[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

totem della crescita e autismo sociale



  da aprile   2004

Il totem della crescita: Autismo sociale. Il caso Brescia
Una città da primato economico, ma a bassa qualità della vita

Dino Greco*

Parlare del "Totem della crescita" per me significa immediatamente pensare
alla mia terra, a Brescia, la mia città, non solo perché questa è la realtà
che conosco meglio, ma perché l'onnivora voracità dello sviluppo industriale
intensivo che la innerva è perfettamente rappresentativa della realtà
attuale più vasta.
A Brescia, su un milione di abitanti, 215.000 sono addetti all'industria.
C'è la piena occupazione, e questo è certamente un bene. L'intera società è
"messa al lavoro", l'organizzazione sociale, i tempi della vita sono
ferramente scanditi dai tempi della produzione secondo una sequenza
ripetitiva che ha il sapore dell'eternità. Ogni scarto è diatonico, e se è
insistente è patologico.
Il nostro è un grande popolo di produttori e di consumatori, dove regna il
mito del lavoro e del guadagno rapido. Siamo ai primi posti nella
graduatoria nazionale del reddito procapite; c'è uno sportello bancario ogni
mille abitanti. Nello stesso tempo si diffonde di nuovo l'idea che lo studio
prolungato significhi sottrarre braccia al lavoro e al guadagno. E ci
ritroviamo con un drammatico processo di descolarizzazione: dopo la scuola
dell'obbligo, cresce l'abbandono. Sarà forse ingeneroso generalizzare, ma la
formula "ricchi e ignoranti" rende l'idea. In compenso stiamo raggiungendo
il milione di automobili, una per abitante, compresi i bambini in culla. Si
vendono da noi più Mercedes e Smart che ovunque. Non importa se il tasso di
inquinamento dell'aria è insostenibile e marmitte catalitiche, circolazione
a targhe alterne, domeniche ecologiche hanno l'efficacia di un impacco caldo
su una gamba di legno.
Il lavoro è garantito. Ma gli infortuni sul lavoro - accettati peraltro con
discreto fatalismo - non sono mai sotto i 25.000 l'anno. E se per caso scavi
sotto un sito industriale scopri enormi sedimenti di terreno inquinato, che
raccontano la storia di un'industrializzazione selvaggia, condotta senza
scrupolo alcuno. La cementificazione del territorio non ha più soluzione di
continuità e lo sventramento dei terreni agricoli ha raggiunto dimensioni
abnormi. Una stupefacente proliferazione di ipermercati, centri commerciali
di ogni tipo e dimensione, in una concentrazione che è fra le più alte
d'Europa, si offrono a quella perversione del consumo che è il consumismo, e
sono divenuti ormai meta domenicale di gite di massa per famiglie, luogo
d'elezione della ricreazione e dello svago.
Naturalmente ne consegue un'enorme produzione di rifiuti solidi, che a loro
volta inducono il business dello smaltimento, o mediante discariche o
mediante inceneritori a tecnologia avanzata e avanzatissima, che promettono
emissioni sotto controllo e lauti introiti a chi ne è proprietario. E può
innescarsi così un meccanismo diabolico per cui maggiore è il rifiuto
prodotto, più si brucia e più si guadagna, ma anche più si inquina e più si
compromette la raccolta differenziata dei rifiuti destinata al riciclaggio
delle materie seconde. In una logica industriale priva di limiti, tutto ciò
che può entrare nel processo di valorizzazione del capitale (e generare
profitto) viene utilizzato e consumato. Non c'è freno inibitorio, né morale,
né controllo sociale che tengano. Acqua, aria, suolo, ma anche braccia,
fatica, salute, diritti delle persone: tutto è divorato dalla pregnanza del
modello mercatocentrico.
Questa è la fede nella crescita illimitata. L'azzardo di un sistematico
sconfinamento oltre il limite, la rincorsa di una crescita produttiva fine a
se stessa, da inseguire senza domandarsi che senso abbia. Obbligatoriamente
sapendo ogni giorno e ogni ora della vita cosa fare, come farlo, come
andare, senza sapere dove. E lasciando un sacco di scorie dietro di sé. E'
una specie di autismo sociale, di diffusa cecità circa i fini dell'agire
umano, una malattia fortemente contagiosa.
Ma questa è l'ideologia oggi dominante in tutto il mondo, centrata sul dogma
del Pil come "bene in sé", per cui il benessere individuale e sociale si
identifica con reddito e consumo, e quindi sulla competitività come
strumento fondamentale non solo nei rapporti di mercato tra imprese e paesi,
ma nelle stesse relazioni sociali e interpersonali, producendo la rottura
dei legami solidali, grettezza, egoismo, cannibalismo sociale, razzismo.
Certo, nell'esperienza di ogni sindacalista e - in qualche misura - di ogni
operaio c'è la consapevolezza che il buon esito di una performance aziendale
è anche la condizione per la redistribuzione della ricchezza prodotta. Come
sindacalista debbo pensare che i diritti dei lavoratori non sono antinomici
con una prospettiva di sviluppo delle imprese. Ma non posso evitare di farmi
una domanda apparentemente paradossale: e se invece lo fossero? Se diritti
vitali, la soddisfazione di bisogni essenziali come quelli di democrazia e
di dignità, di solidarietà e di accesso alla cultura, di qualità dell'aria
che si respira, dell'acqua che si beve, del suolo su cui si vive, entrassero
in contrasto con il profitto, con la competitività, con la crescita di non
importa che cosa? E se tutto questo imponesse di fermarsi?
Proviamo a considerare, al di là dei trionfalismi di maniera, le
caratteristiche intrinseche all'attuale "modello di sviluppo". L'idolatria
del mercato e il culto del privato non solo portano ad attribuire a tutto
ciò che è "pubblico" inefficienza e mediocrità, ma inducono una vera e
propria rimozione del concetto di "bene comune". L'antico anelito
all'uguaglianza viene retrocesso a rivendicazione di pari opportunità nella
competizione per il successo individuale.
Le disuguaglianze non solo aumentano ma vengono considerate favorevolmente
come "motore" dello sviluppo, in un'economia interamente abbandonata alle
convenienze dell'impresa. E se proviamo a usare parametri diversi da quelli
di uso corrente per l'identificazione del benessere sociale, ci troviamo a
fare i conti con il numero crescente delle malattie professionali, la
dimensione della malattia mentale e della tossicodipendenza, il numero dei
suicidi, il rischio di vulnerabilità irreversibile dell'ambiente fino alla
compromissione delle condizioni necessarie alla stessa riproduzione della
specie umana.
A me pare che la necessaria risposta sia: cercare insieme un'altra strada.
Facendo i conti con la parte migliore della storia e della tradizione
operaia solidaristica e partecipativa, non solo recuperando l'obiettivo
della redistribuzione sociale della ricchezza come architrave della
strategia del sindacato, ma impegnandoci nella contestazione del paradigma
fondato sulla crescita, per la promozione di modelli di vita più sobri, con
il contenimento dei consumi superflui, lo sviluppo dei consumi sociali, la
rimessa in valore e il rispetto dei beni comuni.
Non si tratta certo di opporre ad un fondamentalismo industrialista un
fondamentalismo antindustrialista. Si tratta di elaborare una proposta
politica forte, capace di diventare riflessione estesa, e di far breccia nel
conformismo produttivistico e consumistico da cui anche il mondo del lavoro
è tutt'altro che immune, per trasformarsi in sapere condiviso e in azione
collettiva.
Difficile? Indubbiamente. Ma, ripeto, necessario. * segretario Cgil di
Brescia