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Bagnoli. "L'amianto che ha ucciso i miei genitori'



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From: Peppe <pulicane at fastwebmail.it>
Date: Sun, 26 Feb 2012 01:47:16 +0100
Subject: Bagnoli

“QUANDO GIOCAVO CON L’AMIANTO CHE HA UCCISO I MIEI GENITORI”

Il racconto di Luisa: “La mia infanzia a Bagnoli. Ora giustizia”

di Luisa Pastore*, “Il Fatto Quotidiano”, 26 feb. 2012

 

Sono figlia dell’amianto. Sono stata concepita alla fine degli anni ‘60, quando mia madre lavorava all’Eternit di Bagnoli. Era entrata in fabbrica nel ‘48, a 17 anni, quando i diritti di una donna incinta non erano tutelati al meglio. Certo, oggi ci sono donne costrette a firmare la lettera di dimissioni ancor prima di essere assunte. Ma 40 anni fa dovevi lavorare e cercare di rendere fino alla fine della gravidanza, anche senza forze. E mamma, nonostante la schiena piegata per otto interminabili ore, le mani che al contatto con l’amianto si ulceravano e gli zoccoli da un chilo ai piedi, continuò incessantemente nella sua attività di cottimista fino quasi al parto. Più tubi prodotti, più premi di produzione.

La mia nascita segnò una svolta decisiva nella vita lavorati-va dei miei genitori. Mamma, con due bambine piccole da accudire, smise di lavorare. Il suo posto lo prese papà, che fino ad allora aveva lavorato in un negozio di frutta e verdura. Per quell’agognato posto fisso, mia mamma dovette rinunciare persino alla liquidazione dopo 21 anni di servizio: fu il prezzo da pagare, il pizzo imposto dall’azienda per quello scambio. Un palese ricatto, al quale, per ignoranza ma, soprattutto, per esigenza, si cedette senza batter ciglio. Il peggio, però, doveva ancora arrivare: nessuno sapeva che quella sarebbe stata la loro tomba. Un cimitero di diritti, prima ancora che di esseri umani.

Quante volte abbiamo calpestato, inconsapevoli, quei suoli ammorbati dalla “fibra-killer”. Ricordo, come fosse ieri, quando andavamo allo “spaccio aziendale”, dove potevano entrare solo gli operai e le loro famiglie. Pensavamo di essere privilegiate. Andare a fare acquisti lì era come andare alle giostre: ti riempiva di gioia il cuore. C’era un odore di buono nell’aria, che non lasciava presagire il peggio. Si acquistavano pasta, biscotti e leccornie varie mentre si aspettava, ansiose, l’uscita di nostro padre dalla fabbrica per mostrargliele.

Quanti ricordi. Come la Festa dei Lavoratori, quando si aprivano addirittura i cancelli dello stabilimento a tutti noi. Era eccitante l’idea di visitare i luoghi dove i nostri genitori avevano trascorso buona parte della loro vita, era quasi come una scampagnata. Nostro padre ci accompagnava, fiero, nel reparto “materie prime”, il “suo reparto” diceva. Ci mostrava come sollevava i sacchi d’amianto di cinquanta chilogrammi, che nei turni di notte diventavano il suo giaciglio durante le pause. Con un taglierino li squarciava e sversava nelle impastatrici la miscela di vari tipi di amianto. Colori che andavano dall’azzurrino cielo al grigio piombo, beffarda metafora della sua vita lavorativa. Il fatto che tutta la catena partisse da un suo gesto, lo inorgogliva tantissimo. E noi con lui. Incoscienza, penserà qualcuno. Facile dirlo oggi: nessuno di noi sapeva, tanto meno i nostri genitori, che hanno pagato con la vita. Nessuno di noi poteva immaginare quanto fosse rischioso persino lavare la tuta blu di papà. La prima operazione da fare era svuotare le tasche da quelle pallottoline di amianto grigio. Era consuetudine trovarne finanche tra i capelli o nelle orecchie di Papà, un’incosciente e ingenua “caccia al tesoro” per noi ragazzine che saltavamo sulle sue gambe al ritorno da lavoro. Come altre figlie dell’amianto, come noi.

Solo quando, nel 1986, la fabbrica chiuse definitivamente, cominciammo a capire qualcosa. Conoscemmo questa parola ignota, asbestosi, anche se a lungo i referti dei miei genitori parlavano solo di “accentuazione del disegno polmonare”. Sono morti entrambi pochi anni dopo: mio padre, nel 1993, di cancro; mia madre nel 1995. Si è spenta tra le mie braccia, soffocando lentamente. Puoi essere credente o meno ma sfido chiunque, nel momento del trapasso, con la piena lucidità, a non essere terrorizzato. Quello stesso terrore che per molte, tante volte, ho desiderato invano di cogliere negli occhi dei responsabili di tutto questo. La mia voglia di vendetta, oggi, è solo sete di Giustizia. Una giustizia che credevo di ricevere dalla sentenza emessa il 13 Febbraio scorso. Ma è stato così solo in parte: i responsabili, i mandanti della morte dei miei genitori, sono stati condannati, certo. Ma per noi, vittime di Bagnoli, non ci sarà risarcimento “per avvenuta prescrizione”.

Difficile trasmettere le sensazioni: incredulità, delusione, senso di impotenza. Ma la mia battaglia non è conclusa. Lo devo ai miei genitori, a mia sorella, che, ogni volta che sento tossire e ansimare per la patologia polmonare da cui è affetta, mi rinnova il ricordo delle sofferenze atroci dei nostri genitori. Lo devo a me stessa, che da anni lotto con due forme tumorali e vivo nella consapevolezza che il male possa ritornare da un giorno all’altro. Lo devo a mio marito e a mio figlio. Lo devo alle tanti colleghe e i tanti colleghi che hanno condiviso coi miei genitori anni di lavoro e di sofferenza.

Per questo ho deciso rivolgere il mio appello direttamente al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. A lui, come capo del Consiglio Superiore della Magistratura, chiedo di vigilare sui tempi e sulla corretta esecuzione di questo processo. Una sentenza, caro Presidente, che a chi come me è segnata da questa drammatica esperienza di vita quotidiana, appare ogni giorno che passa sempre più come un provvedimento che crea una palese disparità di fronte alla Legge. Le nostre vite, quelle degli abitanti della sua città, del suo ex collegio elettorale, valgono meno di quelle di Casal Monferrato? La sicurezza sul lavoro, di cui lei – cosa che mi inorgoglisce da cittadina italiana – è fiero paladino, ha forse una declinazione geografica ? È possibile che i miei genitori e, con loro, centinaia di compagni di sventura, dopo essere stati “uccisi sul lavoro” debbano, ovunque siano ora, rimpiangere di non essere stati capaci di rinviare il proprio appuntamento con la morte? Infine, caro Presidente, Le chiedo di vigilare fino in fondo sulla bonifica di tutta questa area. Perché, sulla speranza che i nostri figli possano camminare per strada o correre sui prati senza rischiare di ammalarsi il sipario della prescrizione non cala mai. Faccia qualcosa, glielo chiede una figlia dell’amianto.