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politiche per la famiglia a costo zero, o quasi



da lavoceinfo.it
17-07-2006

Politiche per la famiglia a costo zero. O quasi
Daniela Del Boca
Chiara Saraceno
Francesco Billari

Prima delle elezioni abbiamo partecipato al dibattito sui programmi relativi alla famiglia. Si discuteva, allora, tra i due schieramenti se fosse meglio riformare il fisco mediante l’introduzione di un quoziente familiare (nel programma del centrodestra), ovvero utilizzare nuove forme di trasferimenti monetari a favore delle famiglie e dei figli, addirittura proponendo l’istituzione di veri e propri baby bonds (nel programma del centrosinistra), nonché la costruzione di tremila nuovi asili nido.
Se la famiglia è stata al centro della campagna elettorale, oggi, forse dando ragione a chi sottolineava il carattere essenzialmente di propaganda delle proposte, non si parla quasi più di tali politiche. La famiglia è tornata a essere quasi esclusivamente un capitolo del dibattito ideologico (che cosa è, chi ha diritto a formarla e così via) e sulle forme di regolamentazione giuridica, piuttosto che delle politiche sociali, nonostante sia stato creato un ministero ad hoc, significativamente senza portafoglio. Anzi, lo "spacchettamento" del ministero del Lavoro e delle politiche sociali in due ministeri con portafoglio (Lavoro e Politiche sociali) e due senza (Famiglia e Politiche giovanili, che si aggiungono al pre-esistente ministero per le Pari opportunità) segnala come non sia ben chiaro al nostro legislatore quanto siano, oggi più che mai, intrecciate le politiche del lavoro, quelle per la famiglia e quelle per le pari opportunità - non solo tra donne e uomini, ma tra gruppi di età, etnie, persone di diversa appartenenza religiosa, o di diverso orientamento sessuale. Spezzettarle in ministeri diversi, e con diversi poteri, di fatto significa frammentare e rendere difficilmente comunicanti e integrati gli interventi.
A ciò si aggiungano le difficoltà di bilancio. Tra i provvedimenti dei primi cento giorni non si intravvede nessuna iniziativa tra le tante promesse, anche se esse ricompaiono in modo esplicito nel Dpef, che tuttavia è, se non un libro dei sogni, certo solo un documento di indirizzo. Da questo punto di vista, sarà importante vedere quanti dei propositi enunciati nel documento inizieranno a prendere forma nella prossima Finanziaria.
In realtà, se ci si mette in un’ottica pragmatica e si allarga lo sguardo al di fuori degli ambiti e degli attori che tradizionalmente sono presi in considerazione quando si pensa a politiche di sostegno alle responsabilità familiari, si possono già fare alcune cose senza costi aggiuntivi (o quasi). Di seguito proviamo a riflettere su tre tipi di politiche, indirettamente o direttamente amichevoli nei confronti delle famiglie.
1. Politiche (indirette) per le famiglie: liberalizzare e semplificare
La campagna di liberalizzazione e semplificazione burocratica lanciata dal premier Prodi e dal ministro Bersani è certamente un esempio importante di politica (indiretta) per la famiglia. Le famiglie sono essenzialmente consumatrici. Come tali traggono vantaggi dal pagare di meno alcuni servizi come quelli assicurativi, o acquistare più facilmente il pane o i farmaci. Soprattutto quelle con una coppia di lavoratori o numerose, sono perennemente in lotta contro il tempo, a causa della difficoltà di conciliare tempi del lavoro e tempi della famiglia o di coordinare i tempi dei genitori e dei figli. Ogni semplificazione burocratica che permetta di risparmiare il tempo speso in code o correndo da uno sportello all’altro (magari potendo permettersi un taxi) è una politica a favore delle famiglie. In questo senso, in effetti, il nuovo Governo sembra partire con misure utili.
Si può fare di più? Certamente. Ad esempio, una liberalizzazione degli orari della distribuzione completerebbe i pacchetti con un’ulteriore opportunità di conciliare i tempi della vita. Occorre in questo caso coordinare le politiche nazionali con quelle regionali e locali. Occorre inoltre far sì che i nuovi orari siano utilizzati per la creazione di posti riservati a lavoratori che scelgano orari non standard, piuttosto che costringendo i lavoratori (che "tengono" spesso famiglia) a turni che renderebbero i tempi di vita problematici.
2. Coinvolgere attori diversi in clima amichevole nei confronti delle famiglie: imprese e scuole
Sulla scia della voglia di "Corporate Social Responsibility" delle imprese, il Governo potrebbe stimolare l’assunzione di misure amichevoli nei confronti delle famiglie, da pubblicizzare adeguatamente. Se le parti politiche hanno parlato molto di famiglia durante la campagna elettorale, evidentemente il tema "tira" sul pubblico generale: perché non stimolare le imprese che potrebbero giovarsi nella propria comunicazione pubblica di essere family-friendly (già alcune, lo fanno, soprattutto quando hanno origine nordica e anche in contesti con sostegno pubblico limitato come gli Stati Uniti)? (1) Stimolare dunque politiche aziendali dell’orario di lavoro, ma anche dell’offerta di servizi, che tengano conto del fatto che il proprio personale ha responsabilità familiari e che interagiscono con le politiche locali in questo settore. Allargare, ad esempio, con la collaborazione e anche il monitoraggio del sindacato, le esperienze di banche delle ore, che consentano ai lavoratori e alle lavoratrici una certa flessibilità nell’orario e la possibilità di scegliere tra essere pagati di più (straordinari) o invece essere pagati in "tempo". Se non si possono costruire i tremila asili nido promessi, si potrebbe continuare a promuovere la costituzione di quelli aziendali – aperti anche alla comunità locale e di buona qualità – enfatizzando il ruolo socialmente utile che rivestono. Gli asili aziendali sono già parte di programmi di "work-life balance" di molte imprese negli Stati Uniti (con una spesa di 1,75 milioni di euro) e Gran Bretagna (80 milioni di euro, più della meta della spesa europea totale). (2) Si tratta di imprese per lo più multinazionali spesso con alto livello tecnologico, che hanno l’esigenza di tenere al lavoro forza lavoro sulla cui formazione hanno investito molte risorse e che non vogliono vedere scomparire dopo la nascita del primo figlio.
Gli asili nido aziendali si stanno diffondendo anche in Italia, soprattutto nelle grandi città del Centro-Nord, nell’ambito di progetti più generali di "work-life balance". In alcuni casi, ad esempio nel progetto I care di Tim, assicurano una copertura oraria dalle 6.30 alle 20.30 (cinque ore in più della media degli asili pubblici). Le imprese che li organizzano per i propri dipendenti sono diversissime: dalle banche alle università. Certo, è più semplice per una grande impresa, che ha una "massa critica" sufficiente. Ma anche le piccole imprese, dove spesso sono occupate le donne, potrebbero consorziarsi tra loro e con il comune per avviare un asilo nido. Si potrebbe pensare a un meccanismo, opportunamente rivisto, come quello della legge 285/1998, che servì da stimolo per la creazione di nuovi servizi per l’infanzia.
Accanto alla questione della cura dei bambini molto piccoli, una collaborazione inter-istituzionale e tra pubblico e privato può affrontare anche i bisogni di cura dei bambini più grandicelli, o quelli che si presentano all’altro capo dello spettro di età. Ad esempio, potrebbero essere fatte conoscere e incentivate iniziative, ancora una volta come I care di Tim, in cui, per aumentare la flessibilità dell’orario e dei congedi, viene intestato ai bambini di meno di otto anni un libretto di assegni tempo (di 150 ore) che i genitori possono "staccare" quando ne hanno necessità. (3)
Le scuole, che sono di fatto il principale servizio, potrebbero essere utilizzate in modo più amichevole nei confronti delle famiglie. Incoraggiando non solo il tempo pieno, ma anche l’allargamento di esperienze già esistenti sull’utilizzo dei locali nelle ore extrascolastiche da parte sia delle famiglie sia di associazioni e altri enti che forniscano servizi (corsi, ma perché no, attività di intrattenimento e cura dei bambini al di fuori degli orari standard).
Le misure di flessibilità oraria pensate per chi ha bambini potrebbero essere allargate anche a chi ha responsabilità di cura verso familiari fragili a motivo dell’età o della malattia, innanzitutto facilitando l’utilizzo dei permessi di legge. Sarebbero anche utili servizi di consulenza e mediazione per affrontare i problemi di questa fase della vita e per essere aiutati a scegliere tra le opzioni possibili (quando ci sono).
3. Razionalizzare i benefici finanziari attualmente in vigore
A parità di spesa, si potrebbero razionalizzare i benefici finanziari a favore delle famiglie: gli assegni al nucleo familiare, gli assegni per le famiglie con almeno tre figli, le detrazioni per figli a carico. Tali misure rispondono a logiche e criteri differenti, quindi producono disuguaglianze non accettabili sul piano dell’equità. A parità di reddito e di composizione della famiglia, infatti, alcune famiglie traggono tutti e tre i benefici, altre – di solito le più povere – solo l’assegno per chi ha almeno tre figli. L’assegno al nucleo familiare, infatti, è pagato solo ai lavoratori dipendenti e assimilati a basso reddito e non entra nell’imponibile. Delle detrazioni familiari possono fruire solo coloro che, individualmente, hanno un reddito sufficientemente capiente. Dell’assegno al terzo figlio possono fruire tutte le famiglie con almeno tre figli minori che hanno un reddito (alla cui formazione non concorre l’eventuale assegno al nucleo familiare) non superiore a euro 21.309,43 per cinque persone.
Se l’accordo su una misura universalistica, quale esiste in quasi tutti i paesi europei, a parità di budget, appare poco probabile per le differenze di impostazione e di priorità anche all’interno dell’attuale maggioranza, si potrebbero unificare i criteri, i modi di calcolo del reddito e della sua progressività e le scale di equivalenza, almeno dei due assegni o addirittura unificarli tout court, di modo da evitare le attuali iniquità, correggere gli effetti perversi degli scaglioni di reddito così come si producono attualmente soprattutto nell’assegno al nucleo familiare e influire in modo più netto sul benessere delle famiglie numerose e in potenziale (o effettiva) difficoltà economica.
Nel farlo, occorrerebbe anche tentare di correggere il potenziale effetto disincentivante del secondo reddito (di fatto, del lavoro delle donne) implicito in ogni trasferimento basato su un test dei mezzi familiari. È non solo in contrasto con gli obiettivi di parità tra uomini e donne e con gli obiettivi di aumento del tasso di attività e occupazione femminile, come hanno rilevato su queste stesse pagine anche De Vincenti e Pollastri. È anche in contrasto con qualsiasi politica di prevenzione della povertà delle famiglie con figli e anche delle donne.
Certo, sarebbe utile avere i dati su chi fruisce degli assegni al nucleo familiare per quali importi, per poter fare una valutazione di chi e quanti eventualmente sarebbero svantaggiati da un’eventuale riforma e viceversa chi e quanti ne trarrebbero benefici. Purtroppo è un dato che sembra impossibile avere dall’Inps, per il modo in cui questa spesa viene richiesta e documentata. Anche questo la dice lunga sulla scarsa attenzione con cui vengono pensate e attuate le politiche di sostegno alla famiglia nel nostro paese.
Nel Dpef si parla, senza entrare nel dettaglio dei tempi e modi, di unificare in un unico strumento – l’assegno per i minori – le detrazioni per i figli e gli assegni, da destinare prioritariamente alle famiglie a reddito medio e basso. Ciò risolverebbe da un lato la questione della incapienza (ovvero del mancato accesso delle famiglie più povere alle facilitazioni di tipo fiscale), dall’altro quello delle iniquità prodotte dalla maggiorazione per i bassi redditi introdotta dal precedente Governo. Dato, infatti, che l’imposta è sui redditi individuali, una detrazione siffatta può produrre iniquità tra famiglie con reddito complessivo identico, ma guadagnato da una piuttosto che due persone. Anche se va tenuto presente che anche in questo caso, in assenza di correttivi adeguati, vi potrebbe essere una forte penalizzazione delle famiglie con due percettori di reddito, quindi del lavoro della donna-madre.

(1) Si veda ad esempio W. Adema, "Babies and bosses", Oecd Observer, May 2005, http://www.oecdobserver.org/news/fullstory.php/aid/1581/Babies_and_bosses.html. Si veda anche il comunicato di Ikea negli Stati Uniti "Ikea U.S. named a 2005 Working Mother 100 Best Company by Working Mother Magazine", http://www.ikea.com/ms/en_US/about_ikea/press_room/press_release/national/working_mother05.html.
(2) Del Boca D., "Dual Careers: public policies and companies strategies" in Women in technology the industrial business, European Commission 2006.
(3) Barbiero F. "Alla Tim, Shatsu in ufficio e lavorare stanca meno" Il Sole-24Ore, 27 giugno 2005