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costruire la decrescita



CNS-Ecologia Politica, nn. 1-2, gennaio-giugno 2004, Anno XIV, fascicoli
57-58
CRESCITA/DECRESCITA
COSTRUIRE LA DECRESCITA
Serge Latouche *

Non c'è vera contestazione senza il rifiuto dell'imperialismo economico. La
rifondazione del
sociale e del politico passa per la decrescita.
La domanda « Quale sinistra per domani ? » ne trascina con sé un'altra: che
cosa
significhi essere di sinistra oggi. Non so se i concetti di destra e
sinistra abbiano mai
avuto contenuti sostanziali o se questi contenuti non siano sempre stati
illusioni
necessarie per definire una divisione di campo. Non mi riconosco in alcun
partito
politico, tanto meno in quelli di destra. Il gioco e la posta in gioco nella
politica
politicante non sono affar mio, anche se vi partecipo in quanto cittadino.
Pertanto, non
ho nessuna esitazione quando vado a votare, perché non si vota tanto per un
programma
ma contro quella che si considera sia l'eventualità peggiore. Mi sento
visceralmente
solidale con i "valori" della sinistra anche quando sono ambigui e
contraddittori, anche
se il governo della sinistra plurale li ha traditi ogni giorno di più e
anche se non mi
stancherò mai di denunciare gli "errori" e le "miopie" delle sue analisi (o
della sua
assenza di analisi.). Tutto è relativo, tuttavia. Se non ci fossero le
destre di Haider, Le
Pen e Berlusconi, non avrebbe molto senso essere di sinistra oggi.
All'interno della sinistra (come della destra), ci sono visioni molto
diverse su tutti i
problemi "sociali" (sicurezza, immigrati senza diritto di soggiorno, aborto,
parità di
genere, ecc.). Le misure specifiche con cui si cerca di far fronte ai
diversi problemi sono
pertanto avulse da una visione globale dei problemi e nel breve periodo
mettono in
discussione rendite di posizione e interessi individuali consolidati. Ciò
non mette in
discussione il divario destra-sinistra, ma rivela ogni giorno di più l'
inconsistenza della
sinistra di governo.
Siamo incontestabilmente di fronte all'esistenza di molte sinistre dai
contorni
necessariamente sfumati: la sinistra di governo (che sia o no in carica), e
la sinistra di
contestazione. La prima, la sinistra dei partiti politici, la sinistra di
gestione, ha molte
sfumature; la seconda, la sinistra della "società civile", si divide a
propria volta fra gli
"altermondialisti" che pensano che un'altra mondializzazione, a un nuovo
compromesso
con il capitalismo, sia possibile, e quelli convinti invece che un altro
mondo è possibile
solo uscendo dall'economia. Mi colloco certamente in un quest'ultimo
raggruppamento
della sinistra.
Della prima sinistra, quella politica, si potrebbe dire in effetti che si
tratta di una destra
"intelligente", la seconda destra di cui parla Marco Revelli (Le due destre,
Bollati
Boringhieri, Torino 1996) e di cui Tony Blair rappresenta la visione più
compiuta. In
compenso, non direi che la logica contestataria, quella che lo stesso
Revelli chiama
"sinistra sociale" (La sinistra sociale, Bollati Boringhieri, Torino 1997)
abbia una
vocazione a governare. Si tratta piuttosto di un movimento diffuso di
resistenza e
dissidenza fuori dalla politica, come testimoniano fra gli algtri movimento
Attac, il
fallimento del Wto a Seattle, la contestazione degli organismi geneticamente
modificati, i
forum no-global mondiali da Porto Alegre in avanti.

Se occorre continuare a denunciare le derive o i "tradimenti" della sinistra
politica,
occorre anche comprenderne l'ineluttabilità. E' più che sicuro che quelli
che la
contestano hanno tutte le ragioni. L'imperialismo economico oggi, o più
esattamente
l'imperialismo dell'economia su quasi tutti gli aspetti della nostra vita,
ha ridotto il
politico al politicante e condanna gli eletti a "sottomettersi" o a
"dimettersi". Il potere
invisibile ma molto reale dei "nuovi padroni del mondo", cioè la nebulosa
delle imprese
transnazionali, tiene i governi in carica sotto un pugno di ferro e impone
la sua dittatura
(quella delle leggi del mercato, in particolare finanziario). Ma nel
contempo permette ai
popoli di votare e ai contestatori di manifestare, per dare l'idea che il
cambiamento è
possibile.
In queste condizioni, il ruolo della sinistra contestataria non può che
essere quello di
una forza di pressione e di proposta. E' sempre possibile mettere in fila
una serie di
misure pratiche più o meno realiste, dalla Tobin tax alla riduzione del
tempo di lavoro,
passando per l'introduzione del reddito di cittadinanza e l'annullamento del
debito del
Terzo mondo. Tutto ciò può contribuire ad un programma elettorale utile e
anche
necessario. Tuttavia, essendo deboli le possibilità di riforma durevole, la
mia
preoccupazione è piuttosto quella di pensare al di là dell'economia. La mia
riflessione si
rivolge a una rifondazione del sociale e del politico nell'era della
postmodernità, del
doposviluppo, della società post-economica. Si tratta in particolare di
lavorare a costruire
una società di "decrescita".
La parola d'ordine della decrescita è quella di sottolineare con forza l'
abbandono
dell'obiettivo insensato della crescita per la crescita, obiettivo il cui
motore non è altro
che la ricerca sfrenata del profitto da parte dei detentori del capitale.
Evidentemente, non
penso al rovesciamento caricaturale di questo concetto, che consisterebbe
nel proporre la
decrescita per la decrescita. In particolare, la decrescita non è la
crescita negativa.
Sappiamo che il semplice rallentamento della crescita fa precipitare le
nostre società
nella disperazione, a causa della disoccupazione o del taglio dei programmi
sociali,
culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita.
Possiamo
immaginare quale catastrofe sarebbe un tasso di crescita negativo! Così come
non c'è
niente di peggio di una società fondata sul lavoro che non abbia lavoro, non
c'è niente di
peggio di una società della crescita senza crescita. La decrescita, dunque,
può solo
immaginarsi in una "società della decrescita". Ciò presuppone che un'
organizzazione
completamente diversa in cui il tempo libero è valorizzato al posto del
lavoro, dove i
legami sociali sono più importanti della produzione e del consumo di
prodotti inutili, o
nocivi "usa e getta". Condizione sine qua non è una riduzione feroce del
tempo di lavoro,
imposta per assicurare a tutti un impiego soddisfacente. Traendo ispirazione
dalla "Carta
dei consumatori e degli stili di vita" proposta al Forum degli organismi non
governativi di
Rio de Janeiro, tutto ciò può essere sintetizzato nel programma delle "sei
R": rivalutare,
ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Questi sei
obiettivi
interdipendenti darebbero il via a un circolo virtuoso di decrescita
conviviale e
sostenibile.
E del tutto evidente quali sono i valori da mettere in campo, a sostituzione
di quelli oggi
dominanti. L'altruismo dovrebbe prendere il posto dell'egoismo, la
cooperazione
dovrebbe sostituirsi alla competizione sfrenata, il piacere del tempo libero
all'ossessione
del lavoro, l'importanza della vita sociale al consumo illimitato, il gusto
di una bella opera
all'efficienza produttivistica, il ragionevole al razionale, ecc. Il
problema è che i valori
attuali sono sistemici, sono cioè determinati e sostenuti dal sistema che,
in cambio,
contribuiscono a rafforzare. Occorre dunque rovesciare l'immaginario ed
eliminarne
l'insidiosa manipolazione sistemica, per rendere le persone consapevoli
della propria
situazione.

A prima vista, le possibilità dell'alternativa sono infime, ma è un'
illusione ottica. Il
migliore alleato della civiltà alternativa è l'Occidente stesso. L'effetto
pedagogico delle
varie catastrofi (da Chernobyl alla mucca pazza) favorisce il lavoro di
sensibilizzazione; è
una leva potente per rimettere in causa l'esistente e aiutare il cambiamento
di mentalità.
Un numero sempre maggiore di persone sarà spinto dalla necessità, o dalla
ragione, o
dall'inclinazione scendere dall'auto in corsa per costruire l'alternativa.
La sinistra di domani dovrebbe rendere compatibili i suoi attuali
compromessi pratici,
che prendono la forma di programmi realisti, con un'analisi rigorosa e senza
compromessi degli obiettivi auspicabili nel più lungo periodo, un'analisi
che funga da
guida e illumini il cammino.
Questo testo è tratto dalla rivista francese Politis, 9 gennaio 2003

* Professore emerito dell'Università Paris-Sud e presidente di "Ligne d'
horizon.
Associazione degli amici di François Partant".
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