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Nascita ed evoluzione di un pensiero





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 Nascita ed evoluzione di un pensiero
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Una decina d'anni fa, non appena Internet si rese diffusamente disponibile, una delle 
prime ricerche cui mi dedicai fu quella sulla sovrappopolazione. Si trattava di cosa di 
cui avevo sentito vagamente parlare, ma certo avevo pure già iniziato ad esperirla 
personalmente coi suoi tipici effetti: affollamenti e file dappertutto, impossibilità a 
trovare della buona terra sgombra da insediamenti umani, inquinamento diffuso e pesante, 
alti e crescenti costi della vita, etc. 

Iniziai così ad esplorare la nascente grande rete alla ricerca di documenti che mi 
permettessero di capire cosa stava accadendo a detta di chi conosceva bene il fenomeno. 
Ed in effetti il materiale che trovai confermava ciò che già sapevo: la sovrappopolazione 
era un fatto obiettivo, non una ipotesi, bensì pienamente assodato e dato in progressivo 
continuo aumento. 

Feci allora ciò che avrebbe fatto chiunque interessato: chiesi all'owner di un sito in 
lingua inglese di poter tradurre e pubblicare parte del suo materiale, avviando così un 
mio personale sito di studio. Contemporaneamente mi resi conto però che in qualche modo 
dovevo tradurre quell'argomento non solo nella lingua ma anche nell'ottica, nella 
prospettiva italiana, innanzitutto per capire io per prima per bene come stava la 
situazione e pure in maniera che i miei conterranei che non avessero voluto far da sè una 
loro ricerca avessero comunque potuto accedere ad una consapevolezza importante che 
governava, governa tutt'oggi, e governerà sempre più, pesantemente ed onnipresentemente 
la loro vita. 

Cominciai così con lo scrivere una risoluzione d'interessamento a quel fatto complesso 
che mi appariva per molti versi ancora dominato da un enorme punto interrogativo e che 
per questo motivo chiamai: la questione demografica. In essa cercavo di presentare le 
ragioni per le quali una persona onesta avrebbe dovuto interessarsi a questo aspetto 
della vita ed in prima persona avrebbe dovuto trarne le proprie conclusioni. Diffusi 
questo brano un po' dappertutto in rete ed altrove, e, tradotto, lo vidi utilizzato pure 
in Australia, da una scuola, e negli USA, da un gruppo di ambientalisti durante pubbliche 
letture. 

A quel punto però mi ero ormai ben reso conto che, quelle poche volte cui vi si faceva 
cenno, la sovrappopolazione veniva generalmente presentata qui in Italia come un fatto 
globale, planetario, mai localizzato pure sul nostro territorio. Visionando i dati 
disponibili in Internet relativi ai vari Paesi era invece evidente che si trattava di un 
fatto che riguardava espressamente l'Italia stessa, nonché gran parte dell'Europa.

Da questa consapevolezza nacque un interesse ancora maggiore in quanto mi sentivo 
coinvolto non più solo da percezioni personali bensì da fatti certificati. Iniziai così a 
riflettere ancor più profondamente sulla questione demografica, per giungere alla 
conclusione che la popolazione non poteva essere una variabile abbandonata a se stessa, 
la riproduzione non poteva essere lasciata senza alcuna informazione di sé, senza che vi 
fosse un feedback chiarificatore rivolto agli esseri umani che la attuavano. 

Verificando che ormai praticamente in tutti gli ambiti della vita moderna si persegue una 
ottimizzazione, fu facile derivare che occorreva in qualche modo almeno minimamente 
relazionare la popolazione in base al territorio in modo da permettere una felice 
interazione reciproca tra il dato stabile, che non può esser ampliato a meno di invasioni 
verso l'esterno, dell'area su cui si vive, ed il dato variabile della popolazione. Il 
rapporto tra la quantità di popolazione ed il suo territorio viene espresso come densità 
demografica. Ebbene, desiderando vivere una vita felice, questo rapporto non poteva non 
tendere verso un valore ottimale. 

Nacque così non un appello, bensì un invito ad una densità demografica ottimale sul 
territorio italiano (non mi sembrava affatto giusto che il lavoro che doveva essere fatto 
dalle autorità non solo stava venendo compiuto da una persona comune ma questa persona 
doveva pure supplicare un loro interessamento sulla faccenda; trattandosi per lo più di 
dipendenti pubblici a vita questa loro deficenza era comunque perfettamente comprensibile 
quanto naturalmente biasimabile). 

Durante la campagna di divulgazione di questo invito, ai suoi inizi, ricevetti una 
graditissima lettera da parte di un ricercatore inglese che anni apprima era giunto alle 
mie stesse conclusioni e stava divulgando il concetto di Optimum Population, avendo già 
ben sviluppato i concetti su cui avevo appena iniziato a riflettere, anzi fondando un 
omonimo Trust per la diffusione di queste idee. Contemporaneamente invitava il mio 
Laboratorio ad essere parte di questa organizzazione che mancava di un suo rappresentante 
italiano. 

Personalmente mi son sempre astenuto dal far parte di qualsiasi gruppo (il gruppo dà 
forza, al contempo privando però la persona di sensibilità: per questo si parla di "forze 
politiche", e non di "intelligenze politiche") ma in questo caso, non solo per la 
straordinaria similitudine d'interesse ed obiettivi che perseguivamo, ma anche per un 
fatto umano, avendo appreso poco dopo il nostro incontro epistolare che Mr. David Willey 
era purtroppo scomparso, ritenni questo suo invito come una specie di passaggio del 
testimone che fui onorato di ricevere. 

Da allora le riflessioni sono continuate e così pure le diffusioni del materiale che 
producevo sulla questione demografica. Tutto sembrava rimanere immutato fintantoché mi 
resi conto di qualcosa che forse era già risaputo da altri ma che ai miei occhi non era 
ancora apparso evidente. 

Lavorando, non mi fermo mai su di una sola questione, non procedo in maniera lineare. 
Quando non riesco ad avanzare in un dato campo o mi nascono nuove idee in un altro, passo 
a studiare e sviluppare nuovi temi. In quel tempo avevo iniziato a riflettere sullo 
sviluppo incondizionato dell'economia, una crescita ad oltranza, all'ultima briciola di 
risorsa ed energia. 

Riflettendo su questo fatto, una vera assurdità date le nefaste conseguenze che se ne 
avevano, trovai una strana assonanza tra la crescita demografica e la crescita economica, 
entrambe perseguite così caparbiamente da meritare certo attenzione. Interrogandomi sul 
perché di questo stato di cose, cominciò ad apparirmi chiaro che gli stati perseguivano 
politiche di crescita continua allo scopo di essere adeguati non tanto a vincere ma 
quanto meno a pareggiare una lotta per la sopravvivenza mai dichiarata ma che certo 
veniva condotta già da tempo in maniera serrata. 

Nacque così un piccolo pezzo: "Come vincere la corsa allo sviluppo", in cui chiarivo a me 
stesso per primo il perché di questo stato di cose. A quel punto, avendo compreso il 
problema di fondo, mi ritrovavo automaticamente ad avere la soluzione: i patti di 
autocontenimento demografico, economomico e tecnologico, accordi che, venendo la 
popolazione e le attività economiche usate metodicamente come armi d'invasione, non 
potevano non considerare queste variabili allo scopo di mantenere in pace gli stati fra 
loro. La tecnologia essendo una variabile mantenuta anch'essa sempre al massimo sviluppo 
principalmente per gli stessi motivi per i quali venivano fatte crescere le altre due. 

Da quel momento, i patti di autocontenimento sono divenuti oggetto di continue 
riflessioni in una serie di vari pezzi dedicati alla cura di cui abbisogna, a mio avviso, 
il nostro pianeta. 

Poco più tardi, lungo questo percorso evolutivo del mio pensiero, ebbi finalmente 
l'incontro col movimento della decrescita. Fu davvero una grande gioia: fino ad allora 
l'economia essendo auspicata sempre in crescita praticamente da tutti coloro con cui ero 
allora in contatto, sentendomi per questo in posizione fortemente anomala. Fu quindi una 
boccata d'aria fresca che mi riempì i polmoni della mente, rimanendo dispiaciuto solo del 
fatto di non aver incontrato prima tale movimento. L'incontro, per altro sempre puramente 
intellettuale, telematico, con loro non facendo che confermare le mie idee e permettermi 
di disporre di maggiore fiducia in esse. 

Tutto concordava, e la luce accesasi sul dualismo crescita-decrescita, mi fece tornare ad 
interrogarmi sul senso della crescita, i patti di autocontenimento apparendomi sempre più 
mezzo elettivo tramite cui potersi attuare il mutamento di tendenza dalla prima alla 
seconda. Ma fu proprio a quel punto che capii, che giunsi ad una conclusione terribile. 
La decrescita demografica, economica e tecnologica, che tanto desideravo da sognarla in 
varie forme pure la notte, non era possibile ad un individuo o ad uno stato da soli, a 
meno che essi non si volessero suicidare, a meno che essi non volessero sparire 
assorbiti, se non proprio cancellati, dagli altri individui e stati. 

Chiunque, persona o società, che intraprendesse da sola la strada della decrescita, in 
barba al valore morale del buon esempio fornito, si porrebbe infatti in una grave 
situazione di pericolo, piccolo calice di cristallo tra enormi giare in titanio, vedendo 
il suo pensiero contare pure sempre meno e venir cancellato dalle altre, più grette, meno 
sensibili, persone e società.

E questa appunto è la mia presente conclusione: ciò che più agogno, la decrescita, non 
posso raccomandarla singolarmente ad alcuna persona o società. Sarei un irresponsabile se 
facessi questo. Certo è che la decrescita oggi va studiata e preparata, redigendo un 
piano di revisione totale del nostro modo e scopo di essere. Ma prima che essa possa 
attuarsi occorre acquisire e realizzare una visione ed un progetto globali, solo su 
questo piano essendo ormai possibile la soluzione, in quanto proprio su questo piano si 
trova il problema di fondo. 

Le cose, brevemente, stanno così: la crescita è un fenomeno sano, sanissimo, più che 
naturale, che un individuo non solo ha il diritto ma pure il dovere di perseguire, non 
foss'altro appunto per cercare di vincere il confronto con gli altri individui presenti 
nello stesso ambiente. Diviene un fenomeno insano, malefico, mortale quando l'ambiente 
che contiene gli individui in crescita è circoscritto e non ampliabile, come appunto è la 
nostra Terra.


Come individui, persone e Paesi, abbiamo il dovere di crescere. E' la legge di natura che 
lo impone. E guai a chi le disobbedisce. 

Come collettività, di persone e Paesi sulla Terra, abbiamo il dovere di decrescere. E' la 
legge del buon senso che lo chiede. E guai se le disobbediremo. 


Per tutto ciò mi ostino, e mi ostinerò fin quando non troverò o mi sarà presentata 
migliore teoria, a presentare la proposta dei patti di autocontenimento alla crescita: 
gli individui, persone e Paesi, consapevoli dell'assurda ma reale situazione in cui si 
sono venuti a cacciare, decidono di sottoscrivere un patto di responsabilità sociale e 
globale che li lega, ma contemporaneamente li unisce, ed impone loro di limitarsi nella 
riproduzione e nell'economia e di procedere uniti, e con cautela, nell'evoluzione 
tecnologica. 

Se chi volesse diffondere l'ideale della decrescita decrescesse lui per primo, 
autonomamente, avrebbe speranze sempre minori di essere ascoltato quanto più portasse 
avanti da solo questo suo intento:

"Vuoi decrescere? Decresci pure, per me puoi anche scomparire, così mi pappo tutto io!" 

direbbe chi invece continua a perseguire beatamente la sua crescita. 


Prima i patti di autocontenimento alla crescita.

Poi, solo successivamente, potrà davvero avvenire la decrescita.

I patti di autocontenimento possono essere il mezzo tramite cui attuare la decrescita. 


Pensa globalmente, agisci localmente: è proprio di questo che si tratta.
Occorre un piano ed un accordo globale per poter decrescere localmente in ogni luogo. 

Ora, tutto questo può forse non significare granché per i leader politici, per coloro che 
usano la forza di masse che ignorano quanto accade. Al sottoscritto importa invece 
parecchio, perché, certo che occorrerà del tempo prima che questi percorsi di pensiero 
risulteranno praticati a sufficienza, fornisce ulteriore supporto di convinzione al suo 
prossimo, forse più difficile ma di sicuro poi non troppo spiacevole, passo: 
l'ecosciopero. 



Danilo D'Antonio 

Laboratorio Eudemonìa
Via Fonte Regina, 23
64100 Teramo - Italy 


http://patti-di-autocontenimento.hyperlinker.org 


NEP V1.1 - 10/06/37