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[Disarmo] Il Giappone non è più in pace



Fine di un'era. A 70 anni dalla fine della II Guerra mondiale, approvate nella notte le nuove «leggi di guerra». Pacifisti in piazza. Washington esulta. Ok alle missioni militari all’estero. Bagarre in aula contro la "forzatura" del premier Abe

di Marco Zappa

La camera alta del par­la­mento giap­po­nese ha appro­vato nella prima mat­tina di sabato una serie di prov­ve­di­menti che modi­fi­cano radi­cal­mente l’assetto mili­tare del paese-arcipelago dopo due giorni di dibat­titi e pro­te­ste den­tro e fuori dal par­la­mento.
I prov­ve­di­menti sono stati appro­vati sabato intorno alle 2:30 del mat­tino, dopo due giorni di dibat­titi nei due rami del par­la­mento, dove le oppo­si­zioni — gui­date dal par­tito demo­cra­tico — hanno pro­vato ad osta­co­lare l’iter legi­sla­tivo con mozioni di sfi­du­cia nei con­fronti del pre­si­dente della Camera alta, poi con­tro il mini­stro della Difesa Gen Naka­tani, del primo mini­stro Abe, del governo. Uno sforzo che ha solo allun­gato i tempi della tra­sfor­ma­zione delle bozze in legge, dato che il par­tito libe­ral­de­mo­cra­tico gui­dato da Abe può godere di una mag­gio­ranza ampia in entrambe le camere.

Nello spe­ci­fico, sono due i prov­ve­di­menti tra­sfor­mati in legge. Il primo è un pac­chetto di dieci emen­da­menti che age­vola, tra l’altro, l’invio di mili­tari giap­po­nesi all’estero in soc­corso a cit­ta­dini giap­po­nesi in situa­zioni di peri­colo, a pro­te­zione e soste­gno logi­stico (ad esem­pio tra­sporto di muni­zioni, rac­colta di infor­ma­zioni) di forze mili­tari alleate sotto attacco. Il secondo è una nuova legge che svel­ti­sce l’invio dei mili­tari giap­po­nesi in mis­sioni mul­ti­na­zio­nali sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Le oppo­si­zioni hanno accu­sato più volte la mag­gio­ranza e il governo di aver for­zato le pro­ce­dure di voto e l’approvazione finale. Nella gior­nata di gio­vedì, i prov­ve­di­menti — già appro­vati a metà luglio in Camera bassa — erano stati appro­vati in una com­mis­sione par­la­men­tare ristretta, ma non erano stati inse­riti nella tra­scri­zione uffi­ciale del dibat­ti­mento, data la bagarre scop­piata intorno al banco del pre­si­dente della com­mis­sione Yoshi­tada Konoike poi scor­tato dagli agenti di sicu­rezza fuori dall’aula del dibat­tito. Uscito dall’aula, Konoike aveva dichia­rato l’approvazione delle misure e con­fer­mato l’ok per la pre­sen­ta­zione d’urgenza in camera alta.

Con il voto di sabato, si con­clude quel per­corso di “nor­ma­liz­za­zione” del com­parto difesa avviata dall’amministrazione con­ser­va­trice a par­tire dalla fine del 2013 con una serie di prov­ve­di­menti: prima la crea­zione di un Con­si­glio di sicu­rezza nazio­nale e la pro­mul­ga­zione di una legge sui segreti di stato, riguar­dante in par­ti­co­lare difesa e diplo­ma­zia; poi a ini­zio 2014 la fine del divieto di espor­ta­zioni di armi e tec­no­lo­gia mili­tare; infine a metà 2014, una «deci­sione di gabi­netto» che for­ni­sce una nuova inter­pre­ta­zione dell’articolo 9 della costi­tu­zione - che san­ci­sce la rinun­cia eterna di Tokyo alla guerra e al man­te­ni­mento di un eser­cito «di attacco» — per per­met­tere l’autodifesa col­let­tiva. Shinzo Abe è riu­scito a strap­pare un suc­cesso poli­tico che raf­forza l’asse Tokyo-Washington in Asia Paci­fico e nel mondo. Per l’approvazione delle leggi entro l’estate — il ter­mine ultimo pro­messo da Abe al Con­gresso Usa, durante la sua visita uffi­ciale ad aprile di quest’anno — la ses­sione par­la­men­tare è stata estesa di tre mesi da fine giu­gno a fine set­tem­bre. Secondo Stars and Stri­pes, gior­nale delle forze mili­tari ame­ri­cane, il bud­get della difesa Usa per il 2016 con­te­rebbe già sui «cam­bia­menti nella poli­tica difen­siva giapponese».

Ora Abe è atteso dal rilan­cio del pro­gramma di riforme eco­no­mi­che su cui aveva fon­dato la pro­pria cam­pa­gna elet­to­rale nel 2012, ma l’opinione pub­blica è sem­pre più delusa dal per­corso intra­preso dal governo. Secondo un son­dag­gio del quo­ti­diano Asahi Shim­bun, con­dotto prima del voto sui prov­ve­di­menti, oltre il 65% del cam­pione repu­tava il pas­sag­gio par­la­men­tare delle leggi di sicu­rezza nazio­nale nell’attuale ses­sione par­la­men­tare «non necessario».

La riforma della sicu­rezza nazio­nale ha inol­tre richia­mato decine di migliaia di per­sone in molte piazze giap­po­nesi per dire no alle «leggi di guerra». A Tokyo, in par­ti­co­lare, le pro­te­ste sono con­ti­nuate inin­ter­rot­ta­mente da mer­co­ledì, giorno in cui almeno 12mila per­sone — gruppi stu­den­te­schi, comi­tati paci­fi­sti, asso­cia­zioni di madri, pro­fes­sori uni­ver­si­tari e asso­cia­zioni di avvo­cati — sono scese in piazza per chie­dere le dimis­sioni del governo Abe. «Anche se la nuova legge dovesse pas­sare — hanno detto nei giorni scorsi alcuni espo­nenti del movi­mento stu­den­te­sco di Azione per una demo­cra­zia libe­rale (Sealds) — noi con­ti­nue­remo a far sen­tire la nostra voce». Voce che è arri­vata — forse un po’ in ritardo — anche in par­la­mento. Poco prima di con­se­gnare il pro­prio voto agli addetti della Camera alta, il par­la­men­tare d’opposizione Taro Yama­moto ha gri­dato, rivolto ai par­la­men­tari della mag­gio­ranza: «Riu­scite a sen­tire le voci che arri­vano da fuori? Se no, fare­ste bene a cam­biare mestiere».