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[Disarmo] Armi alla Libia



I rappresentanti di 21 paesi e quattro organizzazioni internazionali di massimo rilievo, incluse le Nazioni Unite, si sono impegnati lunedì a fornire armi al nuovo governo di unità nazionale libico per far fronte alla minaccia dello Stato islamico e degli altri gruppi terroristici che operano nel paese. Un'analisi di "Bloomberg" a firma di Gregory Viscusi prova a ipotizzare a quali soggetti finirebbero concretamente le armi, e quale sia in generale lo stato del paese nordafricano. La Libia è ancora priva di un potere politico ben definito ed esteso all'intero territorio nazionale. Le elezioni del 2014 hanno portato alla nascita di due governi contrapposti, e il parlamento di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, sinora ha rifiutato di sostenere formalmente il nuovo governo di unità nazionale mediato dalle Nazioni Unite, e guidato da Fayez al Sarraj. A complicare ulteriormente una situazione già inestricabile, lo Stato islamico ha istituito una presenza permanente nel paese e ora controlla la città costiera di Sirte. Il generale Khalifa Haftar, auto-proclamatosi salvatore della Libia, comanda invece le milizie meglio organizzate del paese; combatte i gruppi estremistici, compreso l'Isis, e gode dell'appoggio del vicino Egitto, ma non ha giurato fedeltà al nuovo governo. In tutto, operano in Libia una dozzina di milizie armate di rilievo che si contendono il controllo del territorio e l'influenza politica. I piccoli gruppi e le bande locali, però, si contano a centinaia. La Liba è sotto embargo da parte dell'Onu sin dalla deposizione del dittatore Muammar Ghedafi, nel 2011. La fornitura delle armi al governo Sarraj non implicherebbe la fine dell'embargo, ma soltanto il ricorso a una serie di eccezioni previste dalle Nazioni Unite per contrastare l'avanzata del terrorismo nel paese. L'incontro organizzato lunedì a Vienna dal segretario di Stato Usa John Kerry e dal suo omologo italiano, Paolo Gentiloni, ha fatto appello alla formazione di un comando miliare unificato che riunisca le forze militari fedeli alle amministrazioni di Tripoli e Tobruk. Secondo Mattia Toaldo, analista dell'European Council on Foreign Relations con sede a Londra, conseguire tale obiettivo richiederebbe come minimo diversi mesi, ma mettere assieme "qualcosa che possa soddisfare il Consiglio di sicurezza" potrebbe essere possibile nell'arco di alcune settimane. La preoccupazione della comunità internazionale ,del resto, è giustificata: l'Isis si è radicato in Libia come in nessun altro paese ad eccezione di Siria e Iraq. Stando alla Jamestown Foundation, nel paese nordafricano il sedicente califfato conta tra i 3 mila e i 6.500 combattenti, perlopiù provenienti da milizie locali che hanno giurato fedeltà all'organizzazione terroristica. Il territorio costiero controllato dall'Isis consente inoltre ai terroristi di esercitare un monopolio sul traffico di esseri umani verso l'Europa, proprio mentre torna ad essere affollata la rotta migratoria del Mediterraneo centrale. Le prospettive di unità politico-istituzionale del paese sono incerte: per il momento, il generale Haftar è il principale ostacolo sulla strada del pieno riconoscimento del governo di unità nazionale. Lo scenario, però, potrebbe presto cambiare: Haftar è allettato dalla prospettiva di ricevere l'incarico di capo delle forze armate libiche, o un'altra posizione di rilievo nel contesto del nuovo ordine nazionale; il governo Sarraj ha creato una guardia presidenziale in cui potrebbero confluire le forze del generale, e che potrebbe essere la destinataria diretta delle armi fornite dalla comunità internazionale. Sarraj si è già recato in Egitto e avrebbe ricevuto il consenso del presidente Abdel Fattah al Sisi, una delle principali figure che sostengono Haftar. il rischio, ovviamente, è che le armi fornite dalle potenze occidentali non vengano impiegate soltanto contro i terroristi, ma anche per regolare i conti con altre fazioni armate che operano nel paese
http://www.bloomberg.com/news/articles/2016-05-17/world-powers-want-to-arm-libya-s-government-who-gets-the-guns