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[Ecologia] Premio Attila 2015. Vince il Tribunale di Alessandria. Aveva ragione Umberto Eco. Smentito il Papa.



Medicina democratica

Premio Attila Alessandria 2015

 Ad imperitura memoria dei nostri figli peggiori

 

Si interrompe la saga della corte dei Gavio trionfante con i Premi Attila Marcellino Gavio, Fabrizio Palenzona e Bruno Binasco.  Non ha potuto per regolamento concorrere di nuovo il Premio Attila Angelo Riccoboni pur beneficiando una selva di voti (nulli).  Il premio Attila Carlo Cogliati è uscito di classifica probabilmente per effetto della sua assoluzione al processo Solvay. Una delle due: o il nostro Premio era sbagliato oppure la Sentenza della Corte di Assise è sbagliata. La seconda delle due: ha sentenziato l’opinione pubblica. La quale nel voto ha tenuto conto anche dei processi Michelin, Amag, Fabbricazioni Nucleari, Lazzaro, Italsider Ilva, Sindaco, oltre che Solvay.  Dunque, per la prima volta non vince un singolo bensì un soggetto collettivo: 

 

Vince il Tribunale di Alessandria.

 

Che riceverà solennemente l’ambito trofeo alla prossima inaugurazione dell’anno giudiziario.

 

In “Ambiente Delitto Perfetto, quale emblematico epicentro giudiziario del libro avevamo scelto Alessandria perchè non si è fatta mancare nulla di inquinante: amianto, nucleare, gomma, chimica, tav, smog, schiavismo e ne attendevamo appunto nel 2015 le sentenze. Insomma ci eravamo posti l’angoscioso storico quesito: il Tribunale di Alessandria si rivelerà meno grigio della città e della popolazione di Alessandria? Ovvero: chi aveva ragione fra Umberto Eco e il papa Alessandro III? L’autoritario pontefice nove secoli fa aveva incensato la città col suo nome: “Deprimit elatos levat Alexandria stratos”, Alessandria umilia i superbi ed esalta gli umili. Il concittadino semiologo invece aveva un secolo fa irriso il motto papalino, donato sullo stemma del municipio, tramite una bolla altrettanto papale diventata abusato luogo comune: “Nulla di nuovo tra il Tanaro e il Bormida”.  Niente di clamoroso ed eccellente, che meno di modesto, di più che incolore puoi aspettarti da Alessandria. Il grigio.  80 mila sfumature di grigio (80 mila abitanti).  D’altronde Eco non si è neppure fatto seppellire ad Alessandria, di cui apprezzava solo la tradizionale “bellecalda”, una farinata di ceci.

 

In “Ambiente Delitto Perfetto” Alessandria è città bistrattata, poco amata dagli autori, non lo nascondiamo. Anche Napoleone preferì conquistare l’Italia poco distante, attorno al villaggio di Marengo con la battaglia del 1800. Cosa resta di Bonaparte? Un’anteriore arco poco trionfale e molto scalcinato, ricette di “pollo alla Marengo” e di “polenta alla Marengo” (un dolce), alcune note nella Tosca di Giacomo Puccini, un platano di 40 metri detto “platano di Napoleone”. Il sobborgo Mandrogne è sempre stato più conosciuto del capoluogo, tant’è che nel mondo (del commercio) gli alessandrini sono sempre stati chiamati “mandrogni”, sinonimo anche di furbi. Perfino assenti le case di terra cruda, le trunere, caratteristica della Fraschetta. Neppure il marchio Borsalino è riuscito a conservarsi, la ciminiera simbolo della città è stata atterrata come già il duomo e le piazze dai doppi nomi, e poi il ponte, anzi i ponti, e poi il teatro, anzi i teatri. La furia demolitrice soccorre ad eliminare tutto ciò che involontariamente emerge dalla nebbia. Eppure Alessandria ebbe un momento di gloria, uno in tutta la sua storia. Proprio alla sua nascita. Nel 1176 Federico Barbarossa fu bloccato e sconfitto nell’assedio dell’acquitrino di Alessandria, borgo galleggiante di paglia, da una banda di straccioni armati delle proprie armi di lavoro, ovvero dalla furbizia del pastore mandrogno Gagliaudo che riempì la pancia della mucca con l’ultimo sacco di grano superstite per farsi catturare e far credere all’imperatore assediante che in città le provviste erano talmente abbondanti da soddisfare perfino gli animali. E’ grazie alla battaglia di Alessandria, e non alla successiva di Legnano, che Federico II fu sconfitto. Tutta una leggenda? Probabilissimo, come quella del patrono, san Baudolino, che in città neppure mise piede e preferì predicare alle oche longobarde nelle campagne, in compagnia probabilmente di Gelindo, maschera teatrale di pastore che i frati tutti gli anni mettono in scena per sfiorare la satira.

 

Gagliaudo, Baudolino e Gelindo sono più conosciuti e apprezzati -è tutto dire- di alessandrini realmente esistiti. Come Sibilla Aleramo, grande scrittrice e poetessa italiana, femminista ante litteram. O come Virginia Marini, corteggiata dal vate Gabriele D’Annunzio e insegnante all’Accademia di Santa Cecilia, che calcò le scene dei più importanti teatri ottenendo successi e fama pari a Eleonora Duse e Sarah Bernhardt, ma che ha visto demolito il teatro locale a lei intitolato. O, nemo propheta in patria! come gli autori di “Ambiente Delitto Perfetto”, seconda edizione, 518 pagine, sottoscrizioni interamente devolute a No Tav e Ricerca mesotelioma.

         

Ad ogni modo, le sentenze del Tribunale di Alessandria hanno dato ragione a Umberto Eco.

 

Sentenza Solvay

 

La sentenza che ha più scandalizzato è relativa al Processo Solvay: la Corte di Assise ha chiuso l’anno emettendo l’ennesimo ingiusto verdetto. Deludente e preoccupante. Deludente per le parti civili vittime dell’ecocidio che esigeva condanne e risarcimenti severi. Preoccupante per gli abitanti della Fraschetta, consapevoli che soltanto una costosissima bonifica del territorio avrebbe potuto scongiurare un futuro di indagini epidemiologiche con sempre più morti e malattie. Deludente e preoccupante anche per i Movimenti italiani, considerando che la presidente della corte Sandra Casacci è contemporaneamente anche la nuova presidente del Tribunale. La sentenza infatti è stata opportunamente collocata in “Ambiente Delitto Perfetto fra le tante a definire che “non esiste giustizia in campo ambientale”, con tanta pace per innumerevoli comunità italiane che proprio dalla Magistratura di Alessandria attendevano una coraggiosa inversione di tendenza ai processi che hanno scandalizzato l’universo ecologista per la loro sostanziale impunità tramite la derubricazione dei reati dal pesante dolo alla lieve colpa e le prescrizioni, per non dire delle assoluzioni. Dopo la melina di 8 anni di udienze, contiamo assolti i 4 imputati principali “perché il fatto non sussiste” e gli altri 4 minori (38 erano gli iniziali) condannati a lievi pene, per colpa. Condanne di 2 anni e 6 mesi invece che di 18 anni, risarcimenti in proporzione ma perfino a chi (Comune, Provincia ecc.) si merita tutt’altro. Bonifica nel libro dei sogni.  La bomba ecologica di Spinetta Marengo equiparata… ad incidente per attraversamento con il rosso. Tra le tante prove provate, alla giuria ne bastava una per condannare per dolo: il cartello “acqua non potabile” era apposto solo nei bagni dei dirigenti, nulla sapevano per decenni lavoratori e cittadini. E invece: non dolo cosciente ma involontarietà della colpa.  Facile la prescrizione. I potenti vertici assolti: estranei all’avvelenamento doloso delle falde e all’omessa bonifica. I condannati per semplice colpa: non ne erano consapevoli... anche se avevano cercato di nasconderne le prove (con i vertici). Le tonnellate di prove provate del PM: carta staccia. Vittime della sentenza: le parti civili morte e ammalate e gli abitanti inquinati del territorio, nonché il mondo ambientalista disarmato. Vittima la Giustizia insomma.

 

 

Solvay ha subito cercato di approfittare della sentenza riproponendo, come solenne truffa mediatica dei giornali compiacenti, sperimentazioni universitarie spacciate per progetto di bonifica. Medicina democratica ha sfidato multinazionale e università alessandrina (lettera aperta al prof. Domenico Osella, ignorata dai giornali) ad un confronto scientifico e pubblico, a cui esse si sottraggono. I termini della nostra opposizione sono ampiamente contenuti nel libro “Ambiente Delitto Perfetto”, che riassumiamo. La nostra obiezione principale: i veleni tossici e cancerogeni che dai terreni colano in falda profonda sono 21, e non il solo cromo esavalente. Per 20 la sperimentazione si affiderebbe a radici di felci… che succhierebbero i veleni. Ridicolo, non vale la pena di commentare. Per il cromo esavalente l’unica soluzione sarebbero, secondo Solvay, “agopunturine” di ditionito di sodio nelle natiche di un milione di metri cubi di veleni, escludendo peraltro la base degli impianti. In otto punti abbiamo dimostrato dal punto di vista scientifico che il metodo “annaffiatoio” è assolutamente inappropriato e inefficace, giammai da premio Nobel per la chimica ad Osella. Inoltre la “sciacquatura” è clamorosamente limitata all’interno di parte dello stabilimento, esclude la Fraschetta. Progetto fasullo, ma serve per prendere tempo, alle calende greche. Fasullo, ma certamente costa 100 volte in meno della nostra complessa proposta che rispetta le prospettazioni a monte e a valle della fabbrica rivendicate dal Ministero dell’Ambiente al processo: costituire una Commissione scientifica internazionale che studi l’asportazione definitiva dei veleni dal territorio. I terreni avvelenati vanno trattati in impianti dentro la fabbrica, dunque in piena sicurezza esterna. E con incremento occupazionale per un complesso chimico che resta pur sempre “una gallina dalle uova d’oro”.

 

Sentenza Amag

 

Se è giusta quella di Solvay, è ingiusta quella per l’ex presidente Lorenzo Repetto. Ci dovrebbe essere una proporzione nelle pene. Gli imputati della multinazionale (avvelenamento doloso della falda: 18 anni di reclusione) con tanto di parti civili morti e ammalati hanno (alcuni, neppure tutti) preso 2 anni e 6 mesi. Mentre Repetto 2 anni e 10 mesi... per aver fatto la cresta sui rimborsi chilometrici! Nessun pietismo per il braccio destro del sindaco Piercarlo Fabbio, anzi, fosse per noi saremmo più pesanti. Però che dire della sentenza Solvay, anzi meglio non dire altro.

 

Sentenza Michelin

 

Per la lettura della sentenza la giudice Milena Catalano, ha impiegato una manciata di secondi assolvendo i cinque ex dirigenti accusati di lesioni colpose gravissime per 20 casi di malattia professionale e di omicidio colposo per la morte di 6 operai (cancro vescica, polmone, stomaco e morbo di Hodgkin ecc,) riconducibili alle sostanze del ciclo produttivo degli pneumatici attuato a Spinetta Marengo: anilina, ammine aromatiche, N-Nitrosammina, orto-toluidina, amianto, idrocarburi, presenti sia nell’aria (e quindi inalate) sia disciolte in solventi che gli operai  manipolavano Per la difesa il responsabile era la sigaretta, anche per i non fumatori (fumo passivo). Il procedimento odorava da tempo di prescrizione, in qualche caso già scattata, in altri non troppo lontana. Proprio a causa di un iter processuale complesso e macchinoso, lacunoso per balbettanti e generici studi epidemiologici e per inattendibili campioni di analisi prelevati direttamente dall’imputato Michelin, la pubblico ministero Marcella Bosco, subentrante al PM onorario Luisa Antonini, era stata comunque costretta a chiedere ulteriormente l’integrazione della lunga istruttoria dibattimentale con nuovi più esaustivi approfondimenti. La sentenza invece ha assolto tutti “perché il fatto non sussiste”. Per la Michelin di Spinetta Marengo la storia di malagiustizia ripete altri procedimenti penali, per fatti analoghi: c’erano stati un «non luogo a procedere», una sentenza di assoluzione, un’archiviazione. I famosi avvocati l’avevano sbandierato ai quattro venti che erano strasicuri di vincere anche questa volta.

 

La multinazionale francese è abituata ad entrare e uscire sempre indenne dal Tribunale di Alessandria. Colpa delle sigarette: è la stessa tesi che fu sostenuta contro il PM Raffaele Guariniello nel processo di Torino. Ma a Torino ci fu la condanna. Perché ad Alessandria no e in altre aule di giustizia sì? Il perché lo spiega “Ambiente Delitto Perfetto”. L'inchiesta era stata aperta su segnalazione di Inail e Asl. L’indagine epidemiologica aveva evidenziato che dal 1972 al 2007 su 3.000 dipendenti ben 284 erano morti per tumore. Addirittura disaggregando qualche dato, ad esempio esaminando i dati Istat (come fatto dal dossier di Medicina democratica) sulle “cause di morte 1970-90 Michelin di Alessandria”, è clamoroso notare che sul totale di 112 decessi Michelin ben 53 sono dovuti a tumori: 47,4%, mentre la percentuale in Piemonte è 31,5%. Secondo l’ASL 20, relativamente al periodo ’92-’97, i decessi per tumori sul totale decessi sale per Michelin al 50%. Un lavoratore su due. Eppure Guariniello, sulla base dei casi segnalati per lo stabilimento di Torino-Dora dall'Osservatorio sui tumori professionali da lui istituito, già nel lontano fine secolo scorso aveva rinviato a giudizio e fatto condannare per omicidio colposo plurimo e lesioni personali colpose i dirigenti della Michelin. Ad Alessandria il processo avviato da CGIL invece si insabbia. L'intervento di Lino Balza su Il Piccolo è del 20/2/98 e ha il merito (la colpa, secondo Michelin) di far riesplodere quell'interessamento ormai sopito che aveva infiammato l'opinione pubblica e soprattutto rischia di dare una scossa alla Magistratura che aveva dimenticato i provvedimenti penali nei cassetti. Michelin querela Balza per diffamazione, con risarcimento miliardario. Per Michelin la querela, al responsabile di Medicina democratica noto da trent'anni per le sue battaglie per la salvaguardia dell'ambiente e la tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini, si rivela un boomerang. Riaccende i riflettori. Il sindacato riprende le denunce pubbliche. Michelin al centro dell'allarme ambientale e sanitario della Fraschetta. Medicina democratica e Comitati rincarano la dose e presentano in magistratura un altro esposto, 5.000 cittadini a loro volta singolarmente firmano con le proprie generalità 5.000 esposti presentati anch'essi alla Magistratura. Interrogazioni regionale e parlamentare per la costituzione di commissione di indagine. Michelin ritira la querela. Peccato, Medicina democratica aveva preparato un Dossier di mille pagine. (Consultare il blog  http://medicinademocraticaalessandria.blogspot.it). Riprende con lentezza il procedimento penale a seguito della denuncia CGIL in merito ai reati contestati a sei dirigenti Michelin di Spinetta Marengo "per avere per colpa consistita in negligenza, imprudenza e imperizia, ed in particolare inosservanza delle norme sull'igiene del lavoro, cagionato la morte di dieci lavoratori "nonché lesioni personali gravissime" ad altri sei. Medicina democratica purtroppo non è parte civile e non può presentare il dossier. Nel febbraio 2010 il processo si conclude con un nulla di fatto. Contemporaneamente si avvia nuovo processo, quello appena concluso.

 

Sentenza smog.

 

Ci sono processi molto meno complessi di quello Solvay, eppure… L’archiviazione-prescrizione-assoluzione del Gip Paolo Bargero impedisce addirittura l’avvio, a carico del sindaco di Alessandria, del procedimento penale promosso ben 9 anni prima da Medicina democratica con denuncia per omissioni di atti di ufficio nella tutela della salute pubblica. Viene così rilasciata licenza di impunità a tutti i sindaci presenti e futuri, che è anche la condanna ai cittadini di ammalarsi e morire per lo smog urbano. L’escamotage del PM Giancarlo Vona, nel chiedere l’archiviazione, è consistito nel sostituire come capo di imputazione l’art. 328 (omissione di atti di ufficio), che prevede la reclusione, con l’art. 674 (getto pericoloso di cose) che prevede la contravvenzione pecuniaria. Il Gip, dopo nove anni, appena subentrato alla collega che aveva invece accolto le richieste di Medicina democratica di supplementi di indagini, non ha neppure letto l’esposto basato sull’art. 328, si è risparmiato la lettura del volume di documenti e perizie, e ha ordinato l’archiviazione per prescrizione. In “Ambiente Delitto Perfetto” è istruttivo mettere a confronto la striminzita paginetta del Gip con le 11 pagine A4 dell’opposizione di Medicina democratica all’archiviazione chiesta dal PM, in aggiunta alle 90 dell’esposto e successivi supplementi e integrazioni. Dalla lettura, si possono cioè liberamente valutare le competenze giuridiche del querelante (che non è avvocato) e dei giudici (che sono dottori in legge). Mentre è interessante interrogarsi sulle competenze scientifiche, che richiamano l’insistenza di Raffaele Guariniello affinché siano istituite nell’ambito dei tribunali specializzazioni in materia di ambiente e salute, nonché una procura nazionale per i reati ambientali. 

  

Sentenza Fabbricazioni Nucleari

 

E’ del Consiglio di Stato al quale ci siamo “affidati” grazie a una entusiasmante sottoscrizione popolare, in quanto la Procura di Alessandria, di fronte al nostro esposto denuncia, si nascose dietro il dito del Tribunale amministrativo. Con la complicità di maggioranze e opposizioni del Comune di Bosco Marengo, della Provincia di Alessandria e della Regione Piemonte, il Ministero dello Sviluppo Economico aveva emesso (2008) un decreto che avrebbe autorizzato la demolizione dell’impianto di fabbricazione di combustibili nucleari di Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo e la conseguente costituzione di un deposito di rifiuti radioattivi: definito “temporaneo” ma a tempo indeterminato e in luogo assolutamente inidoneo allo scopo, cioè non sicuro. Perciò, oltre all’annullamento del procedimento di disattivazione, il ricorso contro Sogin chiedeva, con istanza cautelare, di sospendere immediatamente l’esecuzione del procedimento impugnato. Richiesta già formulata d’urgenza alla Procura. Per noi si trattava di impedire con urgenza la costruzione, già di per sé immediatamente rischiosa per lavoratori e territorio, di un insicuro deposito di scorie nucleari da stoccarsi pericolosamente (attentati, terremoto, falde acquifere ecc.) almeno fino al 2020 secondo la Regione e secondo la Sogin per un periodo del tutto indeterminato. Senza ipocrisie: sarebbe stato un deposito definitivo. Dove tombare in un indifeso capannone centinaia di fusti radioattivi vecchi e nuovi. In un sito assolutamente inidoneo neppure per uno stoccaggio temporaneo: sia per le condizioni antropiche del territorio (densità popolazione) sia per le caratteristiche geomorfologiche del terreno (sismico, con falde), come dimostrerebbero agevolmente le (omesse) indagini geotecniche e il (mancato) assoggettamento alla valutazione di impatto ambientale VIA.

 

 La costruzione del deposito temporaneo ovvero definitivo, cioè del capannone,  doveva essere preceduto dallo smantellamento dell’impianto nucleare esistente di Fabbricazioni Nucleari, di trattamento condizionamento-stoccaggio di materiali radioattivi, con sversamento degli stessi nell’ambiente sia sotto forma di effluenti liquidi (l’esondabile rio Lovassina) sia di effluenti aeriformi, con gravissimo pericolo per il territorio circostante e per l’incolumità della salute pubblica delle generazioni presenti e future. In alternativa, noi sostenevamo che l’impianto doveva essere mantenuto in “custodia protettiva passiva”, alla quale per legge era obbligata la Sogin: in sicurezza come era avvenuto fino ad allora, in sollecitata attesa dell’individuazione dellidoneo deposito nazionale previsto dalla legge dove confluire le scorie di Alessandria e degli alti impianti italiani, cioè con il rilascio del sito esente da vincoli di natura radiologica, prato verde, senza deposito. La pronuncia del tribunale amministrativo per Fabbricazioni Nucleari doveva inoltre diventare, nelle nostre intenzioni, un precedente valido per tutto il territorio nazionale. Se a noi favorevole, ad essa si sarebbero potuti appellare tutti i siti italiani che hanno ereditato i rifiuti nucleari delle centrali dismesse (Trino, Saluggia, Casaccia ecc.). La sentenza avrebbe messo in discussione l’intera strategia nucleare del Governo (come affermato dallo stesso): il che spiega sia il ritardo di 7 anni del pronunciamento del Consiglio di Stato sia l’esito negativo. C’è stato un uso politico della giustizia: dimostra “Ambiente Delitto Perfetto”.

 Infine, dal tribunale di Alessandria almeno attendiamo interventi, tra cui indagini epidemiologiche e indagini idrogeologiche, come da noi richiesto, dopo il nostro esposto del 2014 per i bidoni radioattivi sotterrati.

 

Sentenza Lazzaro Mauro e Bruno

 

Altro episodio che si aggiunge a quelli illustrati sul libro “Ambiente Delitto Perfetto”. Vi ricordate dei braccianti schiavi a due euro all’ora dell'azienda agricola Lazzaro di Castelnuovo Scrivia che per due anni non hanno percepito retribuzioni, né TFR, né ferie, né straordinari, né festivi, né mancato preavviso, dopo essere stati licenziati con un cartello appeso ad un palo della luce? Ebbene, a parte la brutalità e la discriminazione razziale che hanno fatto parlare anche le cronache nazionali, rispetto al contenzioso economico, di cui ai conteggi contrattuali e ai ricorsi fatti dalla Cgil, le domande legittime dei lavoratori sono state finora rigettate dal giudice del Lavoro di Alessandria! Da quattro anni gli schiavi chiedono giustizia Tra l’altro i Lazzaro sono già stati condannati a multe salatissime elevate dall’Ispettorato del Lavoro e passate a sentenza, già trasmesse all’INPS, per evasione contributiva e fiscale a danno dei lavoratori. Conclude il “Presidio permanente di Castelnuovo Scrivia”: “Andremo avanti, ricorreremo in appello, e se non basta anche in Cassazione, raccoglieremo aiuti con la solidarietà e con il contributo di tutti i cittadini onesti a cui sta a cuore il mondo del lavoro salariato. Attendiamo anche di vedere cosa accadrà con le prossime cause civili e, soprattutto, con il procedimento penale pendente sui Lazzaro. Dovete sapere che questa è la battaglia, non dei 40 braccianti marocchini dell’azienda agricola Lazzaro ma è la battaglia di tutti i lavoratori a difesa dei propri diritti e della propria dignità!” Consideriamo che anche in molte altre aziende agricole della zona sono praticate condizioni di lavoro non solo di grave sfruttamento ma anche di vera e propria riduzione in schiavitù.

 

Sentenza Italsider Ilva

 

Sono stati sufficienti cinque minuti alla PM Annamaria Fornari per chiedere l’assoluzione dei cinque dirigenti dell’Ilva ex Italsider di Novi Ligure accusati di omicidio e lesioni colpose dalle vittime dell’amianto blu, crocidolite, con un potenziale cancerogeno di 500 volte più elevato del crisolito.

Dal lontano 2009 si erano succeduti diversi magistrati, così che la subentrante giudice Stefania Nebiolo Vietti ne ha condannato uno a tre mesi con la condizionale, due i prescritti, e due i deceduti. Dei cinque il più “giovane” ha 83 anni. Per dire quanto è veloce, e giusta, la giustizia.  Il verdetto è stato emanato sulla base di una sola inaffidabile perizia frutto, secondo gli avvocati di parte civile, dei pregiudizi che il consulente insegue, al punto da ignorare la reale presenza dell’amianto in fabbrica e le testimonianze “non scientifiche” degli operai, addirittura che non esiste una soglia minima di fibra sotto la quale non ci si possa ammalare di mesotelioma.

Su “Ambiente Delitto Perfetto” questa sentenza conclude una lunga sequenza di sentenze amianto, tra cui la più vergognosa quella dell’Eternit di Casale Monferrato.  

 

I candidati sconfitti

 

Anche quest’anno, al secondo posto del Premio Attila troviamo Maria Rita Rossa, sindaca di Alessandria, PD. Detta l’eterno secondo, come Gaetano Belloni. Belloni era un fuoriclasse ma davanti trovava Costante Girardengo, il campionissimo.

 

Rossa da anni ci sta tentando di vincere. Eppure nel suo curriculum in continuo arricchimento enumera il Comune in dissesto che taglia i dipendenti, lo spreco di milioni di euro per un ponte inutile e faraonico, la non realizzazione dell’Osservatorio ambientale e dell’Indagine epidemiologica della Fraschetta, il feeling con Solvay e il Premio Attila Carlo Cogliati, la solidarietà e l’aiuto al Premio Attila Angelo Riccoboni e alle sue contestatissime discariche sopra le falde, la nomina al vertice di Slala del Premio Attila Bruno Binasco braccio destro e parafulmine dei Gavio.

Soprattutto ha conseguito l’ultimo posto in classifica nazionale sindaci (Il Sole24Ore) di gradimento dei concittadini. Vi ha aggiunto il viaggio a Genova allo stadio di Marassi, in auto e autista a spese del Comune, per assistere al Tim Cup Genoa Alessandria. Niente di paragonabile con l’Airbus A340-500 di Matteo Renzi. E neppure con le creste di carburate Amag di Lorenzo Repetto e con i riffa raffa di Maurizio Grassano pluricondannato e ovviamente onorevole.

 

La sindaco meno amata d’Italia (dunque destinata in parlamento) ci riproverà al Premio Attila 2016, e tra gli amministratori locali già si profilano le concorrenze di Massimo Berruti (Tortona, Forza Italia), Paolo Lantero (Ovada, PD) e Davide Sandalo (Casale Monferrato, PD).

 

Si riproporranno probabilmente anche gli altri sconfitti 2015: Claudio Lombardi assessore ambiente Comune di Alessandria, Gianfranco Gazzaniga sindaco Bosco Marengo, Bruno e Mauro Lazzaro cascina di Castelnuovo Scrivia, Angelo Riccoboni discarica Sezzadio, Alessandro Guarini, direttore Tazzetti Casale Monferrato. In più c’è una folta schiera di giornalisti che stanno scalpitando.

Messaggio di pace e salute inviato a 14.965 destinatari da Barbara Tartaglione  b.tartaglione at tiscali.it

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