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[Disarmo] Se yankee non si contesta più. «Pensiamo ai Trump nostri»



Se yankee non si contesta più. «Pensiamo ai Trump nostri»

MOVIMENTI. In Italia niente piazze contro la visita del presidente del riarmo, a sinistra cade un altro tabù. Movimenti deboli o infine maturi? L’autocoscienza di quelli che manifestazioni stavolta no. «Siamo deboli e divisi, siamo ripartiti dai nostri territori, che però ora sono la nostra gabbia». Gad Lerner: «Il vero corteo antiDonald? Quello di Milano, era il futuro»

Daniela PreziosiIl Manifesto

Il raggio laser verde proiettato da Greenpeace sul Cupolone: «Planet earth first». Tre pacifisti della Rete No War fermati per aver tentato di aprire uno striscione davanti al corteo delle auto blindate (uno di loro è una collaboratrice del manifesto, Marinella Correggia, le è stato consegnato il foglio di via, Sinistra italiana ha presentato un’interrogazione parlamentare sul caso). Qualche decina di statunitensi residenti in Italia riuniti in una piazza a cantare «Imagine». Il bilancio delle manifestazioni della Capitale nel giorno della visita di Trump è tutto qua. Ieri a Bruxelles, dove il presidente Usa è volato subito dopo la tappa romana, erano in 10mila contro di lui. A casa sua, negli Usa, i democratici continuano a contestarlo per le strade. Ma allora che succede ai pacifisti, ai democratici italiani? Succede una cosa impensabile finora, che la sinistra italiana non ha più voglia di contestare un presidente che ha sganciato «la madre di tutte le bombe»?

A few hours before the meeting between Pope Francis and US President Donald Trump, Greenpeace activists have demonstrated on early Wednesday morning in Rome for more climate protection. On the dome of St. Peter's they projected the message "Planet Earth First!". Wenige Stunden vor dem Treffen zwischen Papst Franziskus und US-Praesident Donald Trump haben Greenpeace-Aktivisten am fruehen Mittwochmorgen in Rom für mehr Klimaschutz demonstriert. Auf die Kuppel des Petersdoms projizierten sie die Botschaft „Planet Earth First!“.

LA DOMANDA NON NASCE dalla nostalgia del vecchio «yankee go home». Nessuno – tanto più dopo gli anni di Obama – è orfano dell’«antiamerikanismo». Ma orfano della sinistra, forse? No, spiega Lidia Menapace, partigiana poi storica antimilitarista, «il fatto è che Trump non è credibile. Siamo tutti preoccupati per quello che sta facendo, ma il personaggio è al di sotto di qualsiasi interlocuzione. Sarebbe inutile mettersi lungo la strada a gridargli contro». Dunque non averlo fatto non è la dimostrazione che la sinistra italiana è irrimediabilmente a terra? La risposta è lapidaria: «Questo è il solito riflesso condizionato autolesionista. Della sinistra».

E PERÒ LA SINISTRA RADICALE ha vissuto male l’assenza dalla piazza. «Certo, sabato scorso abbiamo fatto la splendida manifestazione contro i muri a Milano, ora siamo concentrati in quelle contro il G7 di Taormina. Ma è inutile nascondersi dietro un alibi organizzativo: lasciare liberamente scorrazzare Trump per Roma è stato un segno di debolezza politica», riflette Giovanni Russo Spena, decenni di battaglie garantiste e pacifiste, oggi grande saggio della Rifondazione comunista. «Ne abbiamo parlato fra noi, ci siamo sforzati di capire. È successo che siamo ripartiti ’dal basso’, dai territori, e abbiamo fatto bene. Ma il rischio è che ora i territori diventino gabbie; domenica scorsa abbiamo fatto un corteo bello e difficile per il rogo delle tre ragazzine rom di Centocelle. E però contro Trump non siamo riusciti a costruire mobilitazione». Più sconfortata Luisa Morgantini, altra ’storica’ del movimento nonviolento, fondatrice delle ’Donne in nero’, negli anni 80 srotolò dal Colosseo un lunghissimo striscione contro Reagan. Mercoledì, sfortuna voleva, era immobilizzata a casa per un problema di salute. Ma non è questo il punto. «Siamo divisi, immersi nelle nostre battaglie come in scatole chiuse. Noi per i 1600 palestinesi in sciopero della fame, altri per la causa curda, altri per altre buone cause. Siamo inaciditi, spezzettati, incapaci anche solo di confrontarci con le nostre differenze. Ci vorrebbe una rivoluzione profonda, dentro di noi».

«MA CHE VOLETE DAI PACIFISTI?» Giulio Marcon un po’ contesta la domanda. Oggi è capogruppo alla Camera di Sinistra italiana alla quale è arrivato dai movimenti disarmisti. «Ogni volta che si manca un appuntamento arriva la stessa domanda. Non è da una piazza mancata che si misura l’opposizione alla follia del riarmo. Siamo pochi e mobilitati su mille fronti. Il 2 giugno saremo a Roma, a Castel Sant’Angelo, contro la parata militare. E ogni giorno facciamo mille iniziative, più o meno grandi ma preziose. Il pacifismo è diventato un movimento più maturo, non siamo né impotenti né timidi».

E INVECE «È UN FATTO GRAVE» per Massimiliano Smeriglio, oggi nella sinistra ’di governo’ ma un passato sulle barricate romane, manganellate prese per Bush senior. «Avere in Italia il campione del populismo reazionario e razzista e non avere avuto forme diverse di contestazione deve aprire una riflessione senza sconti per tutte le sinistre, rancorose e impegnate tutti i giorni a stigmatizzare il nemico su social di cartone dove l’autoreferenzialità la fa da padrona». L’assenza di mercoledì scorso «testimonia la fragilità dei nostri contenuti, degli insediamenti sociali. E anche della voglia di battersi e confliggere quando serve. Dobbiamo guardare in faccia questa situazione drammatica. Prima lo faremo, con più umiltà e meno slogan, e prima saremo in grado di rimetterci in marcia. Alla svelta, prima di perdere il rapporto con il paese reale. Sia chiaro: in questa situazione non si salva nessuno, né radicali né riformisti».

PERCHÉ IN EFFETTI VA DETTO, i primi a mancare dalla piazza sono stati i cosiddetti «riformisti» e cioè i democratici italiani, ’fratelli’ di quelli americani che negli Usa si battono contro Trump. Ma il gesto di fratellanza non è venuto in mente a nessuno: il Pd, anche la sua ’base’, è affaccendato in tutt’altro. E comunque, spiegano «avremmo dovuto mettere in difficoltà il presidente del consiglio Gentiloni che lo incontrava a Villa Taverna?». E chi avrebbe dovuto farlo, forse i grillini che di Trump pensano che tutto sommato sia un modello di populismo autarchico tutt’altro che detestabile, e contestabile?

GAD LERNER INVECE ROVESCIA tutto il ragionamento. Il giornalista e conduttore televisivo ( domenica sera alle 22,50 su Raitre va in onda Operai, sua inchiesta in sei puntate) un passo alla volta smonta il discorso degli altri: «La sinistra non è andata in piazza perché è dominata dal provincialismo, dalla perdita della sua dimensione internazionalista, è immersa negli psicodrammi delle sue divisioni e non riesce a sollevare lo sguardo più in alto». «Ed è anche vero che il riferimento internazionale delle destre ormai è Putin, non il presidente americano. Il suo ruolo si è ridimensionato, nonostante tutto. Nonostante lo abbiamo visto a Riad affidarsi ai dittatori per battere il terrorismo, abbiamo pensato che non è affar nostro. La sinistra ormai fa la stessa cosa anche nel mondo degli operai: difende il proprio territorio, la propria fabbrica, oltre non sa vedere».

EPPURE «NON HO NOSTALGIA del vecchio antimperialismo, anzi», continua, «la vera manifestazione antiTrump è stata quella di sabato scorso a Milano: una Milano metropoli cosmopolita. Il corteo, enorme, era composto per la metà di immigrati, con o senza permesso. Le vere protagoniste erano le comunità, filippini, cinesi, equadoregne, africane. Raccontavano una metropoli, anzi una sinistra già innervata della sua anima futura». E forse allora davvero è meglio così, meglio aver evitato il rito della piazza “antiamerikana”, con il rischio delle solite sfide muscolari fra polizia e militanti. Perché «Trump non è più il gendarme del mondo. Abbiamo molti Trump europei da combattere. E a Milano a questo abbiamo dato una prima risposta positiva».