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[Ecologia] R: R: R: "La guerra all'Isis durerà 30 anni",poi finirà l'era del petrolio.....



Gent. Ezio,

certo che si può fare col sole della Sicilia e io la faccio e però d’inverno non è sufficiente e penso anche a quanta se ne può fare col sole dell’Africa e, in sogno, vedo l’Africa piena di pannelli solari e maggiore e più diffuso benessere per quelle popolazioni. Il mio sogno, la mia utopia, è una più equa distribuzione delle risorse della terra tra i sette miliardi di persone viventi sulla faccia della terra.

Allego un altro mio articolo.

Ciao e grazie per la domanda.

Ciccio

 

La moltiplicazione dei pani e dei pesci

Gesù Cristo contro Mario Monti

 

Giovanni 6, 5-15. E levando Gesù gli occhi, e vedendo la gran folla, che era venuta a lui, dice a Filippo: «E dove compreremo noi dei pani affinché costoro abbiano di che mangiare?». E questo diceva per metterlo alla prova, ché quanto a lui già sapeva che cosa stava per fare. Gli risponde Filippo: «Duecento denari di pane non bastano per essi, in modo che ciascuno ne abbia un qualche poco». E un altro dei suoi discepoli, Andrea, gli dice: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma cos’è mai questo per tanta gente?» Disse Gesù: «Fateli adagiare». E c’era molta erba in quel luogo. Si adagiarono adunque gli uomini in numero di quasi cinquemila. [E si adagiarono a compartimenti di cento e di cinquanta. Marco 6.40]. Prese allora Gesù i pani, e, rese grazie, li distribuì alla gente seduta, e lo stesso fece dei pesci quanti ne volevano. E quando furono sazi, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i frammenti sopravanzati, affinché nulla si perda». Li raccolsero essi e riempirono dodici canestri dei frammenti dei cinque pani d’orzo avanzati a quelli che avevano mangiato. Quella gente allora, veduto il prodigio operato da Gesù, dicevano: «Questi è davvero il Profeta, che deve venire nel mondo». E Gesù accortosi che stavano per venire a rapirlo e farlo re, tutto solo si ritrasse di nuovo sull’altura.

Dove compreremo noi dei pani affinché costoro abbiano di che mangiare? E costoro non sono i cinquemila del racconto evangelico, sono sette miliardi. Tanti siamo le persone sulla faccia della terra. Sette miliardi di bocche e di pance. Quanti duecento denari ci vorranno per dare da mangiare a tutti? Se Gesù avesse lasciato fare a Filippo, questi avrebbe procurato i duecento denari per darne un qualche poco e poi magari ne avrebbe preso in prestito altri duecento per darne un altro poco e poi, per pagare il debito, avrebbe stampato carta moneta e poi altro debito e altro debito ancora e avrebbe continuato a far felice. . . far felice?!. . . a riempire la pancia alla gente finché sto giro di carta falsa avrebbe retto. Ma non può reggere a lungo e viene il momento di porre rimedio. Ecco che scende in campo Mario Monti, il PROFESSORE, che provvede, intanto, a stringere la cinghia a chi ha fame e poi la ristringe di nuovo, sempre a chi ha fame, per procurare altri duecento denari per avviare la crescita perché, predica, senza crescita non si mangia. Ma che crescita? La crescita economica. Crescita economica. . .? e che è? crescita di che, di che cosa? del debito? delle armi? degli sprechi? dei morti di fame? dei precari? del consumo di petrolio? delle auto in circolazione? dei telefonini? se il petrolio da trasformare è quello che è e se India, Cina e Brasile e anche il Ruanda crescono, come facciamo a crescere pure noi? c’è qualcuno che l’ha capito? io assolutamente no! Forse una bella guerra mondiale potrebbe servire alla bisogna: un po’ di gente si occupa nella produzione delle armi, un altro po’ nel fare la guerra e un altro bel po’ si toglie dal mercato mandandolo a miglior vita e l’economia cresce e magari si raggiunge la piena occupazione. Forse è la soluzione, chi lo sa?!

Per capire queste cose forse bisogna essere PROFESSORI e io non lo sono. Forse non lo era neanche Gesù che, infatti, non pensò di trafficare con i denari ma semplicemente rese grazie e distribuì i cinque pani e i due pesci e ce ne fu per tutti. E sicuramente non fece neanche parti uguali perché nel racconto c’è scritto che quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare donne e fanciulli. La precisazione può indicare che donne e fanciulli avessero mangiato di meno. Ed è anche naturale.

Non era PROFESSORE ma era Dio e ha moltiplicato i pani e i pesci. . . E dove è scritto? L’episodio è riportato in tutti e quattro i vangeli e in nessuno c’è scritto della moltiplicazione. C’è nel titolo del capitolo ma quello l’avranno messo dopo. E non si parla di moltiplicazione neanche nel secondo episodio, riportato solo nei vangeli di Matteo e Marco, quando i pani furono sette e pochi pesciolini. In tutti c’è scritto che rese grazie (o levati gli occhi al cielo pronunziò la benedizione) e distribuì i pani. E ce ne fu per tutti. Non c’è scritto da nessuna parte che prima li moltiplicò e poi li distribuì. Non fece come vuole fare Mario Monti: prima la crescita, la moltiplicazione, la ricchezza e poi la distribuzione dei pani. Il messaggio del racconto evangelico mi pare chiaro anche per la scansione dei quattro momenti: a) Gesù vede, sottolineo vede, ascolta, accoglie la folla; b) distribuisce quello che c’è, né di più né di meno; c) non solo ce n’è per tutti, ma, dei cinque pani, ne sopravanzano dodici canestri di frammenti; d) Gesù li fa raccogliere affinché nulla si perda. Immagino come si comporterebbe Gesù davanti alla gran folla dei giovani disoccupati: li vedrebbe, li accoglierebbe, li occuperebbe e creerebbe ricchezza. È questo, ovviamente, un mio desiderio, una mia speranza e non una pretesa nei confronti di Gesù. Semmai nei confronti della società. Ma forse è la stessa cosa. La ricchezza figlia dell’occupazione e non viceversa. La ricchezza figlia dello star bene e non viceversa. Stiamo bene e perciò siamo ricchi e non viceversa. Bandiamo l’idea liberista che per star bene bisogna prima essere ricchi.

Se Gesù avesse lasciato fare a Filippo questi, forse, non si sarebbe preoccupato dei frammenti sopravanzati e degli sprechi. In mezzo a tanta abbondanza perché perder tempo ed energie con gli avanzi? Quanti sprechi abbiamo praticato in questi anni di abbondanza! Forse Giuda avrebbe capito che con gli avanzi poteva farci business e avrebbe messo su il traffico della raccolta, magari differenziata.

Emblematica la storia della bottiglia del latte. Quando ero piccolo, passava il lattaio col bidone e metteva il misurino di latte nella tazza. Prima ancora passava con la mucca e mungeva il latte. Poi, alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, il lattaio diventò industria che pastorizzava il latte e lo vendeva in bottiglia che, svuotata, si riportava per essere lavata e riutilizzata. Lo stesso per la birra e altre bibite. Ora le bottiglie si buttano e si fa la raccolta differenziata e il vetro viene riciclato. E questo viene chiamato il nuovo, il progresso, la civiltà. In altre parole si preferisce rompere la bottiglia e rifarla anziché lavarla. È razionale, è logico, è economico? Non lo capisco. Sarà perché non sono PROFESSORE!

Poi c’è il top dello spreco: la guerra. Si fanno le armi che non servono a nulla. Primo spreco. Con le armi si distruggono case, palazzi, intere città. Secondo spreco. Si ricostruiscono case, palazzi e città e si ritorna come prima. Terzo speco. A ciclo chiuso chi ci ha guadagnato, perché c’è chi ci guadagna, si tiene il malloppo e magari apre una grande banca e ci mette Mario Monti come direttore generale. E così è nata la guerra continua. Ora qua, ora là, che importa, l’importante che il guadagno sia continuo e costante. Che con la guerra, poi, si uccidono degli uomini, è un dettaglio marginale. Tanto, prima o poi, devono pur morire, una sorta di prepensionamento o pre-sistemazione definitiva. Che sono cinquanta, cento mila, un milione di uomini uccisi su sette miliardi? Dettaglio marginale! La fame ne fa morire di uomini e donne e bambini dai cinque ai venti milioni; la malaria oltre un milione. Ogni anno. Tutti gli anni. 

Che la guerra sia il top dello spreco lo capisco anch’io, anche se non ho studiato da PROFESSORE. Esiste una facoltà universitaria in cui si studia e s’impara a fare come Gesù? A vedere la gente, a rendere grazie, a spezzare e a distribuire i cinque pani che ci sono e scoprire che ce n’è per tutti e magari ne avanza? Esiste una facoltà universitaria in cui si studia e s’impara a fare business o, meglio, a ricavare il giusto guadagno dando da mangiare a chi ha fame?  

Quella gente allora, veduto il prodigio [mangiare a sazietà senza far nulla] operato da Gesù, dicevano: «Questi è davvero il Profeta, che deve venire nel mondo». E Gesù accortosi che stavano per venire a rapirlo e farlo re, tutto solo si ritrasse di nuovo sull’altura. E magari avrà pensato: «Non avete capito proprio nulla. Sfamare la folla con una grande quantità di pane, bruciando carbone e petrolio e atomi, che prodigio è? Tutti sono capaci di farlo. Sfamarla con quello che c’è, questo è il prodigio!». Si rese altresì conto che neanche i discepoli avevano capito bene la questione e nei vangeli di Matteo e di Luca, dopo il racconto della seconda distribuzione dei pani e dei pesci, c’è la precisazione. Si racconta che i discepoli, nel salire in barca, dimenticarono di prendere il pane e ne avevano uno solo e discorrevano di ciò. Gesù li ammonisce: «Badate! Guardatevi dal lievito dei Farisei (i Mario Monti di oggi) e dei Sadducei (i super potenti di oggi, quelli che da soli posseggono trenta e più volte il PIL di tutti gli Stati del mondo)». I discepoli pensarono che Gesù si riferisse al lievito del pane. Ma Gesù, accortosene, disse: «Uomini di poca fede, che state dicendo tra di voi, che non avete preso del pane? Ancora non capite! e non vi ricordate dei cinque pani per cinquemila uomini e quante ceste ne portaste via? Né dei sette pani per quattromila uomini e quante sporte ne portaste via? Come mai non capite che non di pane ho io voluto parlarvi? dunque, guardatevi dal lievito dei Farisei e dei Sadducei». Allora capirono che non aveva detto di guardarsi dal lievito del pane ma dalla dottrina dei Farisei e dei Sadducei. Matteo, 16, 8-12. Più chiaro di così non poteva essere. Come mai allora, dai pulpiti, ci hanno sempre fatto intendere che il miracolo consistette nella moltiplicazione e non nella equa distribuzione? 

In uno dei "cunti" della tradizione popolare l’eroe, nel suo viaggio, s’imbatte prima in un campo pieno di tanta erba buona con dentro delle vacche magre, tanto magre, che non si reggevano in piedi e poi in un altro con poche sterpaglie con dentro delle vacche grasse, tanto grasse da affondare le zampe nel terreno. Stranito della cosa chiede spiegazione e ottiene questa risposta: le vacche magre sono quelli che hanno il bene e non sanno goderselo, vogliono sempre di più e mai sono contenti, le vacche grasse sono quelli che hanno l’amore di Dio e con poco vivono felici.

Vivere felici è quel che conta! 

Ragusa, 9 aprile 2012

                                                                                         Ciccio Schembari

 

Articolo pubblicato sul n. 81/2012 "Di pancia" della rivista ondine www.operaincerta.it e sul n. 113/2012 della rivista OPPInformazioni

 

 

 

Da: ecologia-request at peacelink.it [mailto:ecologia-request at peacelink.it] Per conto di corradi.circolo at tin.it
Inviato: domenica 15 maggio 2016 22:49
A: ecologia at peacelink.it
Cc: corradi.circolo at tin.it
Oggetto: [Ecologia] R: R: "La guerra all'Isis durerà 30 anni",poi finirà l'era del petrolio.....

 

Gent Ciccio, buon caffè!
Ma acqua calda e corrente con il sole della Sicilia non si può fare? Scusa la domanda, ma è venuta d'istinto.
Ezio


----Messaggio originale----
Da: fra.sche99 at alice.it
Data: 15-mag-2016 20.09
A: <ecologia at peacelink.it>
Ogg: [Ecologia] R: "La guerra all'Isis durerà 30 anni",poi finirà l'era del petrolio.....

Pane e acqua calda

 

Sono Ciccio Schembari, ho 73 anni. Vivo a Ragusa e, in ossequio al proverbio “Natale col sole e Pasqua col tizzone” qua è cattivo tempo: pioggia e freddo. Però stamani mi sono svegliato e nella mia casa c’era un dolce tepore per via che il riscaldamento s’era acceso automaticamente un’ora prima, poi mi sono lavato la faccia con acqua calda, ho acceso il gas e ho fatto un buon caffè e una buona colazione e dopo mi sono fatto una doccia vivificante. Questo a casa mia e in tutte le case di Ragusa.

Questo confort, a casa mia come nelle case di tutti i ragusani, esiste oggi grazie al metano e al petrolio che arrivano dalla Libia. 

Io apprezzo molto questo e per l’età avanzata e perché da ragazzo non avevo l’acqua corrente in casa, né fredda né calda, e non avevo riscaldamento e ci si faceva il bagno una volta a settimana, quando non faceva troppo freddo, altrimenti si rimandava alle settimane e magari ai mesi successivi. 

Allora mi sono chiesto: se io fossi un cittadino libico che ha metano e petrolio nella sua terra e non ha questo confort e neanche l’acqua corrente in casa, come reagirei? Cosa penserei? 

Mi sono anche domandato: esiste un piano politico ed economico che abbia l’obiettivo di portare l’acqua, fredda e calda, in tutte le case della Libia, della Siria, della Palestina, del mondo? La priorità delle priorità dell’ONU, della FAO, dei capi di Stato e di tutti quelli che hanno potere su questa terra non dovrebbe essere: un chilo di pane o di riso per ogni essere umano e l’acqua, fredda e calda, in tutte le case? Cosa c’è di più importante? Qualcuno sa indicare una cosa che sia più importante di questa?

Grazie dell’attenzione

Ragusa 24 aprile 2016

Ciccio Schembari

 

Articolo pubblicato sul n. 129/2016 "Oronero" della rivista on line www.operaincerta.it

 

 

 

Da: ecologia-request at peacelink.it [mailto:ecologia-request at peacelink.it] Per conto di Borghi Franco
Inviato: sabato 30 aprile 2016 11:38
A: ecologia at peacelink.it
Oggetto: Re: [Ecologia] "La guerra all'Isis durerà 30 anni",poi finirà l'era del petrolio.....

 

Bello l’ articolo su petrolio e gas in Libia a firma di Antonio Ruberti. Però in questo articolo si riportano dati degli anni più recenti, 2010-2011, ecc.. Com’ é possibile visto che Ruberti morì nel 2000 ?

 

Saluti, Franco

 

 

-----------------------------------------
Franco BORGHI
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Sent: Saturday, April 30, 2016 9:39 AM

Subject: [Ecologia] "La guerra all'Isis durerà 30 anni",poi finirà l'era del petrolio.....

 

“La guerra all'Isis durerà 30 anni”, quando finirà l'era del petrolio......

 

In realtà come ha dimostrato la vicenda siriana, le potenze occidentali non hanno alcuna intenzione di eliminare l’ISIS, che è servito e serve ancora come pretesto per compiere missioni militari finalizzate a ridistribuire le zone di influenza ed il controllo delle aree petrolifere.

 

La politica estera la fanno l’ENI, la Total, la BP, la Exxon e le altre multinazionali e durerà – ci viene detto – almeno trent’anni: cioè fino a quando ci sarà petrolio e gas da rapinare.”

 

 

- Illuminante e geniale l'associazione tra

 

·         la previsione USA per la guerra all'Isis

espressa più volte da Obama e Kerry

 

e

 

·         le previsioni più autorevoli sulla fine dell'era del petrolio

almeno nella forma che abbiamo visto negli ultimi 100 anni

 

scritta da Ruberti nell' articolo di seguito

 

 

http://www.umanitanova.org/2016/03/11/una-guerra-per-il-petrolio/

 

 

Se si dovesse fare una statistica delle parole più usate dai media per descrivere la situazione libica troveremmo sicuramente in testa il “caos” (libico) e “avanza” (l’ISIS). Poco spazio viene invece dato a due altre parole che invece aiuterebbero a spiegare il presunto caos libico: “petrolio” e “gas”.

La Libia possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo. Si tratta di un quantitativo imponente, circa 48 miliardi di barili (il 3% circa dell’intero ammontare delle riserve mondiali, dato al 2009).

Se si da uno sguardo alla cartina della Libia si vede che i pozzi petroliferi (leggi interessi francesi, inglesi e americani ma anche cinesi, russi e brasiliani) sono concentrati nell’area fra Bengasi e Sirte, dove ci sono l’80% delle riserve conosciute di petrolio del paese. Il gas (leggi interessi italiani) si trova invece soprattutto nel mare ad est di Tripoli e nella regione di Gadames anch’essa ad est della vecchia capitale.

Prima della guerra del 2011, il maggior produttore estero di petrolio era l’italiana ENIcon 244.000 barili/giorno (b/g) estratti nel 2010, ma c’erano anche compagnie americane (Chevron, Exxon Mobil, Occidental petroleum, Phillips), 124.000 b/g, tedesche (BASF), 100.000 b/g, cinesi (CNPC), spagnole (Repsol) , francesi (Total), inglesi (BP) e russe (Gazprom). Tutte queste compagnie avevano un contratto di collaborazione con la compagnia nazionale libica, NOC, che da parte sua produceva circa 1 milione di b/g. In pratica una parte dei proventi delle multinazionali estere venivano versati alla NOC, cioè allo stato libico. Questa collaborazione con la NOC prosegue anche oggi, esattamente come durante il regime di Gheddafi, solo che oggi la NOC versa le quote della rendita petrolifera sia al governo di Tobruk (“internazionalmente riconosciuto” come ci viene detto) sia a quello di Tripoli (“Islamico moderato” come ci avvertono spesso i media).

Gheddafi era uso dire che agli occidentali della Libia interessava solo il pretolio. Aveva ragione. La guerra del 2011, come sappiamo bene, fu voluta dai francesi e gli inglesi si affrettarono ad affiancarli con la speranza neppure tanto segreta di rientrare in Libia dalla quale erano stati scacciati nel 1969 dal golpe dei giovani colonnelli.

Nell’autunno 2011 i media francesi non completamente allineati erano pieni di articoli che denunciavano il ruolo guerrafondaio della Total, che fino a quel punto aveva avuto un ruolo marginale fra le compagnia straniere (appena 55.000 b/g estratti nel 2010). “Fra gli agenti francesi infiltrati fra i ribelli di Bengasi c’erano anche rappresentanti della Total”, denunciò il quotidiano Liberation che rivelò anche i termini dell’accordo concluso: i francesi avrebbero appoggiato la ribellione in cambio della promessa di affidare alla Total il 35% delle concessioni petrolifere.

L’obiettivo era certamente togliere di mezzo l’ingombrante figura di Gheddafi (che nel 2009 aveva annunciato il progetto di nazionalizzare completamente il settore petrolifero) ma il fine ultimo era anche togliere all’ENI una fetta delle sue concessioni petrolifere. L’Italia, molto riluttante, si accodò, diversamente dalla Germania che si tenne alla larga dai bombardamenti NATO. Gli stessi americani si tirarono ben presto indietro; una volta liquidato Gheddafi a loro della Libia non interessava niente. Esattamente come adesso.

Ma torniamo all’attualità. Fallito il comico tentativo di costituire/imporre un governo di “unità nazionale” (si potrebbe ironizzare dicendo che si erano dimenticati di avvisare i libici), i nuovi colonialisti stanno portando avanti ognuno la sua strategia, spesso in contrasto con le altre

. Si è così “scoperto” che in Libia ci sono le forze “speciali” francesi e inglesi che addestrerebbero i combattenti del generale Haftar i primi, le milizie di Misurata i secondi. Ci sono anche gli americani, naturalmente, anche loro dalla parte di Tobruk. Gli italiani, ci viene detto, sono pochi ma fra qualche giorno arriveranno una cinquantina di incursori del Col Moschin (detti le “fiamme nere”, un appellativo parecchio inquietante ma trattandosi di paracadutisti non ci si meraviglia di niente). Gli italiani dovrebbero posizionarsi nella regione di Tripoli (dove l’ENI ha il controllo del terminale gasiero di Mellita). Insomma gli italiani vanno in Libia per proteggere gli interessi dell’ENI da… francesi e inglesi!
Il rischio concreto è che si arrivi ad un contrasto forte fra le potenze europee: i francesi addestrano le truppe di Haftar che sta riconquistando Bengasi. Il passo successivo sarà quello di mettere in sicurezza l’area petrolifera, ora in mano a milizie indipendenti sia dal governo di Tobruk sia da quello di Tripoli ma che rispondono alla NOC e alle compagnie petrolifere straniere, fra cui la Total. L’ambizione di Haftar, sostenuto da francesi e americani (oltre che da Emirati arabi uniti ed Egitto) è quella di riconquistare Tripoli – dove ci saranno gli italiani – il cui governo è alleato con la città-stato di Misurata – dove ci sono gli inglesi. Notoriamente Tripoli è sostenuta da Qatar e dalla Turchia. C’è da ritenere che quest ultimi sostengano di fatto anche l’ISIS libico, come hanno fatto con quello siroirakeno.

E poi, naturalmente c’è l’ISIS o Daesh o califfato che, a sentire i media di regime dovrebbe essere la causa dell’intervento. Assestatosi a Sirte e nei suoi dintorni effettua le sue incursioni soprattutto nella vicina zona petrolifera cercando di fare più danni possibile e di avere quindi una grande visibilità che i media occidentali sono ben contenti di dargli. A Sirte, ultima roccaforte di Gheddafi, l’ISIS ha occupato un vuoto lasciato dall’incapacità libica di dare un futuro a questa città. L’occupazione di Sirte non è avvenuta pacificamente: ad ottobre l’ISIS ha represso nel sangue una rivolta. Non è detto che il controllo della città sia così ferreo come la propaganda ISIS vorrebbe farci credere. Comunque è certo che l’ISIS non “avanza” come cercano di farci credere i media.

In realtà come ha dimostrato la vicenda siriana, le potenze occidentali non hanno alcuna intenzione di eliminare l’ISIS, che è servito e serve ancora come pretesto per compiere missioni militari finalizzate a ridistribuire le zone di influenza ed il controllo delle aree petrolifere. La politica estera la fanno l’ENI, la Total, la BP, la Exxon e le altre multinazionali e durerà – ci viene detto – almeno trent’anni: cioè fino a quando ci sarà petrolio e gas da rapinare.

Alle guerre “umanitarie” si sostituiscono oggi le operazioni militari di “stabilizzazione”, modo raffinato per definire i nuovi colonialismi. A piccoli passi stanno entrando in guerra. Una guerra per il petrolio. L’ennesima guerra per il petrolio.

Antonio Ruberti

 



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