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[Disarmo] La politica mondiale di Trump: i due punti caldi



Di Immanuel Wallerstein

4 febbraio 2017

Il Presidente Donald Trump ha dichiarato esplicitamente che la sua presidenza prenderà posizione su ogni cosa e su qualsiasi luogo. Ha anche chiarito che lui da solo prenderà la decisione finale sulla politica che seguirà il suo governo. Ha scelto due aree di priorità per attuare le sue politiche: il Messico e Siria/Iraq che è la zona di forza del califfato dello Stato Islamico (IS). Possiamo chiamare queste due aree i punti caldi dove Trump agirà nel suo modo più provocatorio.

Presumibilmente il Messico è stato il principale argomento della sua intera campagna elettorale, prima per la nomina Repubblicana, e poi per l’elezione presidenziale. E’ probabile che le sue incessanti dure dichiarazioni sul Messico e i messicani gli abbiano fatto guadagnare maggior appoggio popolare di qualsiasi altro argomento e che in tal modo gli abbiano fatto ottenere la presidenza.

Trump giustamente capisce che se non riuscisse a rendere una priorità un’azione contro il Messico, rischierebbe un rapida e grave delusione tra i suoi più ardenti sostenitori. E quindi ha fatto proprio questo.

Proprio nei suoi primi giorni in carica, ha ripetuto che costruirà un muro. Ha affermato che sta cercando un’importante revisione del NAFTA ((Accordo nordamericano per il libero scambio), e che se non vi riuscisse, ripudierà il trattato. Ha inoltre ripetuto la sua intenzione di far pagare al Messico la costruzione del muro, istituendo una tassa su tutte le importazioni messicane negli Stati Uniti.

Può realmente fare tutto questo? Ci sono problemi legali e politici per mettere in atto questo programma. Gli ostacoli legali posti dalla legge degli Stati Uniti e da quella internazionale non sono probabilmente così seri, anche se gli Stati Uniti potrebbero essere accusati di violare le disposizioni dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Se dovesse accadere questo, Trump sarebbe probabilmente pronto a far ritirare gli Stati Uniti dal WTO.

Gli ostacoli politici sono più seri, e renderanno meno sicuro il fatto che Trump possa portare a termine il suo programma completamente e rapidamente. All’interno degli Stati Uniti c’è una seria opposizione al progetto, sia per motivi morali che pragmatici. L’obiezione pragmatica è che un muro sarebbe inutile per ridurre l’ingresso di lavoratori privi di documenti e aumenterebbe semplicemente il costo e il pericolo per i singoli migranti di attraversare la frontiera. Stranamente, le obiezioni pragmatiche vengono espresse anche dai proprietari di allevamenti di animali in Texas, che sono stati tra i più forti sostenitori di Trump. Naturalmente, ci sono molte imprese statunitensi che dipendono dai lavoratori privi di documenti e che subirebbero gravi perdite. Costituiranno una forza di pressione all’interno del Congresso per indebolire questo genere di politica.

Non è neanche chiaro che Trump possa realmente trasferire il costo della costruzione del muro agli esportatori messicani. Ci sono già molte analisi che dichiarano che, dato il costo aumentato delle importazioni messicane negli Stati Uniti, il costo alla fine sarà sostenuto dai consumatori americani, e anche, o in sostituzione, dagli esportatori messicani,

Da parte messicana, il Presidente Enrique Peña Nieto, inizialmente ha fatto un tentativo di negoziare i problemi del confine con il Presidente Trump. Ha inviato due ministri a Washington per dedicarsi alle discussioni preliminari. Ha accolto Trump in visita in Messico e ha messo in programma una sua visita a Washington. Questa risposta blanda alle dichiarazioni di Trump è stata impopolare in Messico e Peña è stato sotto attacco in patria già da un po’ di tempo riguardo anche ad altri problemi.

L’evidente disinteresse di Trump per qualsiasi accordo proposto da Peña, è stata l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. In Messico è stato considerato un atteggiamento umiliante. Peña ha cancellato la visita negli Stati Uniti e ha assunto la posizione di sfidare Washington. Così facendo, è riuscito a far radunare i suoi critici interni attorno a lui come un campione dell’orgoglio nazionale messicano.

Chiedo di nuovo: Trump può far piegare il Messico alla sua volontà? Nel brevissimo termine, si potrebbe considerare che stia realizzando le promesse fatte durante la sua campagna elettorale. Nel medio termine, tuttavia, non è affatto sicuro che Trump verrà fuori da questa zona calda con un risultato eccezionale.

Siria/Iraq è un punto caldo ancora più difficile. Trump ha detto che ha un piano segreto per eliminare lo Stato Islamico. Ha dato al Pentagono trenta giorni per elaborare una proposta. Soltanto allora annuncerà la sua decisione.

C’è già un’intera serie di problemi per Trump. La Russia sembra ora essere il più forte singolo protagonista politico nella regione. Ha scelto la strada di creare un processo politico di pace che comprende il governo di Bashar al-Assad, la principale forza di opposizione alla Siria, cioè la Turchia, e l’Iran (insieme a Hezbollah). Gli Stati Uniti, l’Europa Occidentale e l’Arabia Saudita sono tutti esclusi.

Questa esclusione è intollerabile per Trump che parla ora di inviare truppe di terra statunitensi per combattere l’IS. Ma con chi faranno alleanza queste truppe in Siria o in Iraq? Se la faranno con il governo dell’Iraq dominato dagli Sciiti, perderanno l’appoggio delle forze tribali sunnite dell’Iraq che gli Stati Uniti si sono coltivate malgrado l’appoggio di un tempo fornito a Saddam Hussein. Se lo faranno i Peshmerga curdi, si inimicheranno ulteriormente i governi sia della Turchia che dell’Iraq. Se lo faranno le forze iraniane, provocheranno reazioni e urla al Congresso e sia in Israele che in Arabia Saudita.

Se Trump invierà delle truppe malgrado questo, constaterà che è quasi impossibile ritirarle, come avevano fatto George W. Bush e Barack Obama prima di lui. Ma con le inevitabili vittime statunitensi, l’appoggio in patria sparirà. Trump otterrà quindi un approvazione a minor breve termine rispetto al caso del Messico e probabilmente più frustrazione nel medio periodo. Presto o tardi, sia Trump che i suoi sostenitori impareranno l’amara verità dei limiti del potere geopolitico degli Stati Uniti, e di conseguenza i limiti del potere di Trump nel mondo.

E allora? Trump esploderà e commetterà azioni pericolose? Questa è la cosa che la maggior parte del mondo teme – che gli Stati Uniti che siano troppo deboli nel potere reale e troppo forti nel campo degli armamenti. Trump dovrà affrontare una scelta tra due alternative: usare le armi che ha, cosa che è futile ma terribile, o ritirarsi tranquillamente dalla geopolitica nella fortezza Europa, cosa che sarebbe un’implicita ammissione di fallimento. In entrambi i casi, sarà per lui una decisione molto scomoda.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo


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