[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

se la catastrofe diventa globale



da repubblica.it
lunedi 10 gennaio 2005

 Se la catastrofe diventa globale
ULRICH BECK

IL PROFLUVIO di immagini dell´orrore e le molte terribili storie individuali
spezzano il cuore collettivo del mondo. Eppure, il realista sociologico che
è in me chiede: fra un anno, chi saprà e vorrà sapere della catastrofe dello
tsunami che oggi tiene tutti in suo potere? Questa domanda non è oziosa o
peregrina. Porta, invece, al centro del tema.
Le catastrofi naturali non sono affatto pure e semplici catastrofi
"naturali", ma merce da informazione molto effimera. Sono in tutto e per
tutto eventi politici, moments of decision.
Ma nel rapido mutamento dei tipi di catastrofe (per fare solo tre esempi:
"Chernobyl" sta per i pericoli globali della tecnologia moderna, "11
settembre" simboleggia i pericoli globali del terrorismo e "tsunami" ha ora
rinnovato il ricordo della natura come colpevole, che, indifferente a tutti
i tentativi di controllo tecnico-scientifico minaccia la vita sul pianeta)
si può riconoscere il fatto che, con la violenza del pericolo percepita su
scala globale, lo stato d´eccezione rischia di diventare la regola.
Ora come in passato vengono combattute guerre per il territorio e le
risorse. Le guerre tra stati erano la più classica situazione di minaccia
della prima modernità, ma nella seconda modernità, dopo la fine della Guerra
fredda, le devastazioni e i pericoli simili a quelli generati dalle guerre,
che preoccupano l´opinione pubblica mondiale e che turbano e angustiano ogni
singolo individuo fin nell´intimo della sua esistenza, devono essere intesi
in modo fondamentalmente diverso. Essi non corrispondono affatto al modello
della guerra tra stati nazionali, bensì allo schema dell´alternativa tra gli
effetti collaterali non intenzionali dei successi scientifici e della
modernizzazione (il cui paradigma è Chernobyl, ma anche il vaso di Pandora
scoperchiato dalle promesse dell´ingegneria genetica, della genetica umana,
della nanotecnologia) e il modello della catastrofe intenzionale (il cui
paradigma è il terrorismo di al-Qaeda, che mira alla vulnerabilità
universale della società civile); oppure rientrano nel genere delle
catastrofi naturali mass-medializzate, che hanno luogo in qualsiasi
appartamento ? come dire: il mondo nella condizione dell´osservatore
coinvolto, senza via di scampo ?. Questo nuovo capitolo della società
mondiale del rischio si distingue da quelli precedenti per il fatto che le
catastrofi naturali non vengono attribuite ? come gli esiti collaterali
catastrofici dell´agire tecnico o come le catastrofi intenzionalmente
prodotte dalle reti terroristiche ? a decisioni e attori umani (il governo,
l´economia, la scienza), perlomeno non in primo luogo, ma appunto alla
"natura assassina" o a "Dio punitore". La domanda politicamente esplosiva su
colpa ed espiazione, errore e responsabilità, sollevata dai terremoti
politici dopo Chernobyl e l´11 settembre, raramente cade nel vuoto.
Ciò significa che sull´onda della compassione mondiale stati e governi,
traballanti per i loro insuccessi, possono svincolarsi dal poco confortevole
ruolo dell´accusato e del briccone e assumere quello del soccorritore
caritatevole e dell´eroe che organizza gli interventi di solidarietà dopo il
disastro (aiuti umanitari, sistema di allarme, ricostruzione).
Paradossalmente, le catastrofi naturali rappresentano per i politici ciò che
per gli assetati è un´oasi nel deserto: essi possono ristorarsi alla fonte
di una legittimazione che zampilla fresca. Magari, chissà, a qualcuno verrà
in mente il cancelliere tedesco Schroeder (non sarebbe per la prima volta
che si salva da un incombente crollo elettorale grazie a un´inondazione
catastrofica); oppure il presidente americano Bush, che spera, nelle vesti
di Superman dei soccorsi, di trasformare in fiducia la diffidenza che
soprattutto il mondo mussulmano nutre nei suoi confronti.
Le catastrofi tecniche, terroristiche e naturali hanno una cosa in comune:
il pericolo non è diretto, non ha indirizzi, non porta un´uniforme, è
anonimo, non calcolabile, non prevedibile. Spesso non è nemmeno immaginato e
rappresentabile ? fino a quando avviene la catastrofe. Il 10 settembre 2001
chi avesse preso sul serio il rischio terroristico sarebbe stato considerato
un pazzo isterico; dopo il 12 settembre 2001 chi non lo prende sul serio è
considerato un vile irresponsabile, fuori dal mondo. Questo effetto di
conversione dell´esperienza della catastrofe spiega perché spesso chi nega
il pericolo virtuale e ipotetico diventi, post hoc, un fondamentalista della
difesa preventiva dal pericolo.
Dobbiamo confrontarci con la "diversità" di rischi che non solo sono costati
la vita a migliaia di persone e hanno messo davanti agli occhi del mondo la
vulnerabilità della civiltà. Essi hanno nello stesso tempo anche reso
manifesta la generale mancanza di concetti e di orientamento. Le premesse
sulle quali sono costruiti, da un lato, il sistema della sicurezza militare
? il principio della deterrenza ? e, dall´altro, il sistema della sicurezza
tecnica ? la padronanza scientifica della natura ? non valgono più. Qui non
soccorrono le formule probabilistiche sul rischio, e nemmeno l´arte discreta
dello spionaggio militare o la pretesa di dominio della civiltà orientata
verso le scienze naturali. Per quanto riguarda le minacce globali prevale la
non-conoscenza, forse il non-poter-conoscere; peggio ancora: il non-sapere
privo di consapevolezza. Un esempio a questo proposito è offerto dal
mutamento climatico. All´inizio nessuno aveva, in senso letterale, alcun
sentore del fatto che proprio l´impiego industriale dei cloro-fluoro-carburi
(Cfc) come refrigeranti avrebbe contribuito al riscaldamento della terra e
quindi al danneggiamento dello strato protettivo di ozono. Si trattò,
appunto, di un "non-sapere privo di consapevolezza", che però proprio per
questo ha dato un apporto non irrilevante al catastrofico, strisciante
effetto collaterale del mutamento climatico.
Parliamo di "società mondiale del rischio" in un senso post-sociale, in
quanto nella politica e nella società sia nazionali che internazionali
mancano regole che indichino il modo in cui queste minacce indeterminate e
non circoscrivibili vanno affrontate e quale strategia di risposta bisogna
seguire. Pertanto, ogni nuova catastrofe diventa anche il luogo di
svolgimento di un gioco di potere globale attorno alle regole future della
politica mondiale. Gli interventi d´aiuto nelle situazioni di crisi possono
servire agli Stati Uniti per indebolire agli occhi del mondo le Nazioni
Unite sul loro stesso terreno, quello degli interventi umanitari? Oppure ?
come in questo caso ? gli Usa lasciano la regia all´Onu?
Si dice che la speranza è l´ultima a morire. Con le nuove minacce, si può
affermare che la distanza è la prima a morire. Finora i terremoti erano
sempre avvenuti altrove. Anche adesso hanno scosso l´Asia, ma l´Asia è
diventata improvvisamente Europa, è ovunque, è vicinissima: non esiste più
la categoria degli altri! Non solo le placche terrestri si sono spostate, ma
anche i continenti sociali ? Asia ed Europa, America e Africa ? si
sovrappongono. Come è possibile? Non ultimo, perché si è diffusa sottobanco
una nuova forma di vita transnazionale: la poligamia di luogo del turista
medio. È stato il cosmopolitismo banale del turismo di massa ? poco notato e
ancor meno considerato ? a far sì che negli ultimi vent´anni il terzo e il
primo mondo si compenetrassero anche se con scandalosi contrasti
ricco-povero. Questa mobilità diffusa ? reale ma anche immaginaria e
virtuale ? ha conferito al disastro una peculiare valenza personale, al di
là di tutti i confini geografici e sociali. In questa esperienza di crisi,
di vulnerabilità personale, di mancanza di confini e di scambiabilità della
propria situazione con quella degli altri il cosmopolitismo ? in origine
un´idea sublime dei filosofi ? comincia, per quanto in modo distorto, a
mettere radici nella prassi quotidiana di una solidarietà operativa. Anche
la grande inondazione ha i suoi effetti collaterali inattesi: essa fonda la
sfera pubblica mondiale. Essa fa dell´"altro", finora escluso, il nostro
vicino nella trappola che il mondo è diventato. Costringe a costruire ponti
comunicativi e fattivi al di là di tutte le frontiere linguistiche e di
tutti i contrasti tra gruppi etnici, nazioni, religioni. Mondi separati
cercano le vie della collaborazione. L´abuso ideologico è sempre in agguato,
ma una cosa o l´altra potrebbe anche riuscire: un´isola separata, Sri Lanka,
cerca di superare le ferite prodotte dalla guerra civile. Un altro stato che
soffre di un grave dissidio interno, l´Indonesia, ha ceduto e ora apre ai
soccorritori internazionali la provincia di Aceh, dove da decenni è in corso
un sanguinoso conflitto con i separatisti. La ragione pragmatica otterrà
forse una chance e gli stati vittime sperimenteranno la cooperazione
permanente ? massimizzando il loro vantaggio nazionale?
Questo sguardo cosmopolita stenta però a farsi largo nelle cronache. Le
statistiche sui morti sono un macabro esempio a questo riguardo. Qui domina
pressoché incontrastato lo sguardo nazionale. I morti tedeschi sono contati
individualmente, "gli altri", invece, sono calcolati a cifre tonde, a
migliaia. Il numero dei dispersi e dei feriti rimane imprecisato. Il
ministro degli Esteri svedese è addolorato per il "trauma nazionale". Quale
trauma? Quello degli indonesiani, degli indiani, dei thailandesi? No, quello
degli svedesi! In questo modo viene disconosciuta la quintessenza
cosmopolita di questa catastrofe globale e locale nello stesso tempo, dove
hanno perso la vita svedesi e italiani e indiani e inglesi e tedeschi e
thailandesi e danesi e americani e africani, e? e? e?.
Questo, però, non significa affatto che tutti accettino la stessa
definizione del pericolo. Sostenere questo sarebbe un errore sostanziale.
Quanto più chiaro diventa che i nuovi pericoli non possono davvero essere
calcolati, pronosticati e controllati scientificamente, tanto maggiore è
l´importanza delle percezioni culturali che possono differire radicalmente,
in relazione ai retroterra storici del primo e del terzo mondo: "Ciò che gli
uomini definiscono come reale è reale nelle sue conseguenze" (William
Thomas).
E non ci sono nemmeno catastrofi "puramente" naturali. In esse è sempre
implicato anche l´agire ? o il non-agire ? umano. Le barriere coralline che
proteggevano dall´inondazione sono frantumate dall´industria edile per farne
materia prima, le foreste di mangrovie vengono indecentemente disboscate, i
sistemi di allarme non sono installati, il livello del mare si innalza a
causa del mutamento climatico, i paradisi promessi al turismo di massa
vengono messi in scena a ridosso delle coste, sicché il maremoto si
trasforma in un´onda omicida, nel "trauma nazionale" dei paesi del Nord.
Mentre nel primo mondo la "natura feroce" è indicata come principale
responsabile e quindi viene rimosso l´apporto del proprio agire, nel terzo
mondo si sta facendo strada la convinzione che la definizione del pericolo
debba includere la minaccia recata dall´Occidente. Perciò, le prime
colpevoli del riscaldamento della Terra, del conseguente innalzamento del
livello dei mari e quindi, in ultima analisi, di questo disastro sono le
nazioni industrializzate con il loro immenso consumo di energia. Questa
volta per il presidente americano Bush sarà difficile chiamare alla "guerra
contro la natura feroce", ma i movimenti fondamentalisti si potranno vedere
confermati nella loro scelta di "terrore contro l´Occidente". La definizione
del rischio potrebbe suonare così: per difenderci dalla prossima inondazione
mortale dobbiamo proteggerci dalla globalizzazione portata avanti dagli
stranieri infedeli e ricordarci delle nostre radici islamiche.
È questa l´ambivalenza politica che emerge con la catastrofe
dell´inondazione: essa può contribuire all´affermarsi di uno sguardo
cosmopolita, oppure può dare impulso al fondamentalismo antimoderno (non
soltanto nell´Islam).
Dopo il terremoto di Lisbona del 1755 gli illuministi convocarono Dio
davanti al tribunale della ragione umana. Dopo la catastrofe del reattore di
Chernobyl finì sul banco degli imputati la promessa di sicurezza della
civiltà tecnico-scientifica. Dopo la catastrofe dell´inondazione asiatica
nei paesi colpiti direttamente e più duramente verrà chiamato in causa
l´imperialismo della globalizzazione occidentale? Oppure si riuscirà a
rendere credibile con aiuti duraturi la promessa occidentale di
responsabilità cosmopolita per la sofferenza degli altri?
Traduzione di Carlo Sandrelli