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[Disarmo] R: Sono o non sono Charlie? Di Michel Collon



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sebastiano

       dott. Sebastiano Cosenza
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                20124  -  Milano     
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-----Messaggio originale-----
Da: disarmo-request at peacelink.it [mailto:disarmo-request at peacelink.it] Per conto di 
Jure Ellero LT
Inviato: lunedì 13 aprile 2015 21:40
A: disarmo at peacelink.it
Oggetto: [Disarmo] Sono o non sono Charlie? Di Michel Collon


http://www.lacittafutura.it/culture/libri/sono-o-non-sono-charlie.html


   SONO O NON SONO CHARLIE?



     Essere o non essere? “Je suis Charlie”, proclama una folla immensa a
     Parigi. “Je ne suis pas Charlie”, rispondono numerose voci arabe,
     africane o latinoamericane. Alcuni sono arrabbiati contro Charlie;
     altri sono solidali ma chiedono perché si nega lo stesso slogan ad
     altre sofferenze come: “Je suis Gaza”. La prefazione del nuovo libro
     di Michel Collon.


/di Michel Collon/*, 26 marzo 2015


Esiste il diritto di farsi questo genere di domande? Il fossato scavato sembra profondo e 
drammatico. Tra Nord e Sud, ma anche tra due France.
In questi luoghi che vengono chiamati sottovoce banlieues, dove non si avventurano mai le 
nostre élite politiche e mediatiche, molti rifiutano un unanimismo giudicato falso ed 
anche ipocrita. Saremo capaci di trattare questo “shock tra le culture” non smettendo di 
pensare, ma provando a pensare il doppio?

Non è questa l’impressione che dava il responsabile dei servizi politici su France 2 
lanciando l’anatema davanti a milioni di francesi: “Quelli che non sono Charlie, bisogna 
segnalarli e rinchiuderli”. Ahi, la televisione si sostituisce alla polizia! Se tu non 
sei Charlie, vuol dire che sostieni gli attentati?

Questo atteggiamento ci ricorda lo spirito di George Bush dopo gli attentati delll’11 
settembre: “O siete con noi o contro noi”. Si spera che questa signora della TV non mandi 
una convocazione al Vaticano dove un certo Francesco ha dichiarato: “Non si può 
provocare, insultare la fede altrui o deriderla. Se un grande amico parla male di mia 
madre, può aspettarsi un pugno, è normale”. Neanche il Papa è Charlie.

Anche la scuola rischia molto di diventare un posto di polizia, infatti la sua ministra 
Najat Vallaud Belkacem dice: “Ci sono state tantissime obiezioni da parte degli alunni. E 
noi abbiamo ascoltato tutti i ‘Sì sostengo Charlie ma...’, i ‘due pesi, due misure’, i 
‘perché difendere la libertà di espressione qui e non in quell’altro posto?’. Queste 
domande sono insopportabili, soprattutto quando le si sentono a Scuola che è incaricata 
di trasmettere dei valori”. (1)

“Troppe domande”? È questa la scuola? Una testa non deve ragionare, nessun giovane può 
interrogarsi, nessun professore può imparare a riflettere e dibattere?

Invece di escludere e demonizzare, non bisognerebbe chiedersi piuttosto se i media non 
hanno contribuito anche loro a scavare questo fossato e questa frustrazione di una gran 
parte della nostra gioventù? Perché due parti della popolazione francese si informano in 
modo completamente differente, non credono più alla stessa versione degli avvenimenti e 
non si parlano più?

Riflettere? Per alcuni, è tutto già stato pensato. I fratelli Kouachi e Coulibaly sono 
semplicemente dei mostri, non sono umani, costituiscono una sorta di corpo estraneo che 
non ha nulla a che vedere con la società francese. E la soluzione sarebbe anche semplice: 
più soldati nelle strade, più spionaggio dei cittadini ed il famoso “Siamo in guerra” del 
primo ministro Valls. La Francia in guerra? Questo serve a ignorare il problema. Se si 
facesse piuttosto un esame di coscienza? I tre assassini erano francesi, sono cresciuti 
in Francia, hanno frequentato dei francesi e hanno seguito i corsi dell’educazione 
nazionale francese (2).
Allora come si fa visto che tanti nostri giovani si identificano nell’ISIS piuttosto che 
nella Francia?

Se si vuole mettere fine a questo terrorismo detestabile, si devono ricercare le sue 
cause. Le inchieste sui percorsi di questi “eurojihadisti” convergono: la causa comune è 
la disperazione. Molto sul piano sociale: nessun lavoro, nessun avvenire, dunque la 
droga, poi la prigione ed infine il reclutamento da parte di gruppi molto organizzati che 
approfittano metodicamente delle debolezze dei loro “obiettivi” per reclutarli, 
inquadrarli e drogarli di nuovo ma stavolta spiritualmente.
La delinquenza non la si scusa, ma ha delle cause.

Anche sul piano dell’informazione, la disperazione: così come uno dei fratelli Kouachi e 
come Amedy Coulibaly, nelle loro interviste telefoniche a BFMTV alcune ore prima di 
essere uccisi, tutti i giovani jihadisti interrogati dicono che la loro rivolta è 
scaturita dalle immagini di Guantanamo, dalle torture di Abou Ghraib, dalle armi chimiche 
degli USA scaricate sulla popolazione di Fallujah in Iraq o dalle immagini dei piccoli 
bambini di Gaza massacrati da Israele col sostegno vergognoso della “Francia ufficiale”.

Questa via terroristica, l’hanno scelta in piena libertà o vi sono stati spinti? Da chi e 
come? La Francia inonda di armi migliaia di islamisti in Siria e si stupisce di 
ritrovarne alcune sul proprio territorio?
Israele riceve cinque miliardi di dollari all’anno per costruire un Muro e massacrare a 
Gaza e ci si stupisce che i giovani covino la rabbia?

È su questo che è importante riflettere e discutere. Sulle cause. Dopo questo crimine 
barbaro ed il contesto psicologico che lo ha seguito, un’analisi serena delle cause non è 
facile. Ma è urgente. Non credo che Charb <http://it.wikipedia.org/wiki/Charb>, che 
disegnava per i palestinesi, avrebbe apprezzato nel vedere Netanyahau venire a 
manifestare al fianco di François Hollande per la “libertà di espressione”. Non credo che 
Wolinski <http://it.wikipedia.org/wiki/Georges_Wolinski>  che difendeva Cuba contro gli 
Stati Uniti avrebbe apprezzato di vedersi “arruolato” dalla Nato e dall’estrema destra.

Questi avvenimenti non erano completamente prevedibili, e quindi annunciati? Nel giugno 
2013, ho organizzato a Bruxelles un grande
dibattito: “Giovani che partono in Siria, che cosa possiamo fare?”.
Avevo da subito invitato i quattro grandi partiti politici belgi. Per settimane ho 
insistito: “L’eurojihadismo avrà delle ripercussioni qui in Europa, bisogna fare qualcosa 
e proporre ai giovani un vero dibattito democratico sul Medio Oriente e l’informazione”. 
Solo Philippe Moureaux (Partito Socialista) aveva accettato. Tutti gli altri (CDH, MR, 
Ecolo) erano assenti. Perché?

Il numero di eurojihadisti è raddoppiato tra il gennaio 2014 ed il gennaio 2015! La 
Francia contava già 1.200 jihadisti partiti dal suo suolo nel 2014 contro i 412 partiti 
nel 2013. In Belgio: + il 64%. La Svizzera ne conterebbe ancora di più. Si è contenti del 
bilancio delle politiche fin qui seguite? Continueremo a fare le stesse cose o è tempo di 
fare diversamente?

Se vogliamo comprendere e prevenire, bisogna dibattere. Senza esclusioni. E innanzitutto 
sul modo in cui siamo informati. O disinformati? Se vogliamo impedire che ci si trascini 
verso nuove guerre che porterebbero necessariamente nuovi attentati, non serve meno, ma 
maggiore democrazia. Bisogna chiedersi quante volte ci hanno tirato il bidone dello scoop 
delle “armi di distruzione di massa” senza che noi l’abbiamo notato. Una democrazia che 
non pensa e che non si interroga sulla propria informazione non è più una democrazia. E 
sarà sempre preda del primo populista che farà surf sull’onda delle paure. Per la 
disgrazia nostra e di tutti.

Questo piccolo libro, redatto velocemente e necessariamente incompleto, vuole aprire il 
dibattito. Portando informazioni e punti di vista che sono stati messi da parte. Per 
comprendere il mondo, talvolta è necessario cambiare gli occhiali. L’intellettuale 
parigino ha ragione a rivoltarsi contro la carneficina alla redazione di Charlie, ma 
dovrà avere lo stesso interesse a mettersi al posto del torturato di Abou Ghraib o di 
Guantanamo, del bombardato di Gaza, dell’affamato del Mali.
Solo così possiamo rispondere tutti insieme a questa domanda: “Sono o non sono Charlie?”. 
(3)


* Fonte: Investig’Action
<http://michelcollon.info/harlie-ou-pas-Charlie-La-preface.html?lang=fr%20>

Il libro è acquistabile alla pagina:
http://www.michelcollon.info/boutique/fr

Note:

(1) Najat Vallaud Belkacem, 14 gennaio 2015, citato in Médiapart del 20 gennaio.

(2)
isegorie.wordpress.com/2015/01/12/charlie-hebdo-lettre-ouverte-a-un-ami-francais/ 

<http://isegorie.wordpress.com/2015/01/12/charlie-hebdo-lettre-ouverte-a-un-ami-francais/>
 



(3) Il dibattito è aperto sulla pagina facebook di Investig’Action – Michel Collon
https://www.facebook.com/pages/Michel-Collon-InvestigAction/39804752934


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