelligence americana, invece, segue anche un’altra traccia. D’accordo: la Libia è fonte di pericoli, ma il terrorismo islamista tunisino è in larga parte un fenomeno endogeno: nel Paese sono ormai migliaia i giovani estremisti pronti a colpire. L’insidia, mortale, è già in casa.
Tutti questi temi sono stati discussi in un incontro tecnico-operativo il 14 luglio a Tunisi con i rappresentanti del G7 che comprende, oltre agli Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada. Gli americani hanno offerto droni armati per colpire i rifugi e le centrali di addestramento dei terroristi, fuori o dentro i confini. Hanno assicurato aiuto per dotare il famoso muro con la Libia di un sistema di sorveglianza, ma hanno anche insistito sull’efficienza della polizia e sui controlli interni. Inoltre sempre gli Stati Uniti hanno consigliato di scartare la proposta avanzata da Francia, Italia e Germania di installare un centro per l’accoglienza dei profughi: la Tunisia è troppo fragile, va preservata da altri sforzi. Mercoledì 15 luglio, il giorno dopo la riunione, il presidente tunisino, l’ottuagenario Beji Caid Essebsi, commentava in un’intervista televisiva: «Solo gli Usa ci stanno veramente aiutando nella lotta contro il terrorismo».
Il Maghreb, però, è un’area complessa. Nella logica di Washington l’eventuale spostamento dei radar da Niscemi alla spiaggia tunisina di El Haoaria metterebbe insieme l’esigenza di sostituire Niscemi e nello stesso tempo rafforzare la tutela del Paese, dislocando una guarnigione di marines. Ma il 21 luglio il portavoce dello stesso presidente Essebsi affermava: «Rimaniamo fedeli alla dottrina che risale alla nostra Indipendenza (1956 ndr): rifiuto di ogni insediamento militare straniero». Ma hanno avuto un peso anche le parole del ministro degli Esteri algerino Ramtane Lamamra: «La presenza degli Stati Uniti nel Nord Africa è una provocazione e una minaccia per la nostra sovranità. La Tunisia scelga tra la base Usa e le relazioni con l’Algeria». E la Tunisia è già abbastanza impaurita dal caos libico per aprire un fronte di instabilità anche a ovest, con l’altro vicino.
Giuseppe Sarcina
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