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[Disarmo] Ong in guerra. Appunti per una critica all'umanitario



Occhio alle ong. Non sono tutte uguali e questo bisogna sottolinearlo, ma certamente chi si fa finanziare da un certo Soros, se non da governi, sicuramente non fa un bene ad una informazione indipendente ma piuttosto ad una propaganda interessata.

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Sommario
Le Ong nel processo di globalizzazione assumono ruoli sempre più ampi e ambigui. Nelle nuove strategie degli Stati uniti viene affidato loro un compito subalterno: lo conferma uno studio del "Defense Science Board" del dicembre 2004.

Ha scritto B. S. Chimni:

"L'umanitarismo è l'ideologia di stati egemoni nell'era della globalizzazione segnata dalla fine della guerra fredda e da un crescente divario Nord-Sud ... Esso mobilita una gamma di significati e pratiche per istituire e sostenere relazioni globali di dominio" (1).

A partire dal 1999, dopo l'invenzione dell'imprensentabile ossimoro della "guerra umanitaria" in occasione dell'attacco della Nato contro la Jugoslavia, la critica nei confronti dell'umanitarismo si è fatta più serrata, non limitandosi agli aspetti ideologici, ma entrando nel merito della prassi concreta degli interventi in zone di conflitto, nei paesi del Sud del mondo e nelle realtà politiche, sociali ed economiche emerse dal crollo del blocco sovietico. Nel contempo, è avvenuta una profonda trasformazione nella natura stessa delle organizzazioni non governative: abbandonato lo spontaneismo degli anni Ottanta - con tutti i suoi rischi e limiti ma anche con una maggiore autonomia rispetto ai governi e alle istituzioni internazionali -, le ong odierne, per essere riconosciute dai grandi organismi mondiali e dai governi nazionali e avere accesso così ai finanziamenti e agli sgravi fiscali, hanno dovuto assumere una veste molto più strutturata, identificando con precisione il proprio ambito d'intervento, i proprio obiettivi e adottando criteri di valutazione dei progetti, a iniziare da quello di "sostenibilità".

1. LA TRASFORMAZIONE DEGLI ANNI

Questa evoluzione, presentata come indispensabile per evitare sprechi, disfunzioni e malversazioni, ha di fatto generato un nuovo settore politico-economico i cui contorni sono assai poco "trasparenti" (2), con tanto di élites dirigenti (i "professionisti" dell'intervento umanitario) che gestiscono organizzazioni la cui natura "non governativa" è assai illusoria. La possibilità per le grandi e medie ong di realizzare progetti di assistenza e aiuto, accedendo ai finanziamenti, dipende infatti dal riconoscimento a loro accordato dagli stati e dai grandi organismi mondiali (Onu, Ue, Banca mondiale, ecc.). Ai criteri di questi "donatori", e non alle esigenze reali delle popolazioni interessate, devono conformarsi i progetti delle organizzazioni umanitarie e per la cooperazione internazionale. Nel corso degli anni Novanta molte ong hanno così conosciuto una trasformazione di natura profondamente politica, abbandonando il loro originario status di soggetti autonomi, a volte addirittura antagonisti rispetto agli apparati statali, per divenire "canali utilizzati dai governi per distribuire risorse materiali e intellettuali su scala nazionale e internazionale" (3).

Negli odierni scenari di conflitto "asimmetrico" l'immissione di risorse nel ciclo della nuova economia di guerra - anche di quelle destinate all'aiuto umanitario - è in grado di attivare un intreccio perverso di relazioni di potere che sovente si trasformano, anche indipendentemente dalla volontà e buona fede degli operatori, in meccanismi capaci di alimentare gli stessi conflitti (4), o in azioni funzionali ai disegni e agli interessi politici in quel determinato scacchiere geopolitico propri dei paesi elargitori degli aiuti.


2. SMETTERE DI ESSERE ONG

Tale situazione, accettata o subita, ha esercitato una grande influenza sul modus operandi delle ong e, di riflesso, ha favorito l'avvio di una disamina critica ancor più profonda e per certi aspetti radicale sul loro ruolo attuale. I risultati di questa attenzione sono riassunti in un recente saggio, in cui anche alle ong che hanno mantenuto o tentano faticosamente di mantenere la loro autonomia d'azione rispetto ai grandi "donatori" e ai governi - rifiutandosi di adattarsi alle loro strategie egemoniche - viene suggerito di "smettere di essere ong e convertirsi in membri di movimenti socio-politici" per contrastare la politica di sfruttamento e dominio messa in opera dalle oligarchie al potere nei rispettivi paesi (5). Si può concordare o meno su una proposta così perentoriamente negativa, muovendo a chi lo presenta la critica di non avere esperienza diretta della realtà degli interventi umanitari o, peggio ancora, di essere portatore di un velleitarismo rivoluzionario insensibile di fronte alle enormi sofferenze di milioni di persone che vivono, da vittime, situazioni di conflitto o di povertà estrema. Ciononostante, le analisi che hanno portato alla formulazione dell'idea del "dissolvimento" delle Ong nei movimenti politici e sociali meritano la massima attenzione proprio da parte di quei volontari e operatori dell'intervento umanitario intellettualmente e politicamente onesti, mossi da uno slancio sincero di solidarietà e non coinvolti nel business dell'umanitarismo.


3. POMPIERI DEL CONFLITTO

In estrema sintesi, le critiche rivolte all'azione delle ong nelle aree di conflitto e nei paesi del Sud del mondo riguardano la loro funzione di controllo e mistificazione, esercitata mediante la diffusione di una cultura e la realizzazione di progetti che, lungi dal rimuovere le ragioni dei conflitti e della povertà (6), impedirebbero la presa di coscienza organizzata da parte delle popolazioni sfruttate, ricattate o trasformate in merce di scambio nel corso dei conflitti armati, contro i centri di potere locali, nazionali e internazionali, responsabili delle "catastrofi" umanitarie. Il ruolo di pompieraggio delle lotte sociali si accompagnerebbe poi alla creazione in loco di una casta di privilegiati dal punto di vista economico e sociale (le persone che hanno accesso agli impieghi e alle risorse gestite dalle ong). La loro presenza da un lato servirebbe per veicolare i modelli politici e culturali della globalizzazione (ideologia del libero mercato contrapposta all'organizzazione sociale), a cominciare da quello di "sviluppo'" (7) e del "collaborazionismo di classe", dall'altro finirebbe per creare instabilità e rancore sociale, impedendo la costruzione di una coesione consapevole e decisa a difendere i diritti e la dignità delle comunità.


4. UN RUOLO AMBIGUO

Le ong fungerebbero inoltre da "agenzie di collocamento" a scala globale, in quanto oltre alla manodopera locale, di solito impiegata in ruoli subalterni, assicurerebbero un impiego ben remunerato e notevoli benefits economici e sociali a una rete elitaria di consulenti e specialisti originari dei paesi "donatori", o ai membri di rango elevato delle burocrazie degli organismi internazionali. Per quanto concerne gli aiuti fatti affluire e i progetti realizzati, il disegno politico accettato da gran parte delle ong sarebbe all'origine di una "cronica" incapacità d'ascolto nei confronti delle popolazioni locali e dei fallimenti registrati, in larga misura dovuti alla volontà (anche inconsapevole) di "colonizzare" con tecniche e approcci occidentali realtà completamente diverse, dal punto di vista culturale, dei rapporti economici o semplicemente climatico e geografico rispetto a quelle delle "metropoli" capitaliste.

Le ong, presentate come componenti essenziali della "società civile" o della open society vagheggiata da George Soros, hanno svolto funzioni importantissime e cariche di significati a volte ambigui. Ad esempio, in molti paesi dell'Europa dell'Est e del mondo ex sovietico le organizzazioni straniere e locali hanno agito quali "garanti" del processo di democratizzazione (inteso nel senso dell'introduzione di un sistema liberaldemocratico) in funzione antagonista nei confronti dei governi e, al tempo stesso, sono intervenute per tentare di limitare - senza rimuoverne le cause profonde - l'impatto estremamente negativo provocato dalle politiche di "transizione" all'economia di mercato sulle condizioni di vita, sulla realtà sociale e sulla partecipazione delle popolazioni alla vita politica. Del resto i governi locali sono stati convinti, con le buone o con le cattive, a intraprendere la strada delle "riforme" liberiste dagli stessi "donatori" che alimentano l'azione delle grandi ong.


5. RETORICA DELLA SOCIETÀ CIVILE

La consapevolezza critica dell'ambiguità di questo ruolo oggi si sta faticosamente facendo largo. Essa servirà per smantellare un certo genere di trionfalismo "buonista" che vede nell'affermazione delle ong il prevalere della democrazia liberale "dal volto umano", contrapposta al liberismo selvaggio e ai sistemi dittatoriali. L'esportazione della retorica della "società civile" è un'attività molto in voga, che sta godendo di un successo senza precedenti proprio in concomitanza con l'imposizione, nei paesi esportatori del modello, di una serie di politiche che perseguono l'obiettivo di smantellare le forme di democrazia di base, di partecipazione alla gestione del bene comune, di aggregazione sociale. Anche in questo caso non si riflette a sufficienza sul rapporto tra realtà interna e internazionale, finendo per voler esportare verso le periferie sottosviluppate principi e diritti, ignorando - in buona o cattiva fede - che tali diritti vengono messi in discussione proprio nelle cosiddette società ricche.

La percezione delle ong come strumenti di un progetto politico generalizzato di colonizzazione intrapreso dai paesi occidentali si è diffusa nelle società dei paesi ex socialisti. Tale giudizio negativo si spinge sino a considerare le organizzazioni umanitarie e per la cooperazione alla stregua di una nuova mafia impegnata a gestire il business degli aiuti con l'attiva partecipazione dei componenti più opportunisti delle vecchie classi dirigenti, convertitisi all'ideologia dell'open society.

Questi rilievi possono apparire del tutto o in parte non giustificati, tuttavia non si può negare la necessità di una critica costante e sistematica nei confronti della politica e dell'azione delle ong.


6. NUOVE DOTTRINE DEL PENTAGONO

L'analisi sintetica del bilancio della Agenzia Usa per gli aiuti allo sviluppo (UsAid) - uno dei maggiori enti erogatori di finanziamenti alle ong non solo statunitensi - non fa che confermare la natura e la consistenza dei legami tra gli obiettivi politici ed economici dei governi e l'azione delle organizzazioni non governative (cfr. Tabella 1).

I dati evidenziano una netta tendenza alla militarizzazione delle attività internazionali di UsAid, in sintonia con il perseguimento degli obiettivi strategici di consolidamento e allargamento dell'egemonia statunitense nelle aree del mondo ritenute "vitali" per gli interessi delle classi dirigenti e delle aziende Usa. La militarizzazione si manifesta concretamente attraverso la drastica riduzione degli aiuti economici contrapposta alla sostanziale stabilità, se non all'aumento, dei finanziamenti destinati a programmi militari o paramilitari (programmi antiterrorismo, antidroga, contributi alle operazioni di peacekeeping). Nel 2005, questi ultimi, escludendo l'ammontare del fondo per gli interventi in Iraq (Irrf), assorbiranno il 61,4% del bilancio UsAid destinato alle attività all'estero; da soli i finanziamenti militari (Fmf) copriranno il 41,7% degli impegni, mentre l'incidenza dei programmi per l'assistenza ai profughi o rifugiati o per gli interventi in occasione di calamità naturali raggiunge appena il 9,4%.

Nel rapporto pubblicato nel dicembre 2004 dal Defense Science Board (8) - organismo consultivo del Pentagono - oltre ad analizzare le possibili ragioni del fallimento della politica di occupazione dell'Iraq si formulano proposte e raccomandazioni per correggere gli errori e assicurare il raggiungimento degli obiettivi della strategia statunitense in Iraq e in altre zone (Balcani, Asia centrale, Afghanistan). Dal documento emerge un quadro politico-organizzativo in cui la pianificazione e il coordinamento centralizzato delle strategie, dei progetti e delle azioni in tempo di pace, durante i combattimenti e nella fase di "stabilizzazione" e "ricostruzione", dovranno attenersi alla logica dell'integrazione dei diversi strumenti utili per dispiegare appieno la "potenza nazionale" (national power).


7. ONG COMPLEMENTARI AI MILITARI...

Una regione sarà considerata "vitale" per gli interessi statunitensi sulla base di valutazioni che confronteranno la possibilità di impiegare il potenziale militare Usa con l'importanza geopolitica della zona. Ogni scelta dovrà focalizzarsi su ciò che appare "più probabile o più promettente" e "più importante". Lo studio propone una graduatoria di priorità che privilegia il sostegno agli alleati "minacciati", la rimozione dei regimi ostili, l'attacco alle "roccaforti del terrorismo" e l'intervento nel caso di "collasso" dei cosiddetti failing states (le compagini statuali fortemente indebolite da conflitti o disordini cronici). La gestione della politica dovrà essere affidata a task forces composte da dirigenti del Pentagono e del Dipartimento di stato che dovranno interagire con strutture operative complementari formate dai vertici militari interessati, dai rappresentanti diplomatici nelle zone e paesi d'interesse e dai dirigenti di UsAid. Qualora tali strutture complementari non riuscissero a svolgere adeguatamente il loro compito, dovrebbero essere integrate e sostenute da personale del Pentagono. Nelle fasi di "stabilizzazione" successive al conflitto armato, i vertici dell'Esercito, vista la loro esperienza in materia di pianificazione operativa reputata superiore a qualsiasi altra agenzia o ente governativo Usa, dovrebbero costituire il punto di riferimento sul campo per le attività di ricostruzione.


8. ... O SUBALTERNE

Alle ong, in primo luogo statunitensi, agli organismi dei paesi che aderiscono alle coalizioni promosse da Washington e alle organizzazioni internazionali, il documento riserva il ruolo subalterno di partecipare, quando opportuno, all'elaborazione di proposte da sottoporre ai comandanti militari regionali che le dovranno esaminare in sede di pianificazione degli interventi. Le ong dovranno avere, come punto di riferimento organizzativo, il Centro per la gestione delle catastrofi e dell'assistenza umanitaria del Pentagono. La loro presenza diverrà così parte integrante di quella forza di "stabilizzazione" - composta da truppe, funzionari governativi e contractors privati Usa, personale dell'Onu, alleati e polizia locale - necessaria per raggiungere l'obiettivo di trasformare la società del paese occupato. Una forza che lo studio stima in 20 persone per 1000 abitanti (più di 400.000 nel caso dell'Iraq) impiegata per un lasso di tempo variabile tra i cinque e gli otto anni. In buona sostanza, nonostante i molti fondati dubbi emersi al riguardo proprio dall'esperienza irachena, il rapporto riconosce ai militari quasi per antonomasia capacità di pianificazione e organizzazione del processo di stabilizzazione e ricostruzione superiori a quelle dei civili. Spetterebbe invece al Dipartimento di stato il compito di incorporare e integrare tutte le capacità presenti nelle ong e negli organismi internazionali allo scopo di realizzare le "riforme" politiche ed economiche. I militari, comunque, conserverebbero un ruolo decisivo all'interno dei gruppi di lavoro incaricati della formazione del personale di governo locale e degli operatori delle ong.

La sola formulazione di questo paradigma della "stabilizzazione" e "ricostruzione" dovrebbe contribuire ad accelerare e diffondere una seria riflessione sul ruolo delle ong negli attuali scenari asimmetrici di conflitto. Se ciò non avvenisse, verrebbero traditi proprio i pensieri e gli slanci solidali che animano tante persone e iniziative e si andrebbe verso una integrazione definitiva nelle strategie egemoniche e di guerra totale perseguite dalle oligarchie dominanti negli Usa e nel resto del mondo occidentale.


NOTE

(1) Citato in T. Vaux, L'altruista egoista. Analisi critica degli interventi umanitari in situazioni di guerra e carestia, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2002, p. 259.

(2) Attualmente non esistono dati conoscitivi strutturati e facilmente accessibili relativi a questo settore; si stima che nei paesi del Terzo mondo siano attive circa 50.000 ong che ricevono più di 10 miliardi di dollari annui di finanziamenti; cfr. J. Petras e H. Veltmeyer, La Globalizzazione smascherata, Jaca Book, Milano 2002, p. 185.

(3) J. Hemment, "Colonization or Liberation: The Paradox of NGOS in Postsocialist States", Newsletter of the East European Anthropology Group, spring 1998, vol. 16, n. 1.

(4) Per approfondire questi aspetti si rimanda a M. Deriu et. al., L'illusione umanitaria. La trappola degli aiuti e le prospettive della solidarietà internazionale, EMI, Bologna 2001.

(5) J. Petras e H. Veltmeyer, cit., p. 200.

(6) Per un quadro assai interessante di come l'azione delle ong non riesca, nonostante singoli casi positivi, ad affrontare le cause profonde dei conflitti e dell'impoverimento si rimanda a un lavoro recente relativo alla realtà bosniaca (S. Divertito e L. Leone, Il fantasma in Europa. La Bosnia del dopo Dayton tra decadenza e ipotesi di sviluppo, Gabrielli Editori, Verona, 2004. In Bosnia, a partire dal 1995, secondo le stime più prudenti sarebbero giunti circa 15 miliardi di dollari in aiuti, una cifra che avrebbe potuto incidere notevolemnte sul processo di ripristino delle attività economiche, sociali e culturali e sul miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. A parte le opere di ricostruzione della viabilità principale, delle infrastrutture per la produzione di energia e degli edifici più importanti (in discreto stato d'avanzamento), la realtà bosniaca - specie nelle campagne e nei centri minori - è ancora caratterizzata da diffusa povertà, frammentazione sociale e comunitaria, mancanza di prospettive economiche, elevatissima disoccupazione (soprattutto giovanile) e forte dipendenza dagli aiuti esteri. Per completare il quadro negativo si deve aggiungere l'insorgere e la diffusione dell'Aids e il rafforzamento delle classi dirigenti ultranazionaliste emerse dalla guerra, che ricattano la popolazione gestendo lo scambio tra i pochi posti di lavoro nel settore pubblico e il consenso politico.

(7) Dietro questo termine abusato e molto in voga anche nelle ong, magari con l'aggiunta dell'aggettivo "sostenibile" dai connotati assai incerti e spesso ambigui, non si fatica a vedere la strategia di quella governance liberale globale che "consiste in un sistema non-territoriale di controllo bio politico adattativo, espansivo e illimitato" (cfr. M. Duffield, Guerre postmoderne. L'aiuto umanitario come tecnica politica di controllo, Il Ponte, Bologna 2003, p. 186.

http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=20051231053055
(8) Defense Science Board, Transition to and from Hostilities, Office of the Under Secretary of Defense for Acquisition, Technology, and Logistics, Washington 2004 (allegato in .pdf).


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